Arte
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Dall'artigianato al suono. L'arte secondo Riccardo Baruzzi
"Quando torno molte volte sullo stesso gesto non cerco di perfezionarlo ma di comprenderlo meglio. Ogni ripetizione introduce una differenza, una variazione, un piccolo scarto. È proprio in quello scarto che spesso nasce il lavoro". Intervista
27 GIU 26

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Nome e cognome: Riccardo Baruzzi
Luogo e anno di nascita: Lugo (RA), 1976
Gallerie di riferimento e contatti social: P420, Bologna @baruzziriccardo (Instagram) https://www.riccardobaruzzi.com/
L'intervista
Che cos’è per te lo studio d’artista?
Lo studio è un luogo di attenzione. Non penso allo studio come a un posto separato dalla vita, ma come a uno spazio in cui posso osservare con maggiore intensità ciò che normalmente passa inosservato. È un luogo dove raccolgo materiali, immagini, suoni, letture e oggetti e provo a capire quali relazioni possano nascere tra loro. Molte opere non nascono da un'idea precisa ma da una lunga frequentazione delle cose. In questo senso lo studio è anche un luogo di trasformazione, dove ciò che osservo all'esterno può assumere forme inattese.
A che cosa stai lavorando?
Da alcuni anni sto sviluppando una ricerca che prende origine dalle Valli di Ravenna e dai territori lagunari che frequento fin da bambino. Mi interessa osservare come natura, brutalismo industriale, architetture spontanee e saperi popolari convivano nello stesso paesaggio. A prima vista può sembrare un mondo privo di eleganza, ma trovo una bellezza in questa povertà, in queste scelte formali ruvide e utilitaristiche. È una bellezza alla quale voglio rendere merito attraverso la ricombinazione elegante di materiali.
Con il tempo ho iniziato a considerare la Valle non soltanto come un luogo geografico, ma come una lente attraverso cui osservare il mondo. In essa convivono molte delle tensioni che caratterizzano il presente: il rapporto tra natura e tecnologia, tra conservazione e trasformazione, tra memoria e innovazione, tra produzione industriale ed equilibrio ecologico. Per questo la Valle è diventata per me una sorta di osservatorio privilegiato, una forma ridotta del mondo in cui fenomeni locali e questioni globali si intrecciano continuamente.
Mi interessa osservare come le conoscenze si sedimentano nei materiali, negli oggetti, nelle architetture spontanee e nelle pratiche quotidiane. Una rete da pesca, un capanno costruito con materiali di recupero o un sistema di segnalazione possono contenere una complessità pari a quella di molte costruzioni culturali più celebrate. In questo senso la Valle non è soltanto un soggetto della mia ricerca, ma un ecosistema di relazioni e un modello attraverso cui interrogare il presente.
Negli ultimi progetti questo interesse si sta traducendo sempre più in un approccio multidisciplinare, ma il punto di partenza resta lo stesso: cercare forme capaci di custodire una relazione con un territorio e con le conoscenze che vi si sono depositate nel tempo.
Nel tuo lavoro convivono artigianato, disegno, pittura e suono: quale principio comune attraversa tutti questi linguaggi?
Direi l'ascolto. Per me il disegno, la pittura o il suono non sono discipline separate, ma modi diversi di entrare in relazione con la materia. Mi interessa capire come una forma possa passare da un linguaggio all'altro. Un oggetto può suggerire un suono, un suono può generare un disegno, un disegno può diventare una struttura. Più che produrre immagini, cerco di osservare queste trasformazioni.
In che modo hai iniziato a fare l’artista?
Ho iniziato disegnando. Ma molto presto ho sentito il bisogno di mettere in discussione i confini del disegno stesso. Ho affrontato una tensione tra il talento e la necessità di manipolarlo affinché la mano non diventasse un'inconsapevole burattina. Mi interessava capire cosa accadesse quando il disegno usciva dal foglio e incontrava il corpo, lo spazio, gli oggetti o il suono. Più che una scelta professionale, fare l'artista è stato il modo che ho trovato per continuare a seguire questa curiosità.
Quali sono i tuoi riferimenti visivi e teorici?
I miei riferimenti non provengono soltanto dall'arte. Guardo molto le architetture spontanee, gli oggetti costruiti per necessità, le tecnologie vernacolari e le forme nate dall'uso quotidiano. Mi interessa il modo in cui le persone risolvono problemi concreti attraverso l'invenzione. La Valle mi ha insegnato molto da questo punto di vista: una rete da pesca, un capanno o un richiamo possono contenere la stessa intelligenza formale che ritrovo in molte opere d'arte. Mi interessano anche gli autori sconosciuti, gli oggetti trovati nei mercatini e tutte quelle forme che nascono lontano dai circuiti ufficiali.
