Logo Il Foglio

Fratoianni: "Tempi maturi per costruire il profilo della coalizione, al tavolo del programma posto per chiunque è anti Meloni"

(Adnkronos) - Avs è pronta, e non da oggi, parola di Nicola Fratoianni. Il segretario di Sinistra italiana che domenica, insieme ad Angelo Bonelli, presenterà a Roma le ulteriori proposte rossoverdi anche in vista del tavolo di coalizione ancora non in agenda, in una lunga intervista con l'Adnkronos, mette in fila le priorità: la prima, la più importante, è quella di "offrire un'alternativa al governo di Giorgia Meloni". Chiunque abbia questo obiettivo, spiega, sarà parte integrante del campo largo, o progressista che dir si voglia: "Per noi non ci sono veti e segnalo che non è interessante chi si siede, ma chi si alzerà insieme da questo tavolo per presentare una proposta al Paese. Sono il programma e la convergenza che fanno il profilo della coalizione". Nonostante le divisioni, per cui si troverà una sintesi, tanto sull'Ucraina - in cui di passi avanti se ne sono fatti -, quanto sulla patrimoniale. Solo ieri c'è stato uno scambio di battute con il presidente del Movimento 5 stelle, Giuseppe Conte, che alla fine verrà convinto della bontà della misura, scommette il co-leader di Avs, anche perché è un modo per trovare risorse per le proposte unitarie.  

"Domenica presentiamo l’esito del percorso partecipato fatto da 10mila persone, in maggioranza giovani, molti non iscritti né a Sinistra italiana né a Europa verde, che hanno discusso, avanzato proposte online e in presenza, e che contribuiranno a definire il programma di Avs".  

Un programma con cui presentarsi al famigerato tavolo di coalizione...  

"Noi siamo pronti a sederci il tavolo, ma non da oggi o da domenica, da molto tempo. Questo percorso lo avremmo fatto comunque, perché è una scelta di partecipazione che ci aiuta a mettere insieme le priorità per le prossime elezioni politiche per offrire un'alternativa a Giorgia Meloni". 

Ci sono però anche dei punti critici, uno su tutti: la patrimoniale. Ieri Conte ha detto che non è fattibile, come si può convincerlo del contrario?  

"Si può convincerlo innanzitutto con la letteratura scientifica, con esempi concreti. C'è un’ampia maggioranza di italiani che è completamente favorevole alla tassazione di una piccolissima, infinitesimale percentuale di italiani, lo 0,1%, circa 50mila persone. Lo si può convincere dimostrando che gli argomenti che si usano, a cominciare dalla fuga dei capitali, non ci sono. Ci sarà l’occasione per spiegarsi, e perché la patrimoniale possa entrare nel programma. Tra l'altro c’è anche un piccolo particolare: molte delle proposte che condividiamo, come il finanziamento della sanità, dell'istruzione, della ricerca e via dicendo, richiedono risorse, ed è necessario che vengano recuperate, e non soltanto con una delle leve che ci tiene insieme come non aumentare la spesa militare. Dunque, oltre a rivedere le priorità di bilancio del governo Meloni, occorre recuperare le risorse, in termini giusti, redistrubitivi, non scaricando il carico sul ceto medio, che continuano a pagare più di quanto sia giusto". 

Un altro dei temi più divisivi è sicuramente quello che riguarda le armi all'Ucraina. Tra le proposte che porterete domenica non ce n'è traccia, ma si chiede una Conferenza di pace e di sicurezza, possiamo leggerlo come un altro passo avanti per arrivare a una soluzione condivisa dopo le astensioni incrociate di mercoledì nelle risoluzioni per le comunicazioni di Meloni?  

"Le astensioni avvengono su testi che non sono gli stessi testi che abbiamo votato in passato, contengono delle novità e delle differenze che sono il frutto di una ricerca comune, di una convergenza che è necessaria. Un tema come questo, in cui pare che più che del tema in sé si è discusso di più delle divisioni o dei limiti nel campo progressista, ha bisogno di trovare una convergenza, una compattezza e una coerenza con la proposta di Paese che vogliamo offrire. Continueremo a lavorare, ora non siamo vicini a una soluzione, ma arriverà, anche in altre occasioni sembrava che non saremmo arrivati a una sintesi, e invece ci siamo riusciti". 

