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Barbara De Rossi: "Ho vissuto un amore tossico, sono stata vittima di maltrattamenti"

(Adnkronos) - Barbara De Rossi è ospite di Nunzia De Girolamo a Ciao Maschio, su Rai 1 nella puntata in onda sabato 24 ottobre dalle 17.05. Nel corso della puntata l’attrice racconta la propria esperienza di maltrattamenti all’interno di una relazione tossica e riflette sui meccanismi della manipolazione, spiegando come il suo impegno contro la violenza sulle donne non l’abbia messa al riparo dal trovarsi coinvolta in prima persona. Quando Nunzia De Girolamo le domanda se abbia vissuto un amore tossico, Barbara De Rossi risponde: "Sì, io ho vissuto un amore tossico tanti anni fa, ne sono uscita a fatica, è stata un’esperienza della mia vita molto dura, difficile". 

L’attrice ricorda il suo impegno iniziato molto prima che questi temi trovassero spazio in televisione: "Io mi occupo di maltrattamenti e di violenza contro le donne dall’89, da quando ancora non c’erano le trasmissioni". Racconta il lavoro di un’associazione attiva nel comprendere le dinamiche della violenza, sottolineando come quella consapevolezza non sia bastata a proteggerla. De Rossi si sofferma sul coinvolgimento affettivo e sulla capacità di manipolare di alcuni partner: "Le persone si innamorano, e si innamorano magari delle persone sbagliate, o di persone che sanno manipolare". Persone capaci di individuare e sfruttare la disponibilità dell’altro, scegliendo, nelle parole dell’attrice, "le persone che sono magari più… non fragili, non deboli, anzi, le persone più generose". È in questo contesto che richiama la convinzione di poter salvare o cambiare il proprio compagno: "Quelle che hanno un grande senso della Croce Rossa, non so come dirti, lo cambierò, ti aiuto, sono qua". 

L’intervista affronta anche il rapporto con il padre e un’adolescenza segnata dalla gelosia degli uomini di casa: "Io avevo papà e due fratelli maschi molto gelosi, quindi a me era permesso uscire la domenica pomeriggio con i miei fratelli". Poi racconta:"Quando è cominciato a crescere il seno io ho finito di uscire di casa". 

23 ott 2026

Milan, solidarietà a Maignan dopo gli insulti razzisti: "Condanniamo ogni forma di discriminazione"

23 ott 2026

Sanremo 2027, Morgan: "Stefano De Martino? E' un ottimo ballerino..."

(Adnkronos) - "Qual è l'unica cosa che manca a Sanremo? La musica. Mi piange il cuore e sono stanco di vedere umiliato l'unico spazio nazionale a disposizione per fare la canzone. Il prossimo conduttore del festival Stefano De Martino? È un ottimo ballerino". A parlare è Marco Castoldi, in arte Morgan, in occasione della presentazione del documentario a lui dedicato 'Non importa dove' di Francesco Fei e Consuelo Moschella, in anteprima alla Festa del Cinema di Roma.  

Un rapporto conflittuale, quello tra Morgan e il festival, soprattutto dopo l'edizione del 2020, quando partecipò in coppia con Bugo con il brano 'Sincero'. Durante un'esibizione sul palco dell'Ariston, l'artista modificò il testo della canzone inserendo versi polemici rivolti al collega, all'anagrafe Cristian Bugatti. Spiazzato dall'accaduto, Bugo abbandonò il palco, provocando l'immediata squalifica della coppia dalla competizione. "Perché la Rai o lo Stato, come servizio pubblico, non lo prendono seriamente? Perché non hanno la capacità di capire che Sanremo è una cosa bella? Perché lo trattano così male?", si chiede l'artista continuando: Quelli che non sanno cosa siano le canzoni non possono dirigere un festival della canzone. Così come quelli che non capiscono cosa significhi un'orchestra non possono mettersi a dirigere il festival della musica che si fa con l'orchestra. Io non vado a dirigere un campionato sportivo. Ci sono molte persone che si intendono di sport, così come di musica, e io sono tra questi, ma ce ne sono tantissimi altri. Sanremo è un'occasione perduta ormai da troppi anni". 

Per Morgan "se capissero l'importanza culturale di Sanremo, ci metterebbero dentro la competenza, la ricchezza dell'arte e della musica italiana. Noi che siamo quelli che hanno Vivaldi, Verdi, siamo gli inventori dell'opera e della lingua della musica. Si dice 'fortissimo', 'tempo', 'maestro' in tutto il mondo. Anche in America, quando dirigi un'orchestra, devi dire 'tempo' e non 'time'. La musica parla italiano in tutto il mondo e noi siamo qui a farci prendere per il c**o. Da chi? Da chi non la conosce?". Sul valore del festival, aggiunge: "Io do importanza a Sanremo. Innanzitutto è un concorso statale. È una delle poche occasioni in cui la televisione si concentra su quella che si chiama canzone. Io ho a cuore la canzone. La canzone, come forma della musica, per me è una delle più importanti. È come Natale: perché l'Italia da tanti anni, da quasi un secolo, si riunisce davanti alla tv per guardare il festival. Pasqua è meno potente. Sanremo è veramente radicato nella famiglia, nella cultura e nella tradizione italiana".  