Su altri piani mi accompagnano libri, film e musiche molto diversi tra loro, ma accomunati da un'attenzione per i processi attraverso cui costruiamo conoscenza e attribuiamo forma al mondo. Potrei citare molti riferimenti, ma una lista esaustiva attraverserebbe discipline troppo diverse. Deep Listening di Pauline Oliveros ha rafforzato l'importanza dell'ascolto come pratica attiva, riattivando riflessioni che avevo sviluppato in passato sul rapporto tra disegno e musica, soprattutto sul piano della manualità esecutiva, e facendo emergere una sorta di involontario ribaltamento di prospettiva. Gli uomini e i giochi di Roger Caillois mi ha aiutato a riflettere sul valore delle regole, dell'imitazione e della trasformazione; Breve trattato sull'arte involontaria di Gilles Clément sull'attenzione verso ciò che nasce senza progetto; il pensiero di Luigi Pareyson sulla forma come processo; e infine un'affermazione di Max Born che sento particolarmente vicina: «Credo che nel lavoro scientifico non esista alcuna strada... siamo come in una giungla e procediamo per tentativi ed errori, costruendo la strada a mano a mano che andiamo avanti». Tutti questi autori mi hanno aiutato a comprendere che le forme non sono oggetti stabili, ma il risultato di relazioni, adattamenti e trasformazioni continue.
Quanto all'arte, mi attraggono gli artisti che hanno saputo considerare il disegno come un modo di pensare prima ancora che una tecnica.
Nel tuo lavoro c’è molta attenzione per ciò che viene ripetuto. Che differenza c’è tra un gesto che si ripete e un’abitudine?
L'abitudine tende a rendere invisibili le cose. La ripetizione, invece, può renderle più evidenti. Quando torno molte volte sullo stesso gesto non cerco di perfezionarlo ma di comprenderlo meglio. Ogni ripetizione introduce una differenza, una variazione, un piccolo scarto. È proprio in quello scarto che spesso nasce il lavoro.
Nella serie degli Arbusti mi interessa sempre di più pensare la ripetizione come una forma di campionamento. Produco segni, disegni e forme che possono essere conservati, spostati e ricomposti in contesti diversi. Come accade nella musica con il sample, un elemento può riapparire molte volte assumendo significati nuovi a seconda delle relazioni che instaura con ciò che lo circonda. La ripetizione non genera identità ma trasformazione. Ogni ritorno modifica ciò che ritorna e apre nuove possibilità di costruzione.
Preciso che la ripetizione nella mia pratica è esistente solo per serie di opere, le serie sono svariate e di foggia diversa come di linguaggio e disciplina. Se c’è una cosa che ho sempre evitato è la maniera, mi annoia a morte.
Qual è la funzione dell’arte oggi?
Forse quella di produrre attenzione. Viviamo in un momento in cui molte tecnologie sono progettate per accelerare continuamente il nostro rapporto con il mondo. L'arte può fare il contrario: rallentare, complicare, creare spazi di esperienza non immediatamente consumabili. Può anche suggerire che esistono altri modi di costruire conoscenza e altre tecnologie possibili, più attente alle relazioni che alla performance.
Cosa ti interessa di più: il momento in cui una forma nasce o quello in cui comincia a deteriorarsi?
Mi interessa il momento in cui non è più chiaro quale delle due cose stia accadendo. Quando una forma nasce porta già dentro la propria trasformazione e quando si deteriora continua a produrre nuove possibilità. Molti dei luoghi e degli oggetti che osservo nelle Valli vivono proprio in questa condizione: sono provvisori, fragili, continuamente modificati dal tempo e dall'uso. È una situazione che sento molto vicina. Del resto ogni aspetto della civiltà umana è provvisorio, compresa ogni opera d'arte e ogni sua interpretazione.
Com’è organizzata la tua giornata?
Cerco di dedicare molto tempo all'osservazione. Lavoro in studio, naturalmente, ma considero parte del lavoro anche le passeggiate, gli appunti, le registrazioni sonore, le letture e gli incontri. Mi piace alternare momenti di produzione a momenti di ascolto. Spesso le opere arrivano dopo, come conseguenza di un'attenzione esercitata a lungo.
Una parte importante delle mie giornate è dedicata anche all'ascolto della musica e alla riproduzione del suono. Da anni mi interessano i sistemi audio ad alta efficienza e le tradizioni di ascolto sviluppate da alcuni maestri giapponesi. Mi affascina il modo in cui piccoli interventi possano modificare profondamente la percezione sonora di uno spazio. Anche questa è una forma di osservazione: ascoltare, spostare, correggere, provare. In fondo non è molto diverso da ciò che accade nel mio lavoro artistico, dove spesso la forma emerge attraverso una successione di aggiustamenti, relazioni e trasformazioni progressive.
Le opere
Le figure degli arbusti galleggiano sulla tela trasparente, che funge da schermo leggero, mentre sul retro si dispongono sagome colorate, talvolta rivestite in foglia oro. È un lavoro di piani e di profondità che trasforma l’immagine in un mosaico contemporaneo, dove ogni elemento – segno, colore, luce – partecipa a una vibrazione comune. Il richiamo a Ravenna, città di mosaici e di paesaggi lagunari, riaffiora in questa trama luminosa: la preziosità dell’oro convive con la fragilità del tessuto che ricorda le zanzariere dei capanni da pesca, e con la ruvidità del segno a pastello.
