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Lavoro, Prudenzano (Confintesa): "Premiare i contratti che pagano meglio"

(Adnkronos) - “Attualmente la legge prevede una premialità per i contratti collettivi dei sindacati leader e dovrebbe invece prevedere una premialità per i contratti collettivi che pagano meglio, che non sono esattamente la stessa cosa”. A dirlo Francesco Prudenzano, segretario generale di Confintesa, oggi alla IX Consulta Confederale di Confintesa dal titolo 'Il lavoro che genera. Persone, imprese e comunità nell’Italia che verrà', svoltasi presso l’Auditorium dell’Ara Pacis a Roma. L’appuntamento ha ospitato il convegno 'Vivere del proprio lavoro. Salario, dignità e la promessa dell’articolo 36'. 

“Dalla mappatura dei contratti che abbiamo effettuato attraverso il nostro Centro studi è emerso che la regola assoluta secondo cui i contratti di riferimento siano i più pagati di tutti non è vera. Lo è nella gran parte dei casi, ma in molti casi i contratti collettivi nazionali dei sindacati leader hanno dei punti di caduta o sono equivalenti ad altri contratti collettivi con la stessa dignità - prosegue Prudenzano - Da qui chiediamo che ci sia una certificazione ufficiale dei contratti in campo neutro, non fatta dalle parti ma riferita a una legge”. 

“La cosa più evidente è sul contratto della vigilanza privata. Il nostro contratto sottoscritto per la vigilanza privata paga l’11-12% in più di paga base rispetto al contratto leader di riferimento, ma non ha, per gli imprenditori che vogliono applicarlo, gli stessi vantaggi fiscali del contratto leader”. “La nostra richiesta alla politica è che i contratti migliori dal punto di vista del welfare, della retribuzione base e dei vari vantaggi per i lavoratori e per la produzione siano quelli premiati dalla fiscalità e dalle esenzioni. Non lasciare la contrattualistica in mano alle parti ma, almeno per quanto riguarda il valore del contratto, guardare cosa c’è scritto dentro e non chi lo firma”, conclude Prudenzano. 

24 ott 2026

Alvaro Morata, la dedica di Alice Campello per il compleanno: "Orgogliosa del papà che sei"

24 ott 2026

Claudia Galanti, la figlia morta a nove mesi: "Ero in vacanza, per tornare mi legarono in aereo"

(Adnkronos) - "È un dolore che non passerà mai, ho imparato a conviverci. Lo vivo ogni giorno, con alti e bassi. Si va avanti, ma è molto difficile". Così Claudia Galanti, ospite oggi a Verissimo, ha parlato del suo profondo dolore provocato dalla morte della sua bambina, Indila, scomparsa nel 2014 a soli nove mesi dalla sua nascita.  

In un secondo la sua vita è stata stravolta. Era il primo dicembre quando Galanti si trovava in aeroporto, al ritorno da un viaggio con le sue amiche alle Seychelles. La showgirl ha raccontato nel salotto di Silvia Toffanin, che i suoi tre figli erano rimasti a Parigi con il compagno e padre Arnaud Mimran, con cui al momento della scomparsa della figlia non aveva una relazione.  

Galanti ha saputo della morte della figlia da una chiamata. "Mi hanno detto 'tua figlia è morta, devi arrivare presto'. Non volevo crederci, poi ho passato il telefono alla mia amica e quando l’ho vista svenire ho capito che mi stavano dicendo la verità. Non ho più mantenuto la calma, ero impazzita", ha raccontato la modella che rischiava di non poter partire. "Mi hanno imbarcato per un volo diretto per Parigi ma sono stata legata alla sedia". La modella ha ricordato quel viaggio come un vero incubo: "Non riuscivo a controllarmi, da lì è cominciato il dramma. È stato molto duro per diversi anni".  

La causa della morte della figlia è stata svelata dopo un esame del sangue, perché dall'autopsia non c’era alcun trauma cranico. "Indila aveva un batterio dal sangue che purtroppo è identificabile solo attraverso la febbre. La bimba non ce l'aveva e quindi non avevamo capito che stesse male". Un dramma senza fine perché dopo un mese dalla morte il compagno Arnaud Mimran è stato arrestato.  

