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Nuovo Codice della strada, non c'è più obbligo di portare patente e libretto

(Adnkronos) - 'Patente e libretto' non sono più indispensabili in auto. Nel nuovo codice della strada approvato in Consiglio del ministri viene superato l’obbligo di portare con sé i documenti cartacei di guida e di circolazione, che potranno essere verificati telematicamente dagli organi di polizia. Lo spiega il ministero dei Trasporti in una nota. Inoltre con il nuovo testo, i Comuni avranno 45 giorni, anziché 90, per notificare il verbale quando l’accertamento avviene da remoto e senza contestazione immediata. 

Al tempo stesso, il nuovo Codice inasprisce le misure per chi circola senza assicurazione, prevedendo il divieto di circolazione a tempo indeterminato. Viene inoltre introdotto l’obbligo di assicurazione secondo le regole italiane per i veicoli stranieri che circolano in Italia per più di 30 giorni ed è prevista la riscossione coattiva delle somme non pagate dagli utenti stranieri. 

Tra le novità, spicca una generale diminuzione delle multe. Si registra un arrotondamento al ribasso degli importi rispetto alla legislazione vigente: i minimi edittali più comuni di 26 e 42 euro scendono rispettivamente a 25 e 40 euro, mentre le sanzioni di 83 e 87 euro vengono ridotte a 80 euro. Al tempo stesso, il nuovo Codice inasprisce le misure per chi circola senza assicurazione, prevedendo il divieto di circolazione a tempo indeterminato. Viene inoltre introdotto l’obbligo di assicurazione secondo le regole italiane per i veicoli stranieri che circolano in Italia per più di 30 giorni ed è prevista la riscossione coattiva delle somme non pagate dagli utenti stranieri. 

Novità anche sul fronte delle notifiche dei verbali di contestazione, a tutela dei conducenti e del diritto alla difesa: con il nuovo testo, i Comuni avranno 45 giorni, anziché 90, per notificare il verbale quando l’accertamento avviene da remoto e senza contestazione immediata. Viene inoltre superato l’obbligo di portare con sé i documenti cartacei di guida e di circolazione, che potranno essere verificati telematicamente dagli organi di polizia. 

13 ott 2026

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13 ott 2026

Governo, via libera all'autonomia differenziata. Salvini: "Ora ultimo passo in Parlamento"

(Adnkronos) - Il Consiglio dei ministri ha approvato i disegni di legge per ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, ai sensi dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione per le regioni Liguria, Piemonte, Lombardia e Veneto. Nella riunione erano presenti anche il presidente della Lombardia, Attilio Fontana, del Veneto, Alberto Stefani, e del Piemonte, Alberto Cirio. Non c'era invece a causa di altri impegni il governatore della Liguria, Marco Bucci. 

"Avanti tutta con l’Autonomia! Il via libera di stasera in Cdm alle intese definitive con Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto è una soddisfazione enorme, da ministro, da italiano e da leghista. Una battaglia storica della Lega, iniziata con Bossi e Maroni, oggi più vicina che mai alla realtà: si premiano il merito e il buon governo, si colpiscono gli sprechi e i ritardi che penalizzano i cittadini. Ora l’ultimo passo in Parlamento!", scrive sui social Matteo Salvini, leader della Lega e vicepremier.  

"Siamo sempre contenti quando si conclude" un passaggio così importante. "Adesso c'è il Parlamento", dice Fontana parlando con l'Adnkronos all'uscita da palazzo Chigi. "Quest’oggi in Consiglio dei ministri l’autonomia compie un passo avanti decisivo: abbiamo sottoscritto le intese definitive con le quattro regioni che hanno avviato questo percorso, approvando gli schemi di intesa definitiva, e deliberato i rispettivi disegni di legge per Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto. Un passaggio istituzionale importante e soprattutto decisivo per la riforma, che ora è pronta per iniziare il suo percorso in Parlamento", dice il ministro per gli Affari regionali e le Autonomie, Roberto Calderoli. 

"Garantire ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia ai territori non è solo uno dei capisaldi del programma con cui il centrodestra ha vinto le elezioni, ma anche e soprattutto una storica battaglia della Lega che non è mai stata così vicina alla sua realizzazione. Ci abbiamo lavorato tanto, con convinzione e senza sosta, e ora il risultato è più vicino che mai. Resta un ultimo miglio da percorrere in Parlamento e io non vedo l’ora di cominciare", aggiunge Calderoli.  