Questo gruppo di fotografie è inteso come un’autobiografia (i quadri di diversi periodi della mia vita) comprensiva, tenera, precaria come la Laguna, ma anche ironica e disubbidiente di fronte al forte posizionamento, spesso ideologico, richiesto all’artista di ieri e di oggi. Tra i quadri, appaiono delle scritte, semplici frasi di natura sentimentale, poco pretenziose, familiari. Inclino, consapevolmente, all’outsider, al folkloristico, per trovare nelle mie radici, quella risposta lieve e instabile che caratterizza tutta la mia opera.
Il ‘bilancione’ o ‘padellone’ è una rete da pesca tradizionale romagnola, assicurata a strutture portanti tramite cavi e carrucole; viene calata e salpata con cime ed argani. Il mio Bilancione sorregge un disegno intercambiabile ad altri contenuti in una scatola che fa da complemento all’opera. “Bilancione” è una rete da pesca per disegni.
Il rapporto tra suono e vibrazione, tra moto vibratorio e scultura, è per me importantissimo. Il mini-vibratore batte sulla superficie dell’asta creando una micro-cinesi della scultura che da materiale espressivo diviene inconsapevole materiale di risonanza acustica. La scultura amplifica il suono malgrado se stessa. Come i materiali, anche i suoni sono sempre poveri nella mia ricerca. In questo caso, la povertà delle informazioni sonore che avvolgono i corpi verticali di onde un’atmosfera desolata e colma d’attesa.
Gli Spaventapasseri rappresentano una ruvidezza che mi appartiene: un’idea di bellezza grezza e sostenibile che si nutre delle pratiche di assemblaggio osservate nelle botteghe, tra i capanni di lavoro e i campi coltivati nelle campagne. Questi Spaventapasseri non sono esseri umani identificabili biologicamente, ma stanno mutando in animale. Quella protuberanza non è un naso ma una testa di gallina che si fonde nel volto umano. Le mani sono fusioni in bronzo di rami di olmo, anch’essi nel tempo mutati geneticamente per una malattia che ne ha trasformato la foggia.
Portraits nasce da una riflessione sulla pittura e sulla tradizione del ritratto dal vero, affrontate però attraverso una dimensione relazionale. Ho tratto ispirazione dalla figura del ritrattista di strada, trasformando questa pratica in un dispositivo scultoreo composto da due sedie interconnesse e poste una di fronte all’altra. Durante l’attivazione dell’opera invito il pubblico a sedersi e a fermarsi per un ritratto. I disegni vengono realizzati su un leggio saldato alla struttura stessa della scultura. Questo semplice accorgimento modifica una delle convenzioni della ritrattistica accademica: il ritratto non viene più costruito all’interno di un’inquadratura prestabilita, ma nasce da una situazione concreta di incontro e di prossimità.
Gli ‘Audiofili’ si generano dal mio interesse intorno alla matericità e al display delle strutture fonoassorbenti nelle camere d’ascolto. Pannelli fonoassorbenti sono inseriti in composizioni aperte in cui la nuda struttura del telaio ospita molti dei materiali a me cari, tra cui mdf e cartonlegno.
Quadro Sonoro (Bic Barchino) è un video prodotto nel 2021 in cui per la prima volta ho scelto di documentare un’azione sonora. L’idea è nata dall’esigenza di studiare analiticamente le azioni compiute durante i miei interventi sonori, che ho sempre svolto in presenza del pubblico e senza documentazione. Da un po’ di tempo invece mi rendo conto che il supporto può ricoprire una funzione, non già documentativa, ma estetica, permettendomi di creare veri e propri “quadri sonori”.
Slimy Fairy Tale (Queen Eel II) appartiene a una serie recente di opere in cui la pittura assume una struttura stratificata, sospesa tra immagine, collage e bassorilievo. La tela trasparente diventa uno spazio attraversabile, nel quale segni, colori e sagome si dispongono su piani differenti. Il telaio dipinto e gli elementi collocati sul retro partecipano attivamente alla costruzione dell'immagine, rendendo visibile una profondità reale anziché illusoria.
L'opera nasce da un processo di campionamento e ricomposizione. Campiture di colore realizzate in tempi diversi vengono ritagliate, archiviate e successivamente ricollocate sulla superficie come tessere di un mosaico contemporaneo. Il disegno si sviluppa direttamente sulla tela, mettendo in relazione elementi appartenenti a momenti differenti del processo.
Tra le figure emerge una forma allungata che deriva dal drago presente in un dipinto di Vitale da Bologna e che, attraverso una trasformazione progressiva, assume l'aspetto di un'anguilla. Questo passaggio tra repertorio storico, immaginazione e paesaggio lagunare genera una narrazione aperta, dove memoria, natura e artificio convivono nella stessa immagine.