Tutto questo dolore l'ha spinta a entrare nel tunnel della dipendenza: "Mi sono rifugiata nell’alcool. Calmavo la mia testa e il mio dolore con il vino. Mi addormentavo con la bottiglia di vino, era il mio unico modo per calmarmi. Poi mi sono resa conto che stavo esagerando". Da quel momento si è affidata a un esperto e ha scoperto di avere uno shock post traumatico per il quale ha iniziato a seguire una terapia "che piano piano ha curato ogni male".  

24 ott 2026

Manovra, Abodi: ''Da incontri tecnici con Mef no sforbiciate su sport''

24 ott 2026

Tumore vescica, nuova combinazione terapeutica riduce del 42% rischio morte

(Adnkronos) - I risultati positivi dello studio di fase 3 'Volga' "hanno dimostrato che il trattamento perioperatorio con durvalumab in combinazione con enfortumab vedotin (Ev) neoadiuvante ha evidenziato miglioramenti statisticamente significativi e clinicamente rilevanti dell'endpoint primario di sopravvivenza libera da eventi (Efs) e dell'endpoint secondario chiave di sopravvivenza globale (Os) nei pazienti con carcinoma della vescica muscolo-invasivo (Mibc) resecabile rispetto allo standard di cura. I pazienti non erano idonei alla chemioterapia a base di cisplatino o l'avevano rifiutata. I pazienti nel braccio di confronto sono stati sottoposti a cistectomia radicale (intervento chirurgico per rimuovere la vescica) con o senza trattamento adiuvante approvato". Questi risultati saranno presentati oggi in una sessione 'proffered paper' durante il presidential symposium I al congresso 2026 della European Society for Medical Oncology (Esmo) a Madrid. Sono stati inoltre pubblicati simultaneamente nel 'The New England Journal of Medicine'. 

"All’analisi intermedia pianificata - informa una nota - il trattamento perioperatorio con durvalumab associato a Ev neoadiuvante ha dimostrato una riduzione del 49% del rischio di progressione di malattia, recidiva, mancata esecuzione dell’intervento chirurgico o decesso rispetto al braccio di confronto (rapporto di rischio [HR] per Efs pari a 0,51; intervallo di confidenza [IC] al 95% 0,38-0,67; p<0,0001). La Efs mediana stimata non era ancora stata raggiunta per la combinazione con durvalumab, rispetto a 12,1 mesi del braccio di confronto. Il 64% dei pazienti trattati con la combinazione con durvalumab era vivo e libero da eventi a due anni, rispetto al 45% del braccio di confronto". 

"I risultati relativi all’endpoint secondario chiave di sopravvivenza globale (Os) hanno mostrato che la combinazione con durvalumab ha ridotto il rischio di morte del 42% rispetto al braccio di confronto. La sopravvivenza globale mediana stimata non è stata ancora raggiunta né per la combinazione con durvalumab né per il braccio di confronto. Il 78% dei pazienti trattati con la combinazione con durvalumab era vivo a due anni, rispetto al 69% nel braccio di confronto", prosegue la nota.  

 

"Ogni anno, in Italia, sono stimati circa 31mila nuovi casi di tumori della vescica – afferma Emiliano Tamburini, direttore del Dipartimento di Oncologia e cure palliative e dell'Unità operativa complessa di Oncologia all'ospedale Cardinale Panico di Tricase -. Circa un quarto dei pazienti presenta il tipo muscolo-invasivo, che può estendersi localmente fino a invadere gli strati muscolari e l’intera parete vescicale. Questi pazienti necessitano di un intervento chirurgico di asportazione della vescica, che ha un forte impatto sulla loro vita. Ciononostante, in circa la metà dei casi il tumore si ripresenta".  

