Arte
Fotografia moderna •
Edward Weston e la materia segreta delle forme
La mostra torinese restituisce il mondo del fotografo americano: il Messico con Tina Modotti, i nudi di Charis Wilson, le rocce e i mari di Point Lobos. Una vita passata a cercare la forma nascosta dentro la realtà
25 MAG 26

Ansa
Un peperone è più di un peperone anche quando sembra solo un peperone. E’ un “peperone potenziato”. E una conchiglia non è solo una conchiglia. Persino un cesso, un bellissimo water di ceramica bianca, non è solo un cesso ma una “intensificazione della sua stessa forma e della sua consistenza essenziale”, come scriveva nel 1932 Edward Weston, il fotografo americano che ha elaborato un nuovo modo di vedere la realtà e l’oggetto in sé.
Nato nel freddo Illinois nel 1886 e morto nella calda e irrequieta California nel 1958, Weston è uno dei più importanti fotografi moderni. Il suo prolifico testamento artistico (circa 10000 scatti, 2000 stampe d’epoca, 1400 negativi ufficiali, più due volumi dei suoi diari “Daybooks”) spazia nel bianco e nero di ritratti, nudi, paesaggi e nature morte. Fotografare oggetti inanimati, da un certo punto in poi, diventa la sua ossessione, indagando con il suo banco ottico la pura essenza delle cose grazie a lavori di straordinaria nitidezza e ricchezza di dettagli. Ancora per qualche settimana (fino al 2 giugno) 171 di quelle luminosissime fotografie sono in mostra a Camera – Centro italiano per la Fotografia di Torino con il titolo “La materia delle forme”.
“Tutto dipende (...) dalla mia intuizione nell’istante cruciale, che se si perde non si può più ripetere”, scrive Weston nel suo diario
“La macchina fotografica può registrare soltanto ciò che ha davanti a sé, quindi devo aspettare e saper cogliere il momento giusto quando mi si presenta sul vetro smerigliato”, scriveva Weston il 23 aprile 1927 nel suo diario, “Fino a un certo punto, quando realizzo nature morte, posso avere la percezione della mia visione prima ancora di iniziare il lavoro, ma nel ritratto, nelle figure, nelle nuvole – quando cerco di registrare il movimento e l’espressione in continuo cambiamento – tutto dipende dalla chiarezza della mia visione, dalla mia intuizione nell’istante cruciale, che se si perde non si può più ripetere. Questo è un grande limite e al tempo stesso un problema affascinante della fotografia”.
Per Weston vedere e comprendere un oggetto nel suo senso più profondo comportava uno sforzo enorme. Significava catturarlo su costose lastre 8x10 pollici dopo averlo pre-visualizzato mentalmente prima di aprire l’otturatore della pesante macchina. La qualità delle stampe vintage delle foto esposte nel bel museo sabaudo è impressionante: molti degli scatti hanno cento anni o più, ma non lo dimostrano. L’occhio del fotografo è stato capace di svelare la geometria nascosta in volti, corpi, oggetti, deserti e mari in tempesta con una potenza e una nitidezza rara. Il lascito della sua magnifica opera è quasi filosofico: il soggetto è irrilevante rispetto alla visione che lo anima. Il fascino e il mistero della fotografia dipendono solo dall’attenzione con cui chi sta dietro l’obiettivo e guarda la realtà.
Il sedicenne Edward riceve dal padre una Kodak Bulls-Eye n.2 ma è fondamentalmente un autodidatta. Qualche anno dopo si trasferisce a vivere con la sorella May a Los Angeles dove conosce una sua amica, Flora Chandler, nata in una facoltosa famiglia californiana, che sposa poco dopo, nel 1909, a ventidue anni. A venticinque, nel 1911, apre finalmente il suo studio a Tropico, l’odierna Glendale, e si guadagna da vivere come ritrattista: le sue prime foto sono nello stile “pittorialista” molto in voga negli anni ‘20, ricordano la pittura vittoriana, e Weston ritrae nudi e paesaggi bucolici con atmosfere sognanti e una leggera sfocatura, manipolando le immagini in camera oscura. Nonostante il matrimonio con Flora duri ufficialmente a lungo, sancito anche dalla nascita di ben quattro amatissimi figli, è l’incontro con la prima di tante muse e amanti a scardinare la sua esistenza. Edward incontra Margrethe Mather nel 1912 nello studio ribattezzato “Tropico”, ha bisogno di una assistente che possa anche posare nuda per i suoi esperimenti.
E’ grazie a Margrethe Mather, di cui si innamora, che inizia a sperimentare un linguaggio autonomo. Lei diventa la sua maestra, e firma alcune sue foto
La presenza magnetica di una donna emancipata, bohemienne, bisessuale e ben introdotta nei circoli culturali della sinistra hollywoodiana ha un’influenza dirompente su un uomo borghese del Midwest, sposato con una donna altrettanto borghese. Innamoratosi follemente della bellissima Margrethe, è grazie al lavoro insieme a lei, come due veri partner artistici, che Weston inizia a transitare dal pittorialismo verso una fotografia moderna e un linguaggio autonomo. Lei diventa la sua maestra firmando persino le foto a quattro mani.