Il festival, sottolinea Morgan, "è il più grande programma televisivo che fa ascolti nonostante i vari direttori artistici si fregino degli ascolti. Sappiano che non dipende da loro. Così come non è grazie al panettone che è seguito il Natale, così come non è grazie ai conduttori, ai presentatori e ai direttori che è seguito Sanremo. Sanremo è un'istituzione che va al di là di chi temporaneamente transita lì dentro, come un ministero. C'è il ministro, poi dopo se ne va e ne arriva un altro, ma il ministero rimane". E sul prossimo conduttore di Sanremo, Stefano De Martino, dice: "È un ottimo ballerino, io l'ho conosciuto come ballerino, mi ricordo veniva a casa mia a insegnarmi dei passi perché quando facevo 'X Factor' ogni tanto avevo dei balletti da fare. Allora mi mandavano De Martino come insegnante". Infine, un ricordo personale: "Sanremo è bellissimo, lo guardavo sempre con Battiato. Noi avevamo una passione e le serate più divertenti erano sentire quante gliene diceva dietro. In quell'edizione con Bonolis, a un certo punto si presenta Vasco... non posso dire quello che disse Battiato. Ma è stato divertente, commentava il look", conclude. 

23 ott 2026

Apprensione in casa Bayern, malore per il tecnico Kompany: trasportato d'urgenza in ospedale

(Adnkronos) - Preoccupazione in casa Bayern Monaco per le condizioni dell'allenatore Vincent Kompany. Il 40enne tecnico belga è collassato per un malore mentre seguiva l'allenamento di oggi della seconda squadra ed è stato portato in ospedale a Monaco di Baviera. L'allenatore aveva già attraversato giorni complicati a causa di un’infezione virale che ne aveva compromesso lo stato fisico. I primi segnali di malessere erano emersi dopo il successo in Bundesliga per 6-1 contro il Lipsia, quando aveva rinunciato alle consuete dichiarazioni post-partita. In seguito, Kompany aveva disertato alcune sedute di allenamento per effettuare controlli medici. 

La sua assenza si era fatta sentire anche alla vigilia della gara con l’Arsenal di Champions League, quando in conferenza stampa era intervenuto il vice Aaron Danks. Lo staff aveva invitato alla prudenza, evidenziando l’importanza di rispettare i tempi di recupero. Nonostante le difficoltà, l’allenatore era poi riuscito a tornare in panchina per affrontare i Gunner. Dopo la partita, aveva spiegato di essere stato colpito da un virus particolarmente intenso e di aver inizialmente sottovalutato i sintomi. 

Il Bayern ha poi diffuso una nota sulle condizioni di salute del proprio allenatore. "Venerdì, in seguito a un malore occorso durante l'allenamento della seconda squadra del Bayern Monaco, Vincent Kompany è dovuto ricorrere a cure mediche. L'allenatore della prima squadra stava assistendo alla seduta di allenamento della formazione riserve. Kompany verrà sottoposto ad accertamenti approfonditi in ospedale e rimarrà sotto osservazione medica. Fino a nuovo ordine, la gestione degli allenamenti e delle partite sarà affidata al suo staff tecnico". Sulle condizioni di Kompany è intervenuto anche il direttore sportivo Max Eberl: "La salute di Vincent Kompany ha la massima priorità per noi. Faremo tutto il possibile affinché si riprenda rapidamente. Riceverà tutte le cure mediche e il supporto necessari, nonché tutto il tempo di cui ha bisogno. Il suo staff tecnico, di cui ci fidiamo pienamente, assumerà le sue responsabilità. Tutti noi al Bayern auguriamo a Vinnie una rapida guarigione".  

23 ott 2026

Morto Ryu Murakami, addio all'enfant terrible della letteratura giapponese: aveva 74 anni

(Adnkronos) - Lo scrittore giapponese Ryu Murakami, tra le voci più provocatorie della letteratura contemporanea del suo Paese, celebre per romanzi come "Blu quasi trasparente" (Atmosphere Libri) e "Tokyo decadence" (Mondadori), che ha raccontato il lato oscuro della società nipponica, tra trasgressione, violenza e disagio giovanile, è morto all'età di 74 anni il 17 ottobre nella propria abitazione a Tokyo. La notizia della scomparsa è stata comunicata oggi, venerdì 23 ottobre, dalla casa editrice Gentosha. I funerali si sono svolti in forma privata, con una cerimonia riservata ai familiari. 

Nato il 19 febbraio 1952 a Sasebo, nella prefettura di Nagasaki, Murakami aveva conquistato la notorietà nel 1976 con "Blu quasi trasparente", romanzo d’esordio che affrontava senza filtri il consumo di droghe e la promiscuità tra i giovani giapponesi. L’opera vinse il premio Gunzo per esordienti e il prestigioso premio Akutagawa, imponendo l’autore all’attenzione della critica e del pubblico: primo a cogliere l’essenza della nuova contemporaneità e a nascere sotto l’influenza di cinema, musica e letteratura occidentali degli anni ’60 e ’70, è un punto di riferimento imprescindibile nella storia recente della letteratura giapponese 

La sua scrittura, caratterizzata da atmosfere dure e da una rappresentazione esplicita delle contraddizioni sociali, gli valse la definizione di 'enfant terrible' della letteratura nipponica. Nel 1980 pubblicò "Coin Locker Babies", storia di due bambini abbandonati alla nascita che diventano protagonisti di un percorso segnato da alienazione e violenza. Il romanzo ottenne il premio Noma per nuovi autori nel 1981. Nel corso della sua carriera Murakami ha esplorato i temi della solitudine, della ribellione, del desiderio e della disgregazione dei rapporti umani. Tra le sue opere più note figurano "69. Sixty-nine", manifesto di una gioventù che sogna a ritmo di cinema d’autore e rock and roll," Audition", psico-thriller mozzafiato, "Esodo nel paese della speranza", sulla globalizzazione e i suoi pericoli, "Piercing", "Tokyo Soup", "I grandi successi dell'era Showa", "Love & Pop". In italiano la sua opera è tradotta da Atmosphere Libri. 