"Va evidenziato che i pazienti non eleggibili alla chemioterapia a base di cisplatino, per decenni, hanno avuto a disposizione opzioni terapeutiche limitate – continua Tamburini -. Il nuovo regime terapeutico perioperatorio a base di durvalumab in combinazione con enfortumab vedotin prima dell’intervento chirurgico ha ridotto il rischio di morte del 42%, con un profilo di sicurezza gestibile. Questi risultati, destinati a cambiare la pratica clinica, sostengono questo approccio come un potenziale nuovo standard terapeutico incentrato sul paziente in questo setting". 

"I risultati dello studio Volga – spiega Rossana Berardi, presidente eletto Aiom (Associazione italiana di oncologia medica), ordinario di Oncologia all’università Politecnica delle Marche e direttrice della Clinica oncologica dell’Azienda ospedaliero universitaria delle Marche – aprono nuove prospettive nel trattamento del carcinoma della vescica muscolo-invasivo: a due anni, oltre tre quarti dei pazienti trattati con durvalumab in fase perioperatoria ed enfortumab vedotin sono vivi, con il mantenimento della qualità di vita. Un progresso importante in un percorso terapeutico che ha come obiettivo la guarigione".  

 

"All’innovazione terapeutica deve accompagnarsi una maggiore attenzione alle differenze di genere – continua Berardi –. Il tumore della vescica è emblematico: colpisce più frequentemente gli uomini, ma nelle donne viene spesso diagnosticato in uno stadio più avanzato, con una prognosi meno favorevole. La minore frequenza nel sesso femminile non deve tradursi in una minore attenzione ai sintomi. Il sangue nelle urine, infatti, può essere attribuito a una cistite o confuso con un sanguinamento ginecologico, ritardando gli approfondimenti. È invece un segnale che merita sempre una valutazione medica, anche quando si presenta occasionalmente e senza dolore. Fare oncologia di genere significa riconoscere le differenze biologiche e quelle nei percorsi assistenziali, affinché donne e uomini abbiano le stesse opportunità di diagnosi tempestiva e di cura". 

"La prevenzione deve avere un ruolo altrettanto centrale – conclude Berardi –. Il fumo è il principale fattore di rischio modificabile per il tumore della vescica: le sostanze cancerogene del tabacco raggiungono anche le urine, esponendo direttamente i tessuti della vescica alla loro azione. Non iniziare a fumare, sostenere chi vuole smettere e ridurre l’esposizione a sostanze cancerogene negli ambienti di lavoro sono azioni concrete su cui investire. Questo messaggio deve raggiungere con la stessa forza uomini e donne. Il progresso in oncologia si misura anche nella capacità di prevenire la malattia, riconoscerla in tempo e garantire a ogni persona l’accesso alle cure più appropriate". Il tumore della vescica è l’ottavo tumore più diffuso al mondo, con oltre 635.000 casi diagnosticati ogni anno. Il tipo più comune è il carcinoma uroteliale, che ha origine nelle cellule uroteliali delle vie urinarie. Circa un paziente su quattro affetto da tumore della vescica presenta una forma muscolo-invasiva, in cui il tumore invade la parete muscolare della vescica, senza metastasi a distanza. 

24 ott 2026

Energia, Lucaselli (Fdi): "Sfida più grande, da governo 15 decreti da maggio a oggi"