Spostandoci sulla cronaca delle ultime ore, le proteste e gli scioperi, soprattutto nel Mezzogiorno, per il carburante sono un problema non da poco, Meloni ha detto che le risposte arriveranno. Lei cosa le consiglia di fare, o meglio: cosa farebbe se fosse al posto della premier?  

"Non arrivano risposte perché non sono state messe in campo le misure giuste. Giorgia Meloni ha messo 2,5 milioni sul bollo auto come mancetta elettorale, ha fatto pressione sulle compagnie energetiche per un contributo minimo, ma non ha fatto altro: non è intervenuta sugli extra profitti di quelle società nell’immediato, per esempio. E’ ovvio che oltre a rispondere a un problema emergenziale, occorrono risposte strutturali e il governo è sconosciuto. Investe ancora sulle fonti fossili, che sono esposte alla contingenza, alle crisi geopolitiche che sono scaturite dall’amico Donald Trump. Serve una strategia di lungo corso, un investimento sulle rinnovabili, un intervento deciso sugli extra profitti, non misure generiche. Anche perché l'aumento del costo dei carburanti pesa su categorie specifiche che sono quelle che sono scese in piazza come gli autotrasportatori, ma anche gli altri sono costretti a misurarsi con rincari, e servono misure per alleviare le fatiche, che rischiano di diventare insopportabili. Con l'inflazione che sale, l'aumento dei costi dei beni di prima necessità, gli stipendi fermi al palo, la situazione rischia di diventare esplosiva in alcuni settori della società.  

A proposito di extra profitti, in manovra pare che ci sarà un contributo delle banche, è sufficiente?  

"Siamo abituati al malcostume che la manovra arriva all’ultimo momento, nel senso letterale: ovvero prima dell’ultimo voto, e questo a prescindere dal governo. Certo, se quello che si preparano a fare sulle banche è quello che hanno già fatto in altre occasioni, quindi grandi prelievi che diventano prestiti rimborsabili, siamo di fronte al solito gioco delle tre carte, e non è quello di cui abbiamo bisogno. D'altronde Meloni ha dato prova in molte occasioni delle sue priorità... 

Ci dica lei, dunque, tre punti della sua ‘contromanovra’.  

"Il primo è sicuramente un investimento sulla sanità, perché siamo un Paese in cui 6 milioni di persone sono costrette a rinunciare alle cure, alla prevenzione perché non se lo possono permettere, e questo è prioritario. Poi servirebbero degli investimenti contro la crisi climatica e per la transizione, che è irrinunciabile perché il mondo sta andando verso un burrone senza fondo. E' vero, i costi della transizione esistono, ma ha bisogno di essere sostenuta a partire da chi ha maggiori responsabilità in questa crisi climatica. E poi la ricerca, perché io credo che un Paese non investe in ricerca si condanna alla marginalità. C’è anche un’altra questione, che è fondamentale e riguarda l'emergenza dei salari e degli stipendi. Occorre un intervento decisivo, noi abbiamo fatto una proposta per la reintroduzione del meccanismo di indicizzazione degli stipendi all’inflazione reale per proteggere le persone. Dal 2021 abbiamo un -9,2% di potere d’acquisto, in pratica più di uno stipendio all’anno va in fumo. Ci sono degli strumenti che fanno leva sul fisco, questa restituzione fiscale sarebbe coperta con una patrimoniale e il 98% degli italiani pagherebbero meno tasse". 

Ha detto di aver fatto un fioretto e non parlerà più di primarie. Se non si facessero, quale potrebbe essere il terzo nome, quello del federatore o federatrice? E poi: ci può dire almeno se c’è una data di massima per vedervi per il tavolo?  