"C'è il via libera preliminare anche alla riforma dello Statuto del Friuli-Venezia Giulia, un primo passo atteso da tempo e che viene incontro alle esigenze della Regione. Il percorso rispetta gli impegni presi con le regioni a Statuto speciale in occasione del Festival di Torino nel 2023 e segue la via già tracciata in questi mesi per il Trentino-Alto Adige - prosegue Calderoli-. Anche stavolta è una sfida storica per assicurare ai territori tanta autonomia in più, ad esempio con il ripristino degli spazi progressivamente erosi dal 2001 con la riforma del Titolo V e l’aggiornamento delle competenze, per permettere alla regione di garantire servizi sempre più efficienti. Conosciamo la strada da fare e proprio l’esperienza del Trentino-Alto Adige dimostra che è fattibile, quindi non ci resta che percorrerla. Il mio impegno va esattamente in questa direzione". 

"Sono pienamente convinto del valore di questo accordo, un passaggio importante per portare la Liguria verso un modello di Regione più moderno ed efficiente, con maggiori strumenti per rispondere alle esigenze dei cittadini e valorizzare le specificità del nostro territorio", il commento di Bucci, governatore della Liguria. "Ho scelto di rimanere a Genova per essere vicino ai lavoratori coinvolti nella vertenza ex Ilva, in un momento in cui è fondamentale che le istituzioni facciano sentire concretamente la propria presenza e vicinanza. La firma di oggi conferma la volontà della Liguria di proseguire con determinazione in questo percorso, nell’interesse della nostra regione e della sua comunità", aggiunge. 

"È un grande orgoglio per il Veneto e una riforma di cui il nostro territorio ha assolutamente bisogno e che noi porteremo fino in fondo. Ora manca solo l’ultimo passaggio parlamentare a maggioranza assoluta", le parole di Stefani. 

 

Il Consiglio dei ministri, a quanto si apprende, ha approvato il Documento programmatico di bilancio. Il Dpb dovrà essere inviato all'Unione europea entro il 15 ottobre. 

Nella riunione non c'è stata l'illustrazione delle linee dello schema di ddl sul Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2027 e bilancio pluriennale per il triennio 2027-2029. All'ordine del giorno neanche lo schema di decreto legislativo per le disposizioni integrative e correttive ai testi unici delle sanzioni tributarie amministrative e penali, dei tributi erariali minori, della giustizia tributaria e in materia di versamenti e di riscossione. 

Il cambiamento nell'ordine del giorno del Consiglio dei ministri delle 19, secondo quanto riferiscono fonti di palazzo Chigi, è dovuto a un "mero errore materiale". E' stato infatti trasmesso un odg non ancora aggiornato. Del resto, si fa notare, è stato lo stesso ministro Giancarlo Giorgetti a chiarire in aula che l’approvazione del disegno di legge di bilancio sarebbe avvenuto in un secondo momento. 

13 ott 2026

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13 ott 2026

Si sveglia durante il funerale, ragazza di 15 anni 'resuscita'

(Adnkronos) - Una ragazza di 15 anni, creduta morta dai familiari, si è improvvisamente risvegliata nella bara mentre veniva celebrato il suo funerale in Guatemala, tra lo stupore dei presenti. La vicenda, immortalata in un video diventato virale sui social, è avvenuta nel villaggio di El Jocote, dove Yuleidy Ixcotoyac era stata dichiarata morta dal padre Abraham, pastore evangelico, dopo aver perso conoscenza mentre veniva accompagnata in un centro medico. L'uomo, non riuscendo a percepire né il battito cardiaco né il respiro della figlia, si era convinto nel suo decesso. La 15enne non era stata però visitata da un medico e non era stato emesso nessun certificato di morte. La famiglia aveva quindi acquistato una bara e organizzato il funerale appena otto ore dopo il malore. 

 

Durante la veglia funebre, la madre della giovane, Lesvia Rios, si è accorta di alcuni movimenti all'interno della bara. "Continuavo a dire che era viva, che non era morta. Mentre piangevo sopra la bara, abbiamo aperto la finestrella e lei si muoveva, si stava svegliando e improvvisamente si è messa seduta", ha raccontato la donna ai media locali, citati dal Sun. Tra l'incredulità dei presenti, la ragazza ha ripreso a parlare ed è stata aiutata dai familiari a uscire dalla bara, mentre sullo sfondo si sentivano le grida di "alleluia". La 15enne ha poi raccontato di aver avvertito un forte dolore al petto prima di perdere conoscenza: "Il cuore ha cominciato a farmi molto male, lo sentivo pesante e poi è diventato tutto buio, come se fossi svenuta". Yuleidy, ora cosciente e in convalescenza a casa, ha detto di "ringraziare Dio" per essere viva. Le autorità sanitarie guatemalteche non hanno finora commentato l'accaduto. 

13 ott 2026

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13 ott 2026

Santarelli: “L’AI non sostituirà le spie. Intelligence europea? Il problema è chi cede i propri segreti”

(Adnkronos) - L’intelligenza artificiale sta democratizzando capacità che fino a pochi anni fa appartenevano a cerchie ristrette di analisti. In pochi secondi è possibile incrociare fonti aperte, ricostruire profili, mettere in relazione persone, aziende e avvenimenti. Ma chiamare tutto questo “intelligence” rischia di generare un equivoco. Perché raccogliere e aggregare informazioni non significa fare spionaggio. 