24 ott 2026

Melanoma, vaccino terapeutico riduce del 42% rischio recidiva

(Adnkronos) - Per la prima volta un vaccino terapeutico a mRna ha dimostrato di essere efficace contro il cancro. Lo studio di fase 3 'INTerpath-001' ha coinvolto 1.137 pazienti con melanoma ad alto rischio, operati radicalmente: "l’aggiunta del vaccino personalizzato a mRNA intismeran autogene all’immunoterapia con pembrolizumab, a due anni, ha ridotto il rischio di recidiva del 42% e il rischio di metastasi a distanza del 38% rispetto a pembrolizumab in monoterapia". Lo studio sulla nuova terapia adiuvante, cioè successiva alla chirurgia, è presentato in sessione plenaria oggi al congresso della Società europea di oncologia medica (Esmo), in corso a Madrid. "Per la prima volta una terapia neoantigenica individualizzata ha dimostrato benefici in uno studio di fase 3 - afferma Michele Del Vecchio, responsabile della Oncologia medica melanomi, Fondazione Irccs Istituto nazionale tumori di Milano, che è il centro che ha coinvolto il maggior numero di pazienti al mondo nello studio -. INTerpath-001 è uno studio randomizzato, in doppio cieco, progettato per valutare l’efficacia e la sicurezza di intismeran autogene in combinazione con pembrolizumab in pazienti con melanoma in stadio IIB-IV asportato chirurgicamente. Sono stati coinvolti pazienti ad alto rischio di recidiva a causa di determinate caratteristiche istolopatologiche dei melanoma primari, o con coinvolgimento linfonodale regionale o con singole metastasi a distanza, che non hanno ricevuto nessuna precedente terapia e operati in maniera radicale".  

Per questi pazienti, oggi una delle terapie standard è l’immunoterapia con l’anticorpo monoclonale pembrolizumab, che toglie uno dei freni più importanti che bloccano il sistema immunitario, così sostanzialmente dimezzando il rischio di ripresa della malattia. INTerpath-001 è il primo e unico studio di fase 3 che ha dimostrato che, grazie alla combinazione del vaccino terapeutico a mRNA con l’immunoterapia, è possibile ottenere risultati superiori rispetto alla terapia standard con il solo anticorpo monoclonale.  

"Il razionale di INTerpath-001 è un precedente studio di fase 2b su 157 pazienti, condotto negli Stati Uniti e in Australia, che aveva già mostrato dati promettenti – continua Del Vecchio -. L’entità del beneficio, in termini di riduzione del rischio di recidiva e di sviluppare metastasi a distanza, è stata confermata dai risultati significativi presentati oggi al congresso Esmo, che possono cambiare lo standard di cura. I vantaggi sono stati ottenuti precocemente, già superati i primi sei mesi di terapia e sono stati osservati in tutti i sottogruppi di pazienti valutati anche per stadio di malattia. Inoltre, la nuova combinazione ha evidenziato una buona tollerabilità, perché l’aggiunta del vaccino terapeutico non ha determinato un incremento di effetti collaterali rispetto alla sola immunoterapia con anticorpo monoclonale". 

 

Nel 2024, in Italia, sono stati stimati quasi 13.000 nuovi casi di melanoma. "Intismeran autogene è vaccino non preventivo, ma terapeutico, progettato a partire dalle caratteristiche molecolari del tumore di ciascun paziente, cioè sulla base del profilo genomico del melanoma asportato, per migliorare la risposta immunitaria - spiega Paola Queirolo, coordinatrice della Rete interaziendale melanoma, tumori cutanei e immunoterapia dei tumori dell’Irccs Aom - Azienda ospedaliera metropolitana di Genova –. Il bersaglio è l’antigene tumorale, una proteina specifica della cellula cancerosa. Ogni vaccino contiene un mRNA di sintesi che codifica fino a 34 neoantigeni, che il sistema immunitario del paziente viene istruito a riconoscere in caso di ricomparsa della malattia. Lo scopo è potenziare ulteriormente il sistema immunitario, per dirigerlo contro eventuali cellule del tumore primitivo, rimaste in circolo dopo l’operazione chirurgica e che possono determinare la recidiva".  

"È fondamentale la preparazione del materiale tissutale del paziente, perché fattori istopatologici, ad esempio un eccesso di melanina che ‘maschera’ le cellule tumorali, possono ostacolare la realizzazione del vaccino personalizzato – continua Queirolo, che ha contribuito al ruolo decisivo dell’Italia nell’arruolamento dei pazienti nello studio INTerpath-001 -. Sono necessarie circa 6 settimane per la sua preparazione. Si tratta di tempi compatibili con l’avvio della terapia adiuvante, che deve iniziare entro 12 settimane dall’ultimo intervento chirurgico. Servono 9 somministrazioni, per un anno. Il vaccino non solo stimola le cellule T specifiche contro il melanoma, ma permette, anche dopo il termine della cura, di sviluppare una memoria immunologica capace di riconoscere e colpire eventuali cellule tumorali residue che esprimano gli stessi antigeni". 

