Arte
l'intervista •
Il dolore nudo, il corpo, la performance. Una conversazione con Marina Abramovic
Ferite, abrasioni e violenza. O il silenzio e l’immobilità. Alla soglia degli ottanta anni, l'artista serba rimane radicale e provocatoria. “Quando entri in questa dimensione, riesci a spingere il tuo corpo a fare cose che non farebbe mai”

Marina Abramovic (Foto Getty)
Ho scoperto il lavoro di Marina Abramovic con colpevole ritardo, grazie alla performance The Artist is Present, organizzata al MoMA nel 2010. Andai a vederla con una buona dose di pregiudizio: a New York non si parlava d’altro, e l’intera attività del museo era polarizzata su quella performance. Marina era seduta in mezzo alla sala centrale del primo piano e si limitava a fissare negli occhi, per un’intera giornata, tutti coloro che desideravano sedersi di fronte a lei. Una lunghissima fila si formava sin dall’alba, e visitatori da ogni parte del mondo si mescolavano alle celebrità: c’era chi scoppiava a piangere, chi sorrideva, chi tremava, chi si limitava a concentrarsi su quello sguardo che riusciva a essere inquisitorio e tenerissimo, minaccioso e spaventato, senza tuttavia cambiare mai espressione. Era un rito catartico, che ha avuto il momento di massima intensità quando si sedette davanti a lei Ulay Laysiepien, in passato suo compagno nella vita e nell’arte. Uscii dal MoMA estremamente colpito, e ripensai a questa sua dichiarazione: “La gente ha talmente tanto dolore dentro di sé da non accorgersene”. Mi chiesi da dove provenisse il suo, di dolore, e da dove nascesse la necessità di trasformarlo in arte e poi esibirlo.
Qualche tempo dopo la invitai a dialogare insieme a Daniel Libeskind sui film che avevano segnato le loro esistenze, ed ebbi una nuova rivelazione quando scelse Il colore del melograno, di Sergej Paradžanov. Non si trattava solo di un omaggio a un magnifico film visionario, ma anche a un artista perseguitato dal regime comunista per la libertà delle sue idee e la sua omosessualità. Marina ne parlò in maniera commossa, senza perdere mai il senso dello spettacolo: “Puoi dire le verità più atroci, se usi bene l’ironia”, chiosò. Paradžanov aveva costretto a sua volta gli spettatori a confrontarsi con il dolore, il sangue e i limiti del corpo, che pure sa amare, godere e gioire: “Bruce Nauman teorizza che l’arte è una questione di vita e di morte” disse: “Mi sembrava melodrammatico, ma ha assolutamente ragione”. Quando le chiesi di un tema costante nel suo lavoro mi spiegò che si era resa conto “di aver voluto sempre dimostrare che sono in grado di sopravvivere da sola, e non ho bisogno di nessuno”.
Marina Abramovic è nata a Belgrado in una famiglia che lei definisce di “borghesia rossa”. Sono stati i nonni a educarla, e deve a loro, religiosissimi, la prima esperienza del rito e della liturgia. Il prozio era Varnava Rosic, patriarca della Chiesa serba ortodossa, morto in circostanze misteriose e proclamato in seguito santo. I genitori Danica e Vojin hanno combattuto come partigiani nella Seconda guerra mondiale: alla fine del conflitto vennero celebrati come eroi, ottenendo posti di rilievo nella nomenklatura di Tito. Con loro ebbe un rapporto drammatico, come ha raccontato in Vita e morte di Marina Abramovic, uno spettacolo teatrale con la regia di Robert Wilson. Fino a quando aveva 29 anni non le era permesso di uscire oltre le dieci di sera, e racconta: “All’epoca facevo già le mie performance, il che significa che mi tagliavo, frustavo e bruciavo, fin quasi a morirne, prima delle 10: non è folle?”. Quel che era peggio era il rapporto violento tra i due genitori: durante una lite il padre distrusse, uno dopo l’altro, dodici bicchieri da champagne. Fu l’arte a salvarla: la studiò, la insegnò, la creò e raggiunse il successo nel 1973, con Ritmo 10, dove si tagliava in scena di fronte a un pubblico sconcertato: “Quando entri nella dimensione della performance, riesci a spingere il tuo corpo a fare cose che non farebbe mai”.
