Arte
dal 29 aprile al 30 agosto •
Dentro la macchina. Così la mostra “Mechanical Kurds” al Macro di Roma racconta il lavoro umano dietro l'AI
L’artista tedesca Hito Steyerl mette in discussione l’idea di automazione totale costruendo un’istallazione video in cui intreccia immagini provenienti da un campo profughi nel Kurdistan iracheno e contenuti generativi per mostrare quanto l’intelligenza artificiale dipenda ancora dall’uomo
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Una macchina lavora, elabora, risponde. Ma basta avvicinarsi un poco perché l’illusione dell’autonomia si incrini: dietro l’intelligenza artificiale c’è spesso un lavoro umano invisibile che la rende possibile. È proprio questo cortocircuito tra automazione e manodopera nascosta che la mostra “Mechanical Kurds” dell’artista tedesca Hito Steyerl porta in primo piano, mettendo in discussione il mito dell’automazione.
Commissionata dal New Museum (dov’è attualmente esposta) e dal Jeu de Paume di Parigi, l’istallazione è stata presentata al Museo di arte contemporanea di Roma (Macro) e sarà visitabile dal 29 aprile al 30 agosto 2026. Si tratta di un video monocanale con elementi immersivi che intreccia immagini documentarie del campo profughi di Domiz, nel Kurdistan iracheno, e immagini generative. “Questa istallazione”, dice al Foglio la curatrice di Mechanical Kurds, Alice Labor, “è frutto di una ricerca più che decennale su questo tema da parte dell’artista, Hito Steyerl, che si è concentrata sull’esperienza dei lavoratori curdi che vivono all’interno del campo di Domiz – una zona piena di conflitti su diversi fronti – in cui questi lavoratori fantasma vengono assoldati da grandi aziende tecnologiche per eseguire un lavoro di classificazione su immagini o video per il riconoscimento di oggetti, persone o edifici. Questo lavoro viene poi utilizzato dai software su cui si basano le macchine a guida autonoma e i droni. Il paradosso è che gli stessi droni sono poi gli strumenti mortiferi che vengono usati per colpire le popolazioni curde, per volontà dello stato turco nella protezione del territorio confinante con l’Iraq”.
L’artista ha scelto di raccontare questa storia per mettere in luce realtà spesso rese invisibili e far riflettere sull’uso quotidiano dell’inntelligenza artificiale, uno strumento che impariamo a usare mentre, allo stesso tempo, si “modella” attraverso i nostri utilizzi. “Lo spettatore è parte del sistema: viene classificato dall’AI sia quando la utilizza, sia quando entra a far parte delle immagini che essa genera”, spiega Alice Labor.
Il titolo dell’opera rimanda al Turco Meccanico, un automa del XVIII secolo dalle sembianze umane in abiti ottomani, capace di battere a scacchi qualsiasi giocatore. Già allora ci si interrogava sulla possibilità di un pensiero autonomo delle macchine, ma la realtà dietro la maschera da robot era ben diversa: al suo interno si nascondeva un essere umano che ne controllava il funzionamento.
L’obiettivo non è quello di demonizzare questo tipo di tecnologie: al contrario, l’intelligenza artificiale stessa è stata utilizzata per creare l’opera. “Può sembrare una contraddizione ma è interessante vedere come il confine tra le immagini prodotte con l’intelligenza artificiale e le immagini riprese dall’artista all’interno del campo profughi si faccia sempre più sottile e come queste si mescolino fino a diventare indistinguibili le une dalle altre. Sono immagini che ci invitano a rimettere in discussione il valore che diamo a ciò che è reale e ciò che è virtuale, perché entrambe ci restituiscono una visione del mondo che abitiamo”, dice la curatrice della mostra.
Lo spettatore, dopo aver visto il video, è portato a riflettere sul ruolo ambivalente dell’intelligenza artificiale e sulle immagini prodotte dai sistemi digitali. In particolare, emerge l’idea che quelle immagini non siano semplici rappresentazioni visive, ma “immagini operative” che contengono e veicolano dati, e che possono essere utilizzate e manipolate all’interno dei processi tecnologici. “Mi viene in mente un termine che l’artista Hito Steyerl usa spesso: 'Damages', come unione del termine 'data' e 'images', ovvero delle immagini che racchiudono al loro interno dei dati. Sono quelle che lei chiama anche 'immagini operative', utilizzate e talvolta manipolate all’interno del suo lavoro”, dice Alice Labor.
L’arte contemporanea può aiutare effettivamente a riflettere sull’AI? Secondo la curatrice, “gli artisti contemporanei sono i primi a subire le conseguenze della produzione di immagini generative”. E aggiunge: “In questo caso, Hito Steyerl è una delle prime sperimentatrici di questi strumenti. Questo le ha permesso di far emergere le contraddizioni su cui si fondano e di problematizzare il loro utilizzo con uno scopo creativo che permette di porsi degli interrogativi sulla condizione delle immagini nell’epoca contemporanea”.