L’Italia ha arruolato il maggior numero di pazienti al mondo nello studio INTerpath-001. "Per raggiungere questo risultato – concludono Queirolo e Del Vecchio -, è stata fondamentale la collaborazione multidisciplinare, dalla qualità e analisi del materiale tumorale alla somministrazione del vaccino, fino al monitoraggio dei pazienti. La gestione di uno studio su una terapia personalizzata di questo tipo richiede il lavoro in team di chirurghi e dermatologi che operano il paziente, degli anatomo-patologi per l’analisi e l’allestimento del materiale tissutale necessario per la successiva preparazione del vaccino, degli infermieri di ricerca per la gestione del paziente, in termini di prenotazione di esami da effettuare allo screening e successivamente nonché della somministrazione del vaccino, dei farmacisti per la gestione del farmaco, dei data manager per la raccolta dei dati, degli oncologi per la valutazione e la gestione clinica del paziente e dei radiologi per i controlli strumentali".  

24 ott 2026

Elezioni, Marattin: "Siamo liberali, parliamo con chiunque, guardiamo ai temi"

24 ott 2026

La Maratona di New York e 42 chilometri di... percorsi possibili: la storia di Cristian

(Adnkronos) - "Io sono contento perché a novembre vado a correre la Maratona di New York". Le parole di Cristian oggi sono realtà, ma partono da lontano. Era il pranzo di Natale del progetto InSuperAbile 2025. A quella tavola, per la prima volta, Maria Luisa Garatti, campionessa paralimpica con Sclerosi Multipla, parlava a un ragazzo della mitica e leggendaria Maratona di New York. Cristian, che vive con una disabilità cognitiva e uditiva e gioca a calcio in una società sportiva paralimpica del suo territorio, la ascolta e qualcosa in lui si accende. Perché non provarci?  

Quando capisce che può succedere davvero, impazzisce di gioia. I genitori dicono sì con entusiasmo, e lo dicono sul serio, mettendo per primi un grande impegno nell'impresa: sono loro a farsi carico della spesa del viaggio, perché un sogno, per partire, ha bisogno anche di un biglietto. Poi guardano il problema in faccia: quarantadue chilometri sono lunghi, New York è lontana e Cristian ha bisogno di supporto. Vania Guerini, presidente della Cooperativa La Nuova Cordata di Iseo, la casa dove Cristian va ogni giorno, decide di cercare chi possa stargli accanto. Bussa al Lions Club Sebino, che a sua volta si rivolge al Lions Club Brescia Teamlife, da anni capace di trasformare desideri in realtà con 'La Valigia dei Sogni', un progetto di solidarietà. Dietro quel nome ci sono le iniziative di un anno intero, i volontari che le tengono in piedi e i viaggi del presidente Ersilio Ambrosini, che portano la valigia lontano, verso persone pronte a credere nel valore di un sogno. Teamlife sceglie di sostenere le spese di un accompagnatore e il Lions Club Sebino fa rete e offre il suo contributo. Perché quando le forze si uniscono, un sogno arriva a chi ne ha più bisogno. Parte così una catena di sì, e nessuno la tiene per sé: ciascuno mette quello che ha, il tempo, le gambe, l’esperienza, il sostegno.  

L’accompagnatrice è Silvia Iore 'Cioka', operatrice della Cooperativa La Nuova Cordata, la persona con cui Cristian condivide molti dei suoi progetti formativi. Un volto familiare: accompagnarlo a New York è il passo successivo di un cammino che fanno già insieme tutti i giorni e per questo è un tassello fondamentale di questo sogno. Con la corsa, però, Silvia parte da zero, e dice di sì senza sapere ancora la parte più impegnativa: per stare accanto a Cristian dovrà correre con lui tutti i 42 chilometri e 195 metri, e quindi allenarsi, allenarsi, allenarsi. A giugno si comincia, con le indicazioni del dottor Gabriele Rosa, presidente di Rosa Associati. Un'istituzione quando si parla di maratona.  