Sfortunatamente di lì a poco lui distruggerà i diari di quegli anni, ma alla fine della sua vita se ne pente amaramente e scrive un ritratto molto toccante della sua prima musa: “Mi pento persino di aver distrutto il mio diario prima del Messico: per quanto scritto male, documentava un periodo fondamentale, tutta la mia vita con M. M., la prima persona importante della mia vita; e forse anche adesso, sebbene il contatto personale sia venuto meno, la più importante. Potrò mai scriverne a posteriori? O ci sarà un giorno un rinnovato contatto? E’ stata una vita e un amore folle ma bellissima!”
Il cuore della scena artistica però è a New York, dove Weston nel 1922 incontra due influenti e importanti fotografi come Alfred Stieglitz e Paul Strand, amici e rivali, che lo traghettano verso quella che viene definita straight photography, cioè il rifiuto di ogni tipo di manierismo e di manipolazione tecnica a favore di una rappresentazione esatta del soggetto in sé. Un punto di svolta per la sua carriera e da questo momento la fotografia pura diventa per Weston una missione. Ma quando nella vita di Weston avviene un cambiamento, scrive la critica Nancy Newhall, “quasi sempre assume le sembianze di una donna”. Infatti nel 1921 Edward conosce la coppia di artisti bohemienne Roubaix de l’Abrie Richey detto Robo e la moglie Tina Modotti e immediatamente scatta una nuova scintilla, prima artistica tra i due uomini, poi passionale tra Weston e la Modotti.
Senza nulla togliere a tutte le sue muse-amanti, che si meriterebbero un intero romanzo, la figura dell’artista italiana è quella che segna più di tutti la sua vita: Assunta Adelaide Luigia Modotti Mondini, detta Assuntina, poi diventata Tina, nasce a Udine nel 1896 ma emigra nel 1913 a San Francisco per raggiungere il padre e la sorella. Impara a fotografare nello studio dello zio ma in America fa prima la sarta, poi l’attrice nel cinema muto, infine l’attivista nel Messico post-rivoluzione. Donna passionale dalla personalità esplosiva, a Los Angeles sposa l’artista Robo Richey che, da amico di Weston, gli organizza una mostra in Messico. Tina diventa la sua nuova musa-modella e, allo stesso tempo, cerca di carpire i segreti artistici di Weston. Lo scrittore Pino Cacucci, che alla Modotti ha dedicato due bellissimi libri, la descrive così in “Tina” (Feltrinelli, 2005): “Chiede, studia, osserva, non perde una sola parola delle intere giornate che Weston le dedica. La brama con cui lei si getta in ogni attività cattura l’estrema sensibilità di Weston. Non solo per la sua bellezza, ma anche per il naturale ardore che Tina trasmette, se ne innamora in maniera così totalizzante da fargli dimenticare per qualche giorno ogni altra cosa”.
Il sodalizio con Tina Modotti. Ma mentre Weston si dedica a pietre, sabbia e conchiglie, lei fotografa operai, bandiere, falce e martello
A questo punto però il destino gioca un brutto scherzo a Weston e alla Modotti, perché mentre sono in viaggio per il Messico Robo Richey muore improvvisamente. Tina rimane da sola con l’amico-amante fotografo. A Città del Messico si ritrova al centro di un circolo di artisti del calibro di Frida Kahlo e dal grande muralista Diego Rivera, suo marito, la cui visione del mondo cambierà radicalmente il corso della sua vita. Dal 1923 al 1926 Tina e Edward sono una coppia fissa nonostante la presenza di Chandler, uno dei quattro figli che lui porta sempre con sé. L’intesa e la collaborazione tra i due sono totali: lui fotografa il paesaggio messicano, il deserto ma soprattutto lei, Tina, nuda sul tetto del loro appartamento, trasformando il suo corpo sinuoso in quello che Rivera definisce, osservando le stampe, “la matematica dell’universo”. Lei, imparato il mestiere, si dedica invece a una fotografia di denuncia sociale e politica, sviluppando il suo stile autonomo: mentre Weston comincia a fotografare pietre, sabbia, conchiglie e peperoni, la Modotti fotografa operai, bandiere, falce e martello poggiati su un sombrero. Si amano molto ma più le loro vite si intrecciano, più le loro esistenze si separano. “Tina indossava blue jeans che erano molto inusuali per le donne di quell’epoca”, scrive Cacucci nel suo romanzo, e la bellezza della donna scatena gelosie sia negli uomini che nelle donne, tanto che Weston annota nel suo diario “la prossima volta mi sceglierò un’amante brutta come l’inferno”. Ma la ricerca della forma pura per Weston non contempla una visione politica, è un’ossessione mentale introspettiva e i loro cammini cominciano a farsi distanti. Fotografare, per lui, significa scattare la stessa roccia, la stessa duna, lo stesso cactus, lo stesso legno trasportato dalla corrente come un atto di fedeltà alla realtà, non a un ideale politico. A lui non interessa vedere altro ma vedere di più, oltre la superficie, per cogliere la forza essenziale delle cose. Pur continuando ad amare Tina sente molto la lontananza dei figli e l’esperienza messicana, seppur fondamentale, non gli trasmette più le sensazioni di un tempo: nel 1926 i due si separano, dedicandosi lettere strazianti, e lui torna in California.