Durante Ritmo 5 rischiò di morire, e in un’occasione fu salvata dall’intervento di un medico presente tra gli spettatori. La serie fece di lei un’icona dell’arte contemporanea, e con Ritmo 0 raggiunse il momento più provocatorio delle sue performance: mise a disposizione degli spettatori 72 oggetti diversi con i quali potevano agire per sei ore a piacimento sul suo corpo. Gli oggetti, che comprendevano una piuma, una rosa, un paio di forbici, una pistola e uno scalpello, furono utilizzati tutti, procurando anche ferite gravi. L’evento venne avvolto da un’atmosfera cupa: ci fu chi le puntò una pistola alla tempia e chi le bucò lo stomaco con la spina di una rosa. Poi, allo scadere delle sei ore, coloro che l’avevano violata fuggirono per evitare un confronto. Non meno controverse le performance con Ulay: “Le coppie, quando si formano, in genere acquistano pentole e piatti, io e Ulay programmavamo la nostra arte”, mi ha detto a proposito del loro rapporto. La loro collaborazione culminò con Lovers, dove si incontrarono solo per dirsi addio sulla Grande Muraglia Cinese, dopo aver percorso rispettivamente 2.500 chilometri partendo da posti diversi.
Negli anni Abramovic è diventata anche un’icona del femminismo, ma rifiuta tuttavia etichette e piedistalli: “Qualunque cosa tu faccia, sei sempre sola”. Della propria arte spiega che “la cosa più difficile da realizzare è quella più vicina al nulla, perché richiede tutto da te” e teorizza che le idee migliori sono quelle scartate in un primo momento, perché ne abbiamo avuto paura. “Un artista – mi ha spiegato – ha bisogno di lunghi periodi di solitudine, lontano da tutto, anche dalla famiglia: dovrebbe stare per lunghi periodi a vedere le stelle nel cielo. Se sei una donna è quasi impossibile avere una relazione. Sei troppo per tutti. La donna deve sempre recitare questo ruolo di persona fragile e dipendente. E se non lo sei, sono affascinati da te, ma solo per un breve periodo. Allora vogliono cambiarti e distruggerti. E poi ti abbandonano. E così, mio caro, ti aspettano tante stanze d’albergo, da sola”.
Fa impressione pensare che il prossimo 30 novembre compirà ottanta anni: non ha perso nulla della sua energia e visionarietà nella ricerca costante dell’universale nel particolare, come testimonia Trasforming Energy, l’allestimento presso le Gallerie dell’Accademie di Venezia, nella quale ha costruito un dialogo tra la performing art e i capolavori del Rinascimento veneziano. Quando le ho proposto di partecipare a queste conversazioni, mi ha chiesto di inviare delle domande, promettendomi le risposte tra uno spostamento all’altro, e come da tradizione le ho chiesto di iniziare con il suo primo ricordo. “Sto camminando nella foresta con mia nonna e vedo un pezzo di legno sul sentiero. Mi avvicino di corsa per toccarlo, e mia nonna si è messa a urlare. Il pezzo di legno aveva iniziato a muoversi, era un serpente: è stata la volta che ho scoperto la paura”.
Qual è stato il ruolo dei suoi genitori nella sua educazione e nelle sue scelte artistiche?
“Mio padre non era molto coinvolto nella mia educazione, non era mai a casa. Mia madre era incentrata interamente sul controllo, l’educazione, la disciplina e il successo. Qualunque cosa facessi non era mai abbastanza buona, c’era sempre qualcuno meglio di me. Non mi ha mai baciata perché diceva che questo mi avrebbe viziata. Con gli anni la disciplina e la sua forza di volontà si sono trasferite nella mia vita”.
Quanto è stato importante suo nonno Varnava Rosic nelle scelte esistenziali?
“Non ho saputo nulla di mio nonno fino a molto tardi nella mia vita. Mia nonna era molto religiosa e mio padre e mia madre erano devoti comunisti. Ho sentito parlare di Varnava da mia nonna. Non credo che abbia avuto influenza sulle mie scelte esistenziali. Conservo la sua immagine con me perché rappresenta una sorta di figura mitologica. La parte più interessante è che ho un santo in famiglia”.
Crede in Dio? Qual è il suo rapporto con la religione?
“Non credo in Dio. Non mi piace nessuna religione in sé. La religione si occupa di potere e crea guerre. Sono molto più interessata all’energia e all’immaterialità. Credo nella sincronicità delle cose che accadono nella vita. Credo nei miracoli”.
Quale è il suo parere sul primo Papa americano?
“Non pensavo che mi sarebbe piaciuto, ma ora in realtà penso che mi piaccia: ha capito quanto l’intelligenza artificiale sia pericolosa per gli esseri umani, ha condannato le guerre e parla davvero di umanità”.
Cosa rappresentano per lei le performance?