Quindi, alzatacce all’alba. E, a dare il passo, un super allenatore: Giancarlo Rodenghi detto Goghi, che ha preso questo obiettivo particolarmente a cuore. Lo segue con passione, pazienza e un’assiduità che non conosce pause. Scrive le settimane una per una e trova il metodo giusto: corsa e cammino a turno e ogni volta qualche minuto di cammino in meno, regalato alla corsa. Ma il suo ruolo più grande non si misura in chilometri: Goghi è insieme allenatore e motivatore, chi indica la strada e chi fa credere che si possa percorrere. Il primo a sorprendersi, però, è proprio lui. Il piano viene costruito con cura, ma Cristian e Silvia mostrano una predisposizione inaspettata: corrono subito più a lungo di quanto si sarebbe potuto immaginare all'inizio, e i minuti di cammino si riducono più in fretta del previsto. Oltre ogni aspettativa. Una sorpresa così, per chi allena e motiva, vale più di un cronometro: dice che la strada è quella giusta.  

Da Veduggio con Colzano, in provincia di Monza e Brianza, arriva Omar Ratti, runner che si mette in gioco come seconda guida: un paio di gambe in più accanto a Cristian. La sua è una storia di riscatto e di voglia di non arrendersi: hanno pesato anni difficili, di salute e di fiducia in sé, e poi è arrivata la corsa, che gli ha cambiato la vita e gli ha dato la forza di ricominciare. Di maratone ne ha già corse sette con la sua amica e motivatrice, Maria Luisa Garatti. Oggi affronta una sfida che per lui vale molto più di una gara: mettersi ancora in gioco, superare le proprie paure, dimostrare a sé stesso che i limiti, qualche volta, sono proprio quelli che ci imponiamo. Perché la corsa non cambia soltanto il corpo: può cambiare la vita, creare legami profondi e insegnare che non è mai troppo tardi per ricominciare. Per la campionessa paralimpica Maria Luisa Garatti, intanto, il cerchio si chiude. Nel 2016, dieci anni fa, New York era stata la sua prima maratona, con un gruppo di persone con Sclerosi Multipla, del progetto dell’associazione che presiede, 'Se Vuoi Puoi'. Quel traguardo era stato l’inizio del suo percorso da atleta paralimpica e del suo modo di usare lo sport, come testimonianza e come inclusione. Da allora ha continuato nel percorso delle World Marathon Majors. Torna per la quinta volta, nel decennale della prima, per la sua ventesima maratona, con il sostegno di BCC Basso Sebino. Il testimone, adesso, passa: chi dieci anni fa muoveva i primi passi verso quel traguardo corre accanto a chi li muove oggi, e a Cristian per prima ha parlato di quella strada.  

Un sogno così, però, non parte da solo: va reso possibile in ogni dettaglio. È il lavoro di Rosa Associati, che ha creduto fin da subito in questo progetto mettendo a disposizione l'esperienza del dottor Gabriele Rosa, autore delle prime indicazioni di allenamento, oltre alla gestione dell'intera trasferta. Dalla vittoria di 11 maratone di New York con atleti professionisti alla distribuzione di viaggi e pettorali per gli amatori, la società affianca da sempre alla competenza tecnica una profonda vocazione sociale. Per il dottor Rosa, in carriera allenatore di tanti campioni, lo sport è prima di tutto uno strumento di inclusione, un elemento al centro anche di numerosi progetti per persone con disabilità o patologie (come fu per Maria Luisa dieci anni fa, uno dei tanti legati alla Maratona di New York). Perché organizzare significa creare le condizioni affinché ciascuno possa conquistare il proprio traguardo. Sportland veste i quattro con la stessa maglia, consegnata venerdì 23 ottobre a Iseo, durante l’incontro con i partecipanti e i sostenitori. La Nuova Cordata resta il posto dove Cristian cresce, tra le attività socioeducative e le persone che fanno il tifo per lui.  