 

Ryu Murakami si è dedicato anche alla musica e al cinema, suonando la batteria in un gruppo rock, scrivendo diverse sceneggiature e firmando la regia di alcuni film tratti dai suoi romanzi. Ha diretto i film tratti dai suoi libri "Blu quasi trasparente", (1979), "Bene amico" (1983), "Raffles Hotel" (1989), "Tokyo Decadence" (1991) e "Because of You" (2000). Le sue opere hanno inoltre ispirato film realizzati da altri cineasti, tra cui "Audition" (1999) di Takashi Miike, "Love & Pop" (1996) di Hideaki Anno, "69" (2004) di Lee Sang-il e "Piercing" (2018) di Nicolas Pesce. 

Saggista e osservatore della società contemporanea, Murakami ha affrontato anche questioni economiche e culturali, mantenendo al centro della propria ricerca le trasformazioni del Giappone e le inquietudini delle nuove generazioni. 

Una curiosità: Ryu Murakam non era imparentato né con lo scrittore Haruki Murakami, da tempo candidato al Premio Nobel della Letteratura, né con l'artista Takashi Murakami. (di Paolo Martini) 

23 ott 2026

Eni estende il tetto al prezzo dei carburanti per tutto l'anno

(Adnkronos) - Eni ha deciso di estendere il price cap sui carburanti per tutto l'anno. "Confermiamo che manterremo il concetto di price cap fino a fine anno. Per quando riguarda il suo livello, attualmente a 2,25 euro per il gasolio e a 1,99 euro per la benzina (come annunciato a inizio ottobre), monitoreremo le dinamiche di mercato e di prezzo, nonché le forniture effettivamente disponibili in rapporto alla nostra struttura logistica, per valutarlo nel corso del periodo". Lo ha affermato l'ad, Claudio Descalzi. L'ad ha annunciato, in un colloquio con alcuni quotidiani l'allungamento del tetto al prezzo del carburante per tutto l'anno, come confermato da un portavoce dell'Eni all'Adnkronos.  

“Per noi fare impresa significa gestire una strategia volta a perseguire un valore sostenibile e a lungo termine. Crediamo che le aziende abbiano una responsabilità sociale, non possiamo vivere in una sorta di bolla al di fuori del mondo reale. Quindi vogliamo e dobbiamo essere realistici e pensare che sostenere i clienti sia una priorità per un’azienda che si occupa di un bisogno fondamentale com’è l’energia. Per questo abbiamo deciso di introdurre un tetto massimo alle nostre vendite di benzina e diesel”, ha affermato Francesco Gattei, Chief Transition & Financial Officer di Eni, nella call con gli investitori sui conti del terzo trimestre 2026. “Si tratta – ha spiegato – di un limite che verrà rivalutato periodicamente. In termini di stime, riteniamo che, nelle attuali condizioni di mercato e ipotizzando il livello osservato finora, l’impatto in un trimestre si attesterà nell’ordine di alcune centinaia di milioni. Questa è, quindi, la logica alla base della nostra decisione e l’entità dell’impatto”. 

Intanto i presidenti dei gruppi di opposizione al Senato Francesco Boccia (Pd), Luca Pirondini (M5S), Peppe De Cristofaro (Avs) e Raffaella Paita (IV) hanno scritto una lettera al presidente del Senato Ignazio La Russa per chiedergli di calendarizzare al più presto comunicazioni urgenti del ministro dei Trasporti Matteo Salvini perché “il decreto legge appena approvato dal governo non offre una risposta all’altezza della situazione”, così come le modalità scelte dal ministro stesso per gestire l’emergenza. 

“La protesta degli autotrasportatori che sta attraversando il Mezzogiorno - scrivono i senatori delle opposizioni - rende evidente una crisi che migliaia di lavoratori e imprese denunciano da tempo. Il decreto-legge appena approvato dal Governo non offre, a nostro giudizio, una risposta all’altezza della situazione. Le risorse aggiuntive arrivano dopo settimane di rincari e proteste; la nuova copertura del credito d’imposta si arresta al 5 ottobre, mentre i costi continuano a crescere. La possibilità di utilizzare i crediti fiscali anche nel 2027 non risolve il problema di chi deve pagare oggi carburante, personale e rate dei mezzi. Restano inoltre senza una risposta convincente la sostenibilità delle tariffe e le prospettive di rinnovo del parco veicoli". 

"Siamo consapevoli delle conseguenze che i blocchi producono sulla vita dei cittadini, sulle attività produttive e sui servizi essenziali. Ma il richiamo all’ordine pubblico, da solo, non può prendere il posto di una risposta alle ragioni della protesta. La scelta del ministro Salvini di condurre il confronto dalla Prefettura di Milano, mentre la crisi investe direttamente Campania, Puglia, Calabria, Basilicata, Molise e Sicilia, restituisce la distanza che si è creata tra il Governo e la realtà dei problemi del Paese", proseguono. 