È uno dei punti su cui insiste Marco Santarelli, analista investigativo delle reti informative e consulente sui temi della sicurezza internazionale, del terrorismo e dell’intelligence. Nei suoi lavori più recenti ha sostenuto che, quanto più cresce il peso dell’AI, tanto più torna centrale la Humint: la raccolta di informazioni attraverso reti e relazioni umane, soprattutto quando l’obiettivo non è conoscere ciò che è pubblico ma penetrare ciò che qualcuno vuole tenere segreto.  

Partiamo dall’AI. Lei sostiene che ci sia un salto rispetto alla prima stagione dei social network.  

“Con Facebook abbiamo assistito a una gigantesca raccolta di dati: gusti, preferenze, comportamenti. Oggi quei database esistono già. Con l’intelligenza artificiale il passaggio, a mio avviso, è dalla quantità alla qualità. Non si tratta soltanto di sapere cosa facciamo, ma di aggregare quelle informazioni, metterle in relazione e costruire modelli sempre più sofisticati. È qui che gli agenti e i sistemi automatizzati cambiano la scala del problema. Il processo diventa molto più rapido e molto meno visibile all’utente”.  

È in questo quadro che lei legge anche il caso Anthropic e le dimissioni del ricercatore Jacob Coxon?  

“Quel caso mi ha colpito soprattutto dal punto di vista comunicativo. Abbiamo un ricercatore che lascia l’azienda mettendo in guardia sui rischi dei sistemi più avanzati e, quasi immediatamente, il vertice della stessa azienda riconosce che il problema esiste. Normalmente davanti a una rottura interna di questo tipo ci aspetteremmo una dinamica diversa. Non dico che questo dimostri una pianificazione, ma trovo interessante il modo in cui la vicenda ha contribuito ad accendere ancora di più l’attenzione sui pericoli dell’AI. In una fase come questa bisogna osservare non soltanto la tecnologia, ma anche la narrazione costruita intorno alla tecnologia”.  

Un giornalista oggi può chiedere a un modello AI di ricostruire in pochi secondi un profilo per il quale prima sarebbero servite ore o giorni. Non viene meno uno dei tradizionali vantaggi informativi dell’intelligence?  

“Viene meno una parte di quel vantaggio. La capacità di aggregazione dell’AI rende accessibile a moltissime persone qualcosa che prima richiedeva software specifici, competenze e molto tempo. Ma bisogna stare attenti a non confondere questa capacità con lo spionaggio. Una cosa è l’Osint, una cosa è la business intelligence o una due diligence, un’altra ancora sono spionaggio e controspionaggio”. 

“Posso chiedere a un sistema di ricostruire il profilo di una persona o le connessioni di un’azienda. Posso ottenere moltissimo da fonti aperte. Ma l’AI non mi dice se una determinata persona è stata infiltrata in un’organizzazione per rubare un brevetto. Per arrivare a quell’informazione servono ancora fonti, informatori, presenza fisica sul territorio, reti costruite nel tempo”.  

È una distinzione sulla quale Santarelli insiste anche nei suoi scritti: l’AI si sta affiancando alla Humint nelle attività di raccolta e controspionaggio, “non sostituendo” la componente umana. 

Quindi più cresce l’AI, più diventa importante il fattore umano? Sembra un paradosso.  

“Per me è esattamente così. Più cresce la tecnologia, più l’intelligence deve conservare una rete informativa umana. L’AI può essere un formidabile strumento di controllo, verifica e aggregazione, ma esiste un livello dell’informazione che nasce soltanto dalla presenza sul campo. Pensiamo a un porto strategico, a un cavo sottomarino, a un ambiente industriale sensibile. Bisogna capire chi si muove, con chi parla, perché è lì. Questo non coincide con l’analisi automatizzata di informazioni già disponibili”. 

C’è poi un problema ulteriore: l’abbondanza di informazioni sintetiche rende più difficile distinguere ciò che è autentico da ciò che è manipolato. “Un’immagine può essere modificata, una ricostruzione può essere orientata. L’intelligence non può limitarsi ad assorbire ciò che trova in rete: deve anche chiedersi da dove arriva quell’informazione e chi può avere interesse a farla circolare”.  

Arriviamo all’ipotesi di una intelligence europea. È realisticamente possibile avere un servizio di Bruxelles?  

“Politicamente è una bella idea. Operativamente è molto più difficile. Già all’interno dei singoli sistemi nazionali il passaggio delle informazioni segue procedure, livelli di classificazione e catene di responsabilità molto precise. Immaginiamo di moltiplicare questo problema per ventisette. Il punto non è creare un ufficio a Bruxelles: è capire quali informazioni i servizi nazionali sarebbero davvero disposti a trasferirgli”. 