Quattro maglie uguali, quattro storie diverse, un solo tracciato. Cristian, Maria Luisa, Silvia e Omar affronteranno gli stessi 42 chilometri e 195 metri, ciascuno con le proprie fatiche, e nessuno correrà al posto di un altro: ciascuno correrà con gli altri. Una disabilità non definisce una persona, è una delle caratteristiche della sua storia. Una società inclusiva non costruisce percorsi speciali: rende accessibile a tutti lo stesso percorso. Il messaggio di questa impresa condivisa nella Grande Mela continuerà di sicuro a vivere nelle scuole, nelle associazioni e nelle aziende, ben oltre la linea del traguardo. "Io sono contento perché a novembre vado a correre la Maratona di New York". Cristian continua a ripeterlo a tutti. Il 1° novembre sarà alla partenza con la stessa maglia di tre compagni di strada e un percorso uguale a quello di tutti gli altri. Il primo passo sarà il suo. E sarà il suo anche il primo ringraziamento a un progetto reso possibile da Lions Club Brescia Teamlife (progetto “La Valigia dei Sogni”), Lions Club Sebino, BCC Basso Sebino, Rosa Associati, Sportland, Cooperativa La Nuova Cordata. Perché unire le forze, spesso, è il primo passo per sognare. 

24 ott 2026

Al Bano 'ponte' tra Russia e Italia? "Felice di essere strumento di pace"

(Adnkronos) - "Abbiamo bisogno di pace per vivere bene e non di guerre. Il mondo non vede l'ora che si concludano tutti i conflitti, non solo quello tra la Russia e l'Ucraina. Una guerra maledetta, quest'ultima, che sta facendo molti, troppi danni". Al Bano si esprime così all'Adnkronos, commentando le parole di Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri russo, che invita la premier Giorgia Meloni "ad ascoltare la voce ragionevole" del cantante e del popolo italiano. 

"In Russia, grazie a Dio, godo di buona fama- aggiunge- Se posso essere strumento per anticipare, agevolare, promuovere la pace io sarei strafelice. Io ci credo nella pace. E' stato mio padre, Carmelo Carrisi a trasmettermi per primo il senso della pace. Aveva partecipato alla seconda guerra mondiale. Quello che mi ha raccontato della guerra mi è rimasto come spade, dentro la carne. Mi raccontava di aver partecipato al conflitto senza però aver mai ammazzato un uomo. Ha fatto di tutto per fuggire perché non condivideva quella guerra. 'Perchè dovrei ammazzare delle persone che non mi hanno fatto nulla?', mi diceva. Ed era un contadino doc'. 

E sulla possibile 'pista russa' nei disordini che si sono svolti, la scorsa settimana, in alcune città italiane, Al Bano non dubita: "Ma non esageriamo - risponde il celebre cantautore- Una bugia venduta a scatola chiusa. Basta, basta, basta... Basta con la Russia, basta con l'Ucraina, basta con la guerra. In qualsiasi parte del mondo. Le grandi guerre sviluppano piccole guerre che sono altrettanto pericolose". 

Zakharova, a proposito di Al Bano parla di 'voce ragionevole'. "Mi sento di fare parte di quella famiglia che comprende tutte quelle persone al mondo che amano e lottano per la pace in tutto il mondo - commenta- Nasciamo per vivere, non per essere uccisi e da cittadino italiano mi rivolgo a chi è capo del governo, oggi a Giorgia Meloni, ma anche al presidente della Repubblica Mattarella. Lo dico non da artista, più o meno famoso, ma da cittadino, da essere umano. Mi rivolgo a tutti - aggiunge - Difendiamo il bene straordinario che si chiama 'pace'. Le guerre sviluppano guerriglia, basti guardare a quello che succede a Milano, ma anche in tante parti del mondo. Stiamo sempre con gli occhi aperti a non far sviluppare il seme della guerra, della discordia, della tragedia - conclude- Non devono progredire. Io sono un contadino anche nei pensieri. Le erbacce le tolgo". 

24 ott 2026

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