In mostra a Torino ci sono molti dei nudi realizzati con altre muse-amanti, compresi quelli di Charis Wilson, scrittrice, sua autista (Weston non guidava) e poi anche moglie per qualche anno: in un’epoca in cui il corpo femminile è ostentato, esposto, truccato, fatto a pezzi, nella fotografia di Weston colpiscono invece la brillantezza formale e il suo sguardo, che comunicano una purezza abbagliante. Nancy Newhall ha scritto che Weston usava la luce “come uno scalpello”, enfatizzando il gioco delle forme delle donne che posavano per lui. In base all’inquadratura, alla luce e alla composizione che Weston pre-immagina, i corpi nudi diventano contemporaneamente pura astrazione, architettura naturale e ovviamente intimità erotica, come quelli di Charis nuda nel deserto o i “nudi danzanti” in studio.
Attraversando le stanze di Camera Torino affollate di giovani che catturano con gli iPhone il memorabile Peperone N.30, le conchiglie, i meravigliosi canyon di arenaria della Death Valley, le risacche dei mari di Point Lobos, è chiara la portata dell’eredità della fotografia di Weston alla cultura visiva contemporanea. La sua visione unica e l’intensità del suo sguardo fanno sì che ogni fotografo che catturi la geometria nascosta in un oggetto comune celebri la sua memoria. Un omaggio in tal senso si è visto anche nella recente mostra “The New American West: Photography in Conversation” di Maryam Eisler e Alexei Riboud, dove gli scatti che i due fotografi hanno realizzato nel 2024 tra Arizona e Texas dialogano con foto storiche selezionate dall’archivio della Howard Greenberg Gallery, tra cui quelle di Paul Strand, Ansel Adams e, ovviamente, Edward Weston.
Maryam Eisler, londinese di origini iraniane, si è spinta oltre: nel 2017 ha viaggiato fino a Carmel, California, per visitare la casa dove Weston è morto e dove ora abita il nipote Kim, anche lui fotografo. Nella camera oscura dove sono ancora appesi al muro gli appunti con le formule chimiche scritte a mano per lo sviluppo delle straordinarie immagini che oggi tutti conosciamo, la fotografa ha vissuto una sorta di momento spirituale: “Qui Edward aveva stampato il famoso Nudo sulla soglia di Charis del 1936 (il manifesto della mostra di Torino) e Peperone N. 30”, racconta Eisler a Il Foglio, “Sul bordo del caminetto ho trovato i candelieri di terracotta messicana che Edward aveva portato dal Messico dopo aver lasciato Tina. Da allora vengono accesi per i raduni di famiglia e sono ancora lì, dritti e silenziosi, esattamente dove lui li aveva lasciati. Quei piccoli frammenti di storia mi hanno ricordato che l’arte non riguarda solo le immagini: riguarda le storie, gli oggetti, e le vite che continuano a risuonare attraverso di loro”. Quel viaggio e le foto che lei ha realizzato a Carmel, Big Sur e Point Lobos sono diventati la mostra e il libro “Imagining Tina: A Dialogue with Edward Weston”, dove le ombre e le luci e forse anche i fantasmi di Edward e Tina si incontrato sotto l’obiettivo della sua macchina fotografica.
Maryam Eisler ha visitato la casa in cui Weston è morto: “Ho trovato i candelieri che Edward aveva portato dal Messico dopo aver lasciato Tina”
Weston smette di fare foto nel 1947, quando scopre di essere affetto dal morbo di Parkinson, e dopo aver insegnato agli amatissimi figli Cole e Brett a stampare le sue foto secondo le sue rigorose formule. Il suo ultimo scatto “Rocce e ciottoli, Point Lobos” è del 1948. Muore dieci anni dopo all’età di 72 anni guardando lo stesso mare. Il suo amico e fotografo Ansel Adams dice, nel discorso commemorativo: “Edward non fotografava la natura. Fotografava la sua comprensione della natura. E quella comprensione era così profonda che le due cose diventarono indistinguibili”.
Dopo la commemorazione i quattro figli disperdono le sue ceneri tra le acque e le rocce e i ciottoli di Point Lobos, luogo a cui Edward Weston aveva dedicato la sua vita.
Dopo la commemorazione i quattro figli disperdono le sue ceneri tra le acque e le rocce e i ciottoli di Point Lobos, luogo a cui Edward Weston aveva dedicato la sua vita.