La lezione di Lucio Dalla a Zingaretti

Andrea Marcenaro

Un’intervista finalmente emozionante, ricca, adeguata. La sensazione commovente che l’opposizione al disastro nazionale, così sbandata, tanto rassegnata fino a ieri, abbia trovato il suo leader. Sollecitato da Giovanna Casadio di Repubblica, Nicola Zingaretti ha convinto. In questa Europa assalita dai nazionalismi e dalle paure aggressive, egli ha individuato immediatamente il pericolo principale: Macron e le sue viscide élite. Ha capito al volo che i tempi pretendono una cosa sopra ogni altra: l’unità a sinistra. Ha attaccato senza tentennare il leaderismo solitario dei Renzi. Ha evitato, dando prova di una sensibilità politica di cui si era persa memoria, di indicare il Venezuela di Maduro come riferimento ideale e di programma. Ripartirà dai deboli, dai poveri, ancorerà il partito alle periferie più disperate. Nazionalizzare? Attenzione a privatizzare, ha trovato la vèrve per rispondere lui. Vecchia scuola, però scattante, viva. “Piazza Grande”, così chiamerà la campagna che lo proietterà verso la segreteria. Piazza Grande, come Lucio Dalla. Il quale, mai dimenticarlo, con “Disperato erotico stomp” aveva poi voluto ricordare a tutti, forse perfino a Zingaretti, di quella notte in cui aveva girato e rigirato senza costrutto per Piazza Grande a caccia di eccitanti avventure. Alla fine era tornato casa. Rimasto in mutande, si era steso sul divano, e chiusi un poco gli occhi, dolcemente, intendiamoci, molto dolcemente, aveva fatto partire la sua mano.

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