23 ott 2026

Curigliano (Esmo): "L'Europa non rallenti la ricerca"

(Adnkronos) - "L'Europa deve proteggere il proprio ruolo nella ricerca oncologica e garantire che le politiche di contenimento dei prezzi dei farmaci non si traducano in una riduzione delle sperimentazioni cliniche". È l'appello di Giuseppe Curigliano, presidente eletto della Società europea di oncologia medica (Esmo), che in apertura del congresso della Società europa di oncologia medica (Esmo) 2026, in corso a Madrid, chiede un confronto tra tutti i principali attori del settore "per affrontare il calo delle attivazioni dei trial clinici, cioè degli studi che permettono di valutare l'efficacia e la sicurezza di nuove terapie". "Una variazione dei prezzi dei farmaci non può avere un impatto sul numero di studi clinici in Europa", sottolinea Curigliano, evidenziando "la necessità di intervenire rapidamente per invertire questa tendenza". L'Europa, ricorda, "ha dato un contributo fondamentale allo sviluppo di nuove cure oncologiche e continua a essere un punto di riferimento internazionale". A sostegno di questa affermazione, lo specialista richiama i risultati presentati negli ultimi 5 anni ai principali congressi oncologici internazionali, come quelli dell'Asco (Società americana di oncologia clinica) e dell'Esmo, "dove la ricerca europea ha avuto un ruolo di primo piano nello sviluppo di trattamenti capaci di cambiare la pratica clinica".  

Un altro tema centrale è l'accesso ai farmaci innovativi. "La posizione dell'Esmo", spiega Curigliano, "si basa sul valore delle terapie: la priorità deve essere data ai trattamenti che producono benefici clinici significativi per i pazienti, sia nelle fasi iniziali della malattia sia quando il tumore è in fase metastatica. Per valutare questo beneficio, Esmo utilizza anche la Magnitude of Clinical Benefit Scale, uno strumento che aiuta a misurare quanto un nuovo trattamento migliori concretamente gli esiti per i pazienti". La necessità di scegliere le terapie sulla base del loro valore, tuttavia, "non deve tradursi in ritardi nell'accesso alle cure, né in una diminuzione delle opportunità di partecipare agli studi clinici". Per questo, secondo l'oncologo, "occorre agire su due fronti: semplificare le procedure regolatorie europee, così da evitare tempi troppo lunghi per avviare una sperimentazione, e sensibilizzare i governi e le istituzioni nazionali sull'importanza strategica della ricerca" osserva. 

"Fare ricerca significa garantire ai nostri pazienti l'accesso all'innovazione" rimarca Curigliano. Ma i benefici non si limitano alle nuove possibilità di cura: "Gli studi clinici possono contribuire anche a un uso più efficiente delle risorse del Servizio sanitario nazionale e rafforzano la visibilità e la competitività della comunità scientifica italiana. L'obiettivo", conclude il presidente eletto dell'Esmo, è quindi "trovare un equilibrio tra sostenibilità economica, accesso alle terapie e capacità dell'Europa di continuare a produrre innovazione oncologica". 

23 ott 2026

Sanità, Fism: "Risultati su liste d'attesa in miglioramento, ora consolidare i progressi"

(Adnkronos) - Il bollettino Agenas sulle liste d'attesa, aggiornato al 30 settembre 2026, rileva un andamento positivo rispetto allo stesso periodo del 2025. Le prenotazioni passano da 19,7 a 21,8 milioni. Il rispetto dei tempi di garanzia sale dal 76,9% al 78,6% per le prime visite e dall'83,3% all'85% per gli esami diagnostici, con miglioramenti anche per le prestazioni urgenti e brevi. "I dati mostrano progressi, ma anche la necessità di mantenere alta l'attenzione sui territori che presentano maggiori difficoltà. Ridurre le disuguaglianze nell'accesso alle cure richiede un coordinamento costante con le Regioni, oltre a un lavoro su capacità di offerta, appropriatezza prescrittiva e presa in carico continuativa, distinguendo correttamente primi accessi e follow-up", osserva la Fism, Federazione delle società medico-scientifiche Italiane, in una nota. "Il quadro, però, non è uniforme. La risonanza magnetica del tronco encefalico è l'unica prestazione monitorata in calo (dall'84,8% all'82,4%) e le prenotazioni prossime alla soglia di garanzia aumentano da 795 mila a 858 mila. Marcata è anche la variabilità tra Regioni, ad esempio nell'uso della classe di priorità P (programmabile entro 120 giorni), pari al 34,9% a livello nazionale", precisa la Fism.  

"I dati mostrano progressi, ma anche la necessità di mantenere alta l'attenzione sui territori che presentano maggiori difficoltà. Ridurre le disuguaglianze nell'accesso alle cure richiede un coordinamento costante con le Regioni, oltre a un lavoro su capacità di offerta, appropriatezza prescrittiva e presa in carico continuativa, distinguendo correttamente primi accessi e follow-up", osserva la Fism. Le società medico-scientifiche "possono contribuire con le proprie competenze all'aggiornamento dei criteri di priorità, alla definizione di quesiti diagnostici appropriati e alla diffusione di buone pratiche - suggerisce la Federazione - Un confronto stabile tra istituzioni, Regioni e comunità scientifica sarà essenziale nell'attuazione del Piano nazionale di governo delle liste di attesa 2026-2028, che dal primo gennaio 2027 amplierà da 55 a 114 le prestazioni monitorate". 

La Fism conferma "la propria disponibilità a favorire il coordinamento tra società scientifiche, Regioni e istituzioni, affinché i dati si traducano in interventi verificabili e in percorsi di cura più tempestivi ed equi in tutto il Paese". 

23 ott 2026

Cancro al seno, De Laurentiis (Pascale): "Con ribociclib più chance di guarigione"

(Adnkronos) - "In Italia, ogni anno, si registrano circa 55mila nuovi casi di tumore al seno, una malattia che colpisce quasi esclusivamente le donne. Di questi casi, circa 35mila sono tumori sensibili agli ormoni, in particolare agli estrogeni. Per almeno 15mila donne con questa forma di tumore, il rischio che la malattia si ripresenti è moderato o elevato, anche a distanza di 20 o 30 anni dalla diagnosi. Oggi, però, sono disponibili nuove terapie che possono ridurre questo rischio e aumentare le possibilità di guarigione". Lo ha detto Michelino De Laurentiis, direttore del Dipartimento di Oncologia senologica e toraco-polmonare, Istituto nazionale Tumori Irccs Fondazione G. Pascale di Napoli al congresso 2026 della European Society for Medical Oncology in corso a Madrid.  

