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Il contagio da Salvini

Andrea Mercenaro

Lo si critica perché i suoi spostamenti costituirebbero il privilegio negato ai normali cittadini. Ma l'epidemia del Capitano esiste da prima del coronavirus

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Ci mancherebbe anche che un dirigente politico come Matteo Salvini non potesse spostarsi liberamente da Milano a Roma, o da Milano a Palermo, o da Milano a dove accidenti gli pare, per fare il suo lavoro. Il quale consiste esattamente nel girare il paese, nell’avere rapporti col popolo e nel costruire una politica, la sua, certo, attingendo alle più diverse condizioni del territorio. Di tale banalissima ovvietà parlo solo perché, col virus concentrato in Lombardia (e lui lombardo è), qualche furbetto antileghista ha cercato di insinuare come i suoi spostamenti costituirebbero il privilegio negato ai normali cittadini. Motivo per cui, contagio alla mano, andrebbero negati. Ma questo è intollerabile. Prefigura l’abolizione del confronto. Del conflitto. Della democrazia. Suona particolarmente odioso nel momento in cui gli appelli all’unità si sprecano. Suona odiosissimo perché gioca il pericolo dell’indimostrato contagio via Salvini dietro una faziosità di schieramento. Sfondando una porta aperta, tra l’altro. Corona o no, quello stronzo ci sta infettando da un decennio.

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