“L’intelligence vive anche di segreti che uno Stato considera propri. Non penso che, almeno in tempi brevi, i grandi servizi europei siano pronti a cedere con facilità reti, fonti, capacità operative o informazioni particolarmente sensibili. La collaborazione già esiste ed è molto forte in diversi settori. Ma una cosa è collaborare, un’altra è centralizzare”.  

Quindi più che una “CIA europea” immagina una rete più stretta tra i servizi nazionali?  

“Quella mi sembra una prospettiva più concreta, almeno nel breve periodo. Esistono ambiti nei quali si può condividere di più: il finanziamento del terrorismo, i movimenti finanziari transfrontalieri, le criptovalute, determinate minacce cyber. E ci sono obiettivi sui quali gli interessi europei convergono chiaramente. Ma l’idea che ogni Paese metta semplicemente in comune tutto ciò che sa è un’altra cosa”. 

Il modello Five Eyes, osserva, dimostra proprio quanto sia difficile separare la condivisione dell’intelligence dalla fiducia politica costruita nel tempo. Santarelli ha sottolineato recentemente come gruppi più ristretti di servizi europei stiano già cooperando su obiettivi particolarmente difficili, a partire da Russia e Cina: più plausibile, dunque, procedere per cerchi di fiducia e missioni comuni che decretare dall’alto la nascita di un unico servizio. Giornale Diplomatico 

Sul cyber, invece, la rincorsa tecnologica sta favorendo chi attacca o chi difende?  

“Sta cambiando innanzitutto l’economia del settore. L'immagine romantica dell’hacker solo in una stanza che con pochi mezzi riesce a mettere in difficoltà una grande organizzazione non descrive più tutto il sistema. La potenza computazionale costa, la sicurezza avanzata costa, e questo concentra capacità molto sofisticate nelle mani di chi dispone delle risorse per sostenerle”. 

“Per questo dobbiamo porci un problema di sovranità tecnologica. Se apparati pubblici, forze di polizia o strutture sensibili utilizzano tecnologie che non controlliamo fino in fondo, dobbiamo sapere da dove provengono, chi le produce, quali dipendenze creano. In questo senso credo vada rafforzata la logica del Golden Power: non guardare soltanto alla proprietà di un'azienda, ma alle tecnologie davvero strategiche per il Paese e alla loro filiera”.  

La stessa preoccupazione riguarda i segreti industriali: l’uso non controllato di piattaforme AI può esporre codici, know-how e informazioni riservate, trasformando una questione aziendale in un problema di sicurezza nazionale quando sono coinvolti settori come difesa, energia o telecomunicazioni.  

Lei arriva a proporre un controllo molto più forte anche sui brevetti. Non rischia di diventare un'impostazione eccessivamente dirigista?  

“Non parlo di controllare la ricerca scientifica o di bloccare l’innovazione. Il problema è conoscere e proteggere ciò che ha un valore strategico. Oggi la tecnologia arriva con estrema rapidità sia a chi la utilizza legittimamente sia a chi vuole usarla per scopi criminali. Dobbiamo preoccuparci non soltanto di quanto costa un prodotto, ma di dove atterra, di chi può utilizzarlo e con quali conseguenze”. 

Alla fine, però, nessuna tecnologia può promettere sicurezza assoluta.  

“Assolutamente. Tutto ciò che è collegato a una rete presenta una superficie di attacco. E oggi il cyber non colpisce soltanto il sistema informatico, colpisce la persona. Se ricevo una telefonata con la voce perfettamente riprodotta di mio figlio che mi dice di avere bisogno immediatamente di denaro, il problema non è più soltanto tecnico: è emotivo”. 

“Per questo la sicurezza deve diventare cultura diffusa. Le persone devono imparare a controllare l’origine di un file, un indirizzo, i metadati di un documento, a riconoscere le anomalie. Sono nozioni che dovrebbero cominciare a essere insegnate già dalle elementari. Non trasformeremo tutti in esperti di cyber, ma possiamo rendere molto più difficile sfruttare la vulnerabilità più semplice: quella umana". 

In un suo recente articolo ha scritto: “L’AI è metodologica, la spia è culturale”. È questa, in fondo, la sintesi?  

“Sì. L’intelligenza artificiale può elaborare una quantità enorme di informazioni e trovare collegamenti con una velocità che un essere umano non potrà mai avere. Ma l’intelligence non è soltanto elaborazione. È comprensione del contesto, capacità di leggere le persone, di costruire una relazione, di capire ciò che non viene detto. A volte, mentre tutto accelera, il compito dell’analista è esattamente il contrario: rallentare, separare il rumore dall’informazione e dare al decisore qualcosa che abbia davvero un significato”. 

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