Tra le novità presentate all’Esmo, "ci sono i risultati aggiornati dello studio 'Natalee', che ha valutato l'efficacia di ribociclib, un farmaco che agisce sulle proteine coinvolte nella crescita e nella moltiplicazione delle cellule tumorali. Aggiunto alla terapia ormonale, trattamento di riferimento per queste pazienti, il ribociclib - spiega De Laurentiis - viene somministrato per i primi tre anni di cura". I risultati aggiornati dello studio, secondo quanto illustrato in apertura dei lavori, "mostrano che questa combinazione non solo riduce il rischio che il tumore si ripresenti nel tempo, ma potrebbe anche diminuire il rischio di morire a causa della malattia" aggiunge l’oncologo. 

Per De Laurentiis "è un risultato straordinario, che aspettavamo da alcuni anni. I dati precedenti dello studio 'Natalee' avevano già dimostrato la capacità del ribociclib di ridurre il rischio di recidiva, cioè la ricomparsa del tumore". I "nuovi risultati rafforzano queste evidenze, indicando un possibile beneficio anche sulla sopravvivenza delle pazienti e sulle loro possibilità di guarigione a lungo termine", conclude. 

23 ott 2026

Maggiori: “Trump ha scioccato più l’Europa della Cina. Il vecchio equilibrio con gli Usa è finito”

(Adnkronos) - Non è la fine della globalizzazione. È qualcosa di più profondo: una riscrittura della mappa delle dipendenze che per decenni abbiamo considerato soltanto come il prodotto efficiente della specializzazione internazionale. Un chip, una rete di pagamenti, un magnete al neodimio, un servizio cloud non valgono più soltanto per ciò che producono o per quanto costano, ma per il potere che attribuiscono a chi li controlla e per la vulnerabilità che creano in chi ne dipende. 

È su questo confine, sempre meno netto, tra economia e geopolitica che lavora Matteo Maggiori, professore di Finanza alla Stanford Graduate School of Business, senior fellow allo Stanford Institute for Economic Policy Research e cofondatore del Global Capital Allocation Project. La sua ricerca, nata dallo studio della finanza internazionale, dei flussi di capitale, delle valute di riserva e del ruolo del dollaro, negli ultimi anni si è spostata sempre più decisamente verso la geoeconomia: il modo in cui gli Stati trasformano relazioni economiche apparentemente ordinarie in strumenti di influenza e coercizione. 

Con Christopher Clayton e Jesse Schreger, Maggiori ha costruito un’architettura teorica del fenomeno. In The Great Game: A Model of Geoeconomic Competition, due egemoni continuano a commerciare tra loro mentre cercano contemporaneamente di impedire che il rivale diventi un’alternativa credibile per il resto del mondo: il profitto di una relazione economica viene così continuamente pesato contro il potere geopolitico che quella stessa relazione può consegnare all’avversario. 

Maggiori è in questi giorni a Torino per il Festival Internazionale dell’Economia. Al Collegio Carlo Alberto tiene la Pareto Lecture dedicata alla “Geoeconomics”: è da qui che parte anche la conversazione con l'Adnkronos. 

Si parla continuamente di deglobalizzazione, decoupling, friend-shoring. Stiamo davvero assistendo alla fine della globalizzazione?  

“No. È un cambiamento molto più sottile. Se guardiamo i dati del commercio internazionale non vediamo semplicemente un mondo che smette di commerciare: siamo ancora su livelli molto elevati. Quello che vediamo è piuttosto un reassessment, una riconsiderazione della natura della globalizzazione e soprattutto delle dipendenze economiche. 

Per l’Europa questo è fondamentale. E lo shock, a mio avviso, non è arrivato soltanto o soprattutto dalla Cina: è arrivato dagli Stati Uniti. 

Prendiamo i sistemi di pagamento. Sono un classico esempio di un sistema nel quale vuoi stare perché ci sono tutti gli altri, un po’ come avviene con un social network. Negli acquisti retail in Europa utilizziamo in larga misura Visa e Mastercard. A livello internazionale abbiamo Swift. La domanda che dieci anni fa quasi nessuno si sarebbe posto oggi diventa invece naturale: quanto vogliamo dipendere da infrastrutture che possono essere sottoposte all’influenza di un altro Paese? 

Da qui vengono iniziative come l’euro digitale o il tentativo di connettere maggiormente i sistemi europei di pagamento wholesale con quelli di Paesi come Brasile e India. E lo stesso ragionamento vale per aziende come Asml, che si trova in un nodo essenziale della catena mondiale dei semiconduttori. 

Per decenni abbiamo spiegato il vantaggio della globalizzazione attraverso la specializzazione: io faccio una cosa, tu un’altra, diventiamo entrambi molto bravi e poi commerciamo. È il classico argomento economico. Adesso bisogna aggiungere una domanda: cosa succede se un giorno la controparte ti dice che quella cosa non te la vende più, a nessun prezzo? 

Molte produzioni si possono ricreare abbastanza rapidamente. Altre no. Non si costruisce dall’oggi al domani un sistema internazionale di pagamenti o una capacità produttiva di semiconduttori avanzati. È qui che emerge il trade-off fra il vantaggio della specializzazione e il valore della sicurezza economica”. 

Ma questo porterà davvero alla formazione di due sistemi economici, uno occidentale e uno cinese?  