“Sono uno strumento, come qualsiasi altro che ha un artista per esprimere le proprie idee. Per alcuni artisti gli strumenti sono la pittura, la scultura, il fare cinema, la scrittura, suonare musica, ma il mio mezzo è la performance: è arte basata sul tempo che devi testimoniare per sperimentare. E’ davvero una vera forma di arte immateriale”.
Nelle performance il suo corpo è stato ripetutamente al centro della sua arte. Come è cambiato il suo ruolo durante le diverse età della sua vita?
“Ho una carriera di performance che dura da 65 anni e non penso che rinuncerò mai a questa forma d’arte fino al mio ultimo respiro. Ho creduto in questo mezzo fin dall’inizio degli anni Settanta, quando erano tutti contro questa forma d’arte e la critica era decisamente ostile. Quando fai qualcosa per così tanto tempo come ho fatto io, finisci per testimoniare come la performance sia stata accettata come arte mainstream, e questo mi fa sorridere. Il mio corpo è cambiato attraverso la mia vita: da quando ho iniziato sino ad ora ho lavorato con le diverse energie che mi hanno dato le differenti età della vita”.
Le è piaciuto insegnare? Cosa ha imparato dalle esperienze all’Academie des Beaux Arts di Parigi e all’Università di Berlino?
“Ho insegnato performance per oltre 35 anni. Oltre a quelle che ha citato, ho insegnato ad Amburgo, Berlino, Braunschweig, Kumamoto in Giappone e in molti altri posti. Il corso si chiamava Pulire la casa, che si è trasformato nel Metodo Abramovic. Il mio istituto in Grecia continua a offrire workshop non solo per artisti ma per chiunque sia interessato a partecipare. Insegnare è molto importante per me per trasferire la mia conoscenza e la mia esperienza alla generazione di artisti più giovani”.
Le è piaciuto dirigere? Può parlarmi della sua esperienza in Balkan Erotic Epic e Dangerous Games?
“E’ difficile rispondere perché sono progetti molto diversi. Ho diretto Dangerous Games in Laos con bambini tra i 10 e i 14 anni che facevano giochi di guerra in un luogo dove gli americani hanno sganciato più bombe che in Vietnam e moltissimi bambini sono morti o sono rimasti feriti da bombe inesplose. E’ stato un progetto molto impegnativo per il quale sono stati necessari i permessi del governo e un lungo iter burocratico. Ho presentato questo progetto soltanto due volte e penso che sia molto rilevante mostrarlo di nuovo oggi. Per quanto riguarda Balkan Erotic Epic, nella nostra cultura odierna etichettiamo qualsiasi cosa erotica come pornografia. Si tratta del lavoro più ambizioso della mia carriera. Mi ha dato la possibilità di tornare alle mie radici e alla mia cultura slava, guardare indietro agli antichi rituali e confrontarmi con la sessualità in relazione all’universo e alle domande senza risposta della nostra esistenza. Attraverso questo progetto cerco di mostrare poesia, disperazione, dolore, speranza, sofferenza, e riflettere sulla nostra stessa mortalità: non si tratta di pornografia, ma di umanità. È stato difficile dirigere Balkan Erotic Epic, ma anche incredibilmente importante lavorare sul set con 120 performer”.
Chi è a suo avviso il più grande eroe non celebrato dell’arte contemporanea?
“Tehching Hsieh”.
Quali sono stati gli artisti che l’hanno influenzata maggiormente?
“Non mi piace essere influenzata dagli artisti perché sono sempre ispirati da qualcos’altro, e questo significa quindi che sei sempre influenzata da qualcosa di seconda mano. La mia ispirazione è nella natura e nelle culture antiche”.
Esiste qualcuno che ammira come artista anche se non condivide le sue idee?
“Se ammiro qualcuno sono anche d’accordo con le sue idee”.
Ritiene che Donald Trump sia un’eccezione nella storia americana o una conseguenza inevitabile?
“Per questa domanda vorrei citare la saggezza Sufi. ‘Il peggio è il meglio’. Dopo che sperimenti il peggio, puoi solo risalire, andare in su”.
Il suo monumento Crystal Wall of Crying è sul luogo di un massacro in Ucraina avvenuto durante l’Olocausto, e ha recentemente condannato l’invasione russa: diverse persone in Europa sembrano essere fredde riguardo all’Ucraina, se non apertamente filo-Putin…
“Sono stata una delle prime artiste che ha condannato l’invasione russa dell’Ucraina: tre ore dopo che è iniziata. Crystal Wall of Crying è la mia risposta, ed è ancora lì, non è stata distrutta. Non mi interessano le opinioni di altre persone, sono responsabile solo della mia”.