“Qui bisogna partire dall’importanza degli alleati. Gli Stati Uniti sono un Paese enorme e hanno un potere economico molto forte, ma in molti settori, per esercitare una vera pressione su Paesi terzi, hanno bisogno dell’Europa, del Regno Unito, della Corea, dell’Australia. 

Pensiamo alle sanzioni finanziarie: senza i grandi centri finanziari europei e britannici la loro efficacia potrebbe essere enormemente ridotta. Pensiamo ai semiconduttori: ci sono tecnologie essenziali in Europa e altre in Corea. Per esercitare e mantenere potere geoeconomico serve quindi una rete di alleanze. 

Per questo, se l’obiettivo americano è competere con la Cina, distruggere l’alleanza transatlantica o introdurre una forte incertezza al suo interno è probabilmente una delle politiche economiche meno sensate che si possano perseguire. 

Allo stesso tempo, non vedo una semplice scomparsa del commercio. Il rapporto tra importazioni ed esportazioni e Pil mondiale, dopo il grande aumento dei decenni precedenti al 2008, si è sostanzialmente stabilizzato. E in questa fase il boom dell’AI sta addirittura alimentando molto commercio internazionale, perché la sua manifattura e le sue infrastrutture sono distribuite attraverso molti Paesi. 

Quindi il cambiamento strutturale non sarà necessariamente meno globalizzazione. Sarà una globalizzazione diversa: una rotazione delle attività, delle catene del valore e delle dipendenze”. 

Il problema, però, è stabilire che cosa sia davvero strategico. Ormai qualunque industria in difficoltà tende a definirsi tale.  

“Ed è esattamente il rischio. La maggior parte delle industrie non è strategica. Una delle ragioni per cui facciamo questa ricerca è proprio cercare di dare disciplina al concetto. Altrimenti il meccanismo diventa molto semplice: sei un’impresa europea che non riesce a competere e chiedi protezione dicendo che, se chiudi, arrivano i cinesi. Ma a un economista interessano anzitutto le persone, non tenere in vita qualsiasi azienda. Se una chiusura provoca uno shock molto rapido e concentrato su lavoratori che hanno poche alternative, esistono ottime ragioni per politiche di sostegno e riqualificazione. È diverso dal dire che quella specifica impresa debba sopravvivere. 

Perché un settore sia davvero strategico vedo almeno tre caratteristiche. 

La prima è un fortissimo controllo dell’offerta. Se qualcuno mi dice ‘non te lo vendo più’, devo domandarmi se esiste un altro fornitore. Controllare il 95% di qualcosa è molto diverso dal controllarne il 50%. 

La seconda è la difficoltà tecnologica di ricreare l’alternativa. È una delle ragioni per cui Asml conta così tanto. Ricostruire certe capacità richiede anni, tecnologia e competenze che non si comprano semplicemente mettendo denaro sul tavolo. 

La terza è l’importanza del settore per tutto il resto dell’economia. I sistemi di pagamento sono strategici perché bloccare le transazioni ha un effetto trasversale enorme. Lo stesso non vale per la stragrande maggioranza dei beni che commerciamo. 

Quindi dobbiamo smettere di utilizzare ‘strategico’ come una categoria binaria o come un’etichetta politica. È una questione quantitativa”. 

Prendiamo casi concreti: pannelli solari, pale eoliche, batterie, in poche parole energia verde. L’Europa dovrebbe accettare di comprare prodotti cinesi molto più economici oppure investire (e pagare prezzi più alti) per ricostruire una propria industria?  

“Bisogna prima capire quale sia esattamente la dipendenza. Se domani la Cina smettesse di venderci pannelli solari, quelli che abbiamo già installato continuerebbero a produrre energia. È diverso dal petrolio: il petrolio si consuma e, se smettono di vendertelo, hai soltanto le riserve disponibili. 

Questo è importante perché la risposta alla dipendenza non deve essere necessariamente: produciamo tutto in casa. Puoi avere scorte strategiche. Puoi installare una capacità maggiore. Puoi diversificare i fornitori. 

La transizione verso le energie rinnovabili, tra l’altro, può avere anche un beneficio di indipendenza economica per l’Europa. Noi non abbiamo abbastanza petrolio o gas naturale, mentre possiamo produrre eolico e fotovoltaico. Questa è una buona ragione per creare capacità. 

Ma dobbiamo abbandonare l’idea che l’Europa debba essere in grado di produrre tutto, o che la semplice esistenza di un concorrente straniero molto efficiente costituisca automaticamente una minaccia geostrategica. Lo dice qualcuno che dedica gran parte della propria ricerca proprio a dimostrare che alcune dipendenze geoeconomiche esistono. Ma da questo a sostenere che ogni Paese debba avere la propria acciaieria c’è una distanza enorme”. 

E allora come dovrebbe funzionare una politica industriale europea?  

“Il primo principio dovrebbe essere: sussidiare un settore, non un’azienda. 

Se decidiamo che una certa tecnologia è davvero strategica, possiamo creare incentivi affinché in quel settore emerga capacità europea. Ma poi deve esserci una competizione molto forte tra le imprese e dobbiamo accettare che vinca quella migliore. 

E questo, politicamente, per l’Europa è difficile. Immaginiamo che finanziamo un settore strategico e alla fine tutte le aziende che vincono siano tedesche. Quanto ci mettiamo prima di tornare a dire: allora ne vogliamo una italiana, una spagnola, una francese? 

A quel punto siamo di nuovo alla politica dei campioni nazionali. E quella politica non ha funzionato. 

Negli Stati Uniti questo problema è meno forte. Se si finanzia l’industria dei chip e molte fabbriche finiscono in Texas, il sistema politico riesce ad assorbirlo. In Europa dobbiamo essere capaci di pensare davvero a una politica industriale europea, non a ventisette politiche industriali nazionali coordinate attraverso Bruxelles”. 

Sull’AI la questione diventa ancora più delicata. L’Europa parla di gigafactory, sovranità tecnologica, un proprio stack. È realistico inseguire Stati Uniti e Cina lungo tutta la catena?  

“Qui distinguerei almeno tre cose. 

La prima: siamo davanti a una tecnologia che cambia con una velocità enorme. Ogni sei mesi scopriamo nuovi utilizzi e nuove possibilità. Pensare che un’amministrazione pubblica possa decidere dall’alto quale tecnologia o quale specifica impresa vincerà mi sembra abbastanza folle. 

Lo Stato può creare incentivi, infrastrutture, condizioni fiscali e regolamentari che favoriscano il settore. Ma l’innovazione deve avvenire attraverso una fortissima competizione privata. 

La seconda distinzione è tra il training dei frontier models e l’inference, cioè l’utilizzo dei modelli. 

Addestrare i modelli alla frontiera richiede investimenti enormi ed è, almeno nelle condizioni attuali, un obiettivo molto difficile per l’Europa. Ma gran parte dell'impatto dell’AI sulla produttività e sull’economia reale, e una parte importante delle questioni di sovranità, hanno a che fare con l’inference e quindi con l’adozione. Quello costa molto meno. 

Al momento esistono inoltre modelli open-weight, americani e cinesi, che possono essere trasferiti e utilizzati in Europa e che rimangono relativamente vicini alla frontiera. Non sappiamo se sarà così per sempre. 

Per questo una strategia europea realistica potrebbe essere costruire una grande infrastruttura di inference, fare in modo che i dati possano rimanere nei data center europei e soprattutto favorire un’adozione dell’AI molto più diffusa. 

Mi sembra più sensato che decidere di creare per decreto una società europea che faccia concorrenza ai grandi cloud americani e finire, come diceva De André, con lo Stato che ‘si impegna, si indigna e poi getta la spugna con gran dignità’”. 

Resta però il problema della capacità computazionale e dei data center.  

“Quello è un problema vero. Ma lì esiste anche molta politica economica relativamente concreta da fare. 

Bisogna rendere possibile costruire. I rapporti di Letta e Draghi hanno posto questioni importanti sull’integrazione dei mercati europei. Non possiamo lamentarci di non avere infrastrutture computazionali e contemporaneamente rendere quasi impossibile costruire un data center per problemi regolamentari, energetici, amministrativi o legati al lavoro. 

L’Europa è grande e ha la capacità di farlo. 

E dobbiamo lasciare anche qui spazio all’innovazione privata, perché oggi non sappiamo quale sarà il data center ottimale fra due o tre anni. Quel rischio deve assumerlo l’investitore. Il compito della politica è non creare condizioni che impediscano all’investimento di avvenire per poi lamentarsi che il settore privato non investe”. 

Parliamo di Unione dei risparmi e degli investimenti. Vivendo a Stanford, a pochi passi dall’ecosistema del venture capital, lei individua un ostacolo europeo di cui si parla molto meno: il diritto fallimentare.  

“È una questione a cui tengo molto. Qui il sistema funziona accettando che un investimento in una startup sia estremamente rischioso. Il venture capitalist sa che molte società falliranno e che alcune soltanto ripagheranno tutte le altre. Quando un progetto non funziona, l’impresa viene chiusa rapidamente, si recupera il valore che rimane e si passa al prossimo investimento. 

È un sistema che può produrre anche fallimenti spettacolari e frodi, ma produce anche moltissima innovazione. 

Se invece in Italia un giovane che vuole aprire un’impresa deve mettere a garanzia la casa dei genitori, il problema non è semplicemente che le banche non vogliono rischiare. Se quando un’azienda va male servono quindici anni per liquidarla distruggendo gran parte del valore, è razionale che il capitale privato sia molto più prudente. 

Non basta quindi dire ‘Uniamo i mercati’. Il capitale può assumersi rischio se esiste anche un sistema nel quale guadagni e perdite possono essere realizzati velocemente. 

In Europa veniamo inoltre da due o tre secoli di forte penalizzazione culturale e giuridica del fallimento. Nel sistema americano il failure is part of trying: provi, non funziona, vai avanti. 

Credo che questa sia una questione che l’Europa dovrebbe affrontare seriamente. E se le condizioni fossero quelle giuste, non è affatto vero che il venture capital americano non avrebbe interesse a investire in Europa. Il capitale di rischio nel mondo non manca. Mancano, molto spesso, le condizioni nelle quali possa essere impiegato”. 

E il rischio di uno “switch off” americano? Cloud, software, sistemi di pagamento. È uno scenario realistico o le multinazionali americane avrebbero troppo da perdere?  

“Il conflitto tra interesse delle imprese e interesse geopolitico dello Stato esiste già. Il caso più evidente è Nvidia. 

La Cina è un mercato enorme per Nvidia. Quando l’amministrazione Biden ha imposto restrizioni sull’esportazione dei chip avanzati, certamente Nvidia non era contenta. Perde ricavi, perde scala e corre persino il rischio che Pechino sussidi un concorrente che un giorno potrebbe diventare competitivo. 

La stessa cosa vale per Asml: non è che l’impresa olandese avesse spontaneamente interesse a non vendere le proprie macchine in Cina. 

Quindi il conflitto esiste. 

L’approccio dell’amministrazione Biden era stato sintetizzato da Jake Sullivan con l’immagine dello small yard, high fence: un piccolo giardino circondato da una barriera molto alta, cioè pochissime tecnologie veramente strategiche sottoposte a controlli molto severi. 

Alla fine, scherzando, direi che invece del piccolo giardino abbiamo messo barriere medio-alte e un po’ fragili intorno a tutta Villa Borghese. 

Ma soprattutto è cambiato qualcosa per gli alleati. L’idea originaria era che Canada, Regno Unito o Europa non dovessero preoccuparsi di queste forme di coercizione economica americana. Dovevano preoccuparsene Cina, Russia, Iran. 

Trump ha cambiato profondamente quella percezione. 

E paradossalmente credo che lo shock sia stato più forte per l’Europa e il Canada che per la Cina. A Pechino nessuno è sorpreso dall'esistenza di una competizione geoeconomica con Washington. Per gli europei, invece, l’incertezza ha investito insieme le industrie, le tariffe e persino l’impegno americano nella Nato”. 

Può essere soltanto una parentesi legata a un’amministrazione americana?  

“Quando introduci incertezza su impegni di questo tipo il problema non scompare semplicemente perché cambia l’inquilino della Casa Bianca. 

Le politiche di sicurezza hanno orizzonti di vent’anni. Se scopri che un impegno che consideravi strutturale può essere rimesso in discussione, devi incorporare quel rischio nelle tue decisioni future. 

Da questo punto di vista credo che dovremo trovare un nuovo equilibrio e che tornare semplicemente a quello precedente non sia possibile. 

Questo non significa che Stati Uniti, Europa e Cina smetteranno di commerciare. L’interdipendenza economica crea un enorme valore e quindi impone anche limiti alla coercizione. 

Durante la Guerra fredda il commercio fra Stati Uniti e Unione Sovietica era molto più segmentato. Oggi dire alla Cina ‘non ti vendiamo assolutamente nulla che possa avere un utilizzo militare’ è quasi impossibile, sia perché moltissime tecnologie sono dual use sia perché il mercato cinese è talmente grande che una separazione radicale produrrebbe danni enormi anche a chi la impone. 

La questione è quindi come calibrare queste politiche. E, francamente, nessuno ha ancora una risposta definitiva”. 

Dove si traccia la linea fra il libero commercio assoluto e l’idea che qualsiasi dipendenza sia una minaccia alla sicurezza?  

“È quello che studiamo dalla mattina alla sera. 

L’analogia che ho in mente è la regolamentazione finanziaria dopo il 2008. Per un certo periodo sembrava che esistessero soltanto due possibilità estreme: o le banche centrali garantivano qualunque cosa, oppure tornavamo all’idea che i mercati fossero perfetti e che si potessero creare tutti i derivati possibili perché tanto le crisi non sarebbero arrivate. 

Con ricerca, esperienza e un po’ di sangue freddo abbiamo costruito nel tempo una regolamentazione intermedia. Imperfetta, certamente, ma capace di limitare alcune attività senza abolire la finanza. 

Sulla geoeconomia siamo ancora in una fase molto più primitiva. Sembriamo oscillare tra ‘è tutto bullismo geopolitico’ e ‘facciamo libero commercio, le dipendenze economiche non esistono’. Dobbiamo arrivare a una posizione più disciplinata. 

Ci sono alcune attività nelle quali non è prudente dipendere interamente dalla Cina o dagli Stati Uniti. Ci sono tecnologie che dobbiamo valutare attentamente prima di esportare perché potrebbero rafforzare una capacità che poi viene utilizzata contro di noi. 

Ma per la maggior parte dell’economia la risposta deve continuare a essere: lasciamo lavorare il settore privato e continuiamo a commerciare. 

Definire dove passa quel confine richiede tempo e ricerca. Ma avrà un impatto enorme sulle nostre vite future”. 

Quindi quello che vediamo oggi non è un episodio, ma l’inizio di una trasformazione destinata a durare?  

“Sì. È una rotazione che è appena cominciata e continuerà. 

Non significa necessariamente che il livello complessivo del commercio globale debba diminuire. Potrà salire o scendere. Quello che cambierà è la sua natura: quali settori commerciamo, con chi, quali attività consideriamo sensibili e come si organizzano i blocchi geopolitici. Questa rotazione è già iniziata. Quello che stiamo osservando oggi è soltanto l’inizio”. 

C’è infine un problema istituzionale. La geoeconomia attraversa governo, settore privato, politica estera, sicurezza nazionale. Chi dovrebbe decidere? Non ci vorrebbe un Consiglio di Sicurezza nazionale?  

“Anche negli Stati Uniti la divisione delle competenze fra National Security Council, Tesoro, dipartimento del Commercio e dipartimento di Stato produce una politica spesso molto frammentata. Ma c’è una questione ancora più importante. 

La geoeconomia è un argomento molto vecchio e al tempo stesso molto nuovo. E non può essere delegato interamente agli esperti come abbiamo fatto, almeno in parte, con la politica monetaria. Queste decisioni hanno conseguenze fiscali, industriali e sul lavoro. In una democrazia devono quindi essere assunte dal potere esecutivo. E questo significa anche che devono essere comprese dai cittadini. 

Se a decidere è il primo ministro con il suo governo, quel primo ministro viene votato. Non possiamo pensare di affidare tutto a qualche burocrate. Dobbiamo spiegare al pubblico che cosa significano queste scelte e convincerlo delle ragioni per cui vengono fatte. 

Se non riusciamo a portare i cittadini dentro questa discussione, rischiamo di perderli, come è già accaduto sul commercio e sui dazi. E questa, forse, è una delle parti più difficili del lavoro”. 

23 ott 2026

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