"Il fioretto riguarda la leadership: se si scegliesse di non fare le primarie, e non mi sembra ci siano le condizioni ed è anche per questo ho deciso di fare questo fioretto, ci siederemo al tavolo e decideremo insieme. Io continuo a parlare dei problemi degli italiani. Per quanto riguarda il tavolo, noi ci sentiamo tutti i giorni, il giorno prima delle comunicazioni di Meloni abbiamo fatto una risoluzione comune sul Documento programmatico di finanza pubblica (Dpfp) in cui oltre ad Avs, Pd e Movimento 5 stelle, c'erano anche Italia viva e +Europa. E' stata molto avanzata e ambiziosa, ed è la traccia di un programma di governo. Dopodiché noi ci sediamo e discutiamo continuamente. Per dare forma, ordine e un programma, dargli la veste che merita, mettere in chiaro l'idea di Paese che offriamo ci saranno tavoli più specifici su singole proposte e ci sarà il tavolo anche per sciogliere i nodi che vanno sciolti. L’enfasi che continua ad accompagnare questo tavolo non fa i conti con un lavoro che esiste, e non tiene in considerazione che la data delle elezioni è avvolta nel mistero, perché Meloni la usa come merce di scambio al mercato della maggioranza, e non è un tema irrilevante sui tempi del tavolo. Non c’è dubbio: è maturo il tempo perché questo lavoro prenda il via. E ripeto: noi siamo pronti non da domenica, ma da mesi". 

Al tavolo ci saranno anche i centristi? O sarà un tavolo esclusivo per il blocco unito di Pd, Avs e Movimento 5 stelle?  

"Per noi non ci sono veti e segnalo che non è interessante chi si siede, ma chi si alzerà insieme da questo tavolo per presentare una proposta al Paese. Sono il programma e la convergenza che fanno il profilo della coalizione. Chi c’è lo si decide discutendo la priorità, che è quella di offrire un'alternativa al governo di Giorgia Meloni". 

A proposito di centro, sono tante le sigle che lo compongono: qual è il suo consiglio, anche per non disperdere i voti eventualmente?  

"Mi astengo dal dare consigli, anche perché il tema su come ci si organizza è un tema che è sempre poco appassionante. L'unico consiglio che do a tutti, non solo ai centristi, è: mettiamoci al lavoro per offrire un’alternativa di Paese". 

16 ott 2026

Trump a Meloni: "Accordo con Putin è per tutto il mondo non per noi" - Guarda il video

(Adnkronos) - "Nel complesso non è una gran cosa, ma è un accordo che riguarda il mondo. Non è un accordo per noi". Donald Trump ha risposto così a una domanda del collaboratore dell'Adnkronos da Washington, Iacopo Luzi, che gli chiedeva un commento sulle parole di Giorgia Meloni, secondo cui l'accordo sul gasolio tra il presidente americano e il presidente russo Vladimir Putin è "troppo rischioso". "Loro immetteranno sul mercato del diesel. Quindi è una buona cosa, è una buona cosa. Ma in realtà non è un accordo che ci riguarda direttamente. È un accordo globale" (VIDEO). 

Due giorni fa Meloni al Senato aveva affermato che l’intesa su gasolio russo annunciata da Trump "è una scelta che considero molto rischiosa. Chiaramente tutti comprendiamo, e condividiamo, l’esigenza di contenere i prezzi dell’energia che pesano su famiglie e imprese, anche in Italia. Ma dobbiamo essere consapevoli che l’impennata dei prezzi del carburante è dovuta soprattutto alla guerra in Iran, non al conflitto in Ucraina. Dunque, il risultato di questa scelta è dubbio, mentre i rischi sono chiari", aveva spiegato la premier. 

Ieri poi Taylor Rogers, portavoce della Casa Bianca, rispondendo all'Adnkronos che gli chiedeva un commento sulle osservazioni della presidente del Consiglio, aveva risposto: "Il presidente Trump ha negoziato con successo un altro ottimo accordo per rifornire il mercato globale di ingenti quantità di diesel e far scendere i prezzi. Abbassare i prezzi per gli agricoltori, gli autotrasportatori e le famiglie americane - aveva sottolineato - resta una priorità assoluta per il Presidente, che nel frattempo esorta entrambe le parti del conflitto tra Russia e Ucraina a cessare gli attacchi contro le raffinerie, che fanno aumentare i costi e danneggiano i consumatori americani". 

16 ott 2026

Lavoro, Lampitella: "Ai non sia guidata solo dal profitto, persone restino al centro"

16 ott 2026

WhatsApp down, problemi oggi 16 ottobre

16 ott 2026

Basilicata 'destinazione più amata dai visitatori', a Rimini il premio Data Appeal

(Adnkronos) - Sono i viaggiatori a dirlo, e lo fanno nel modo più sincero: raccontando online la propria esperienza. La Basilicata ha ricevuto oggi al Ttg Travel Experience di Rimini il premio “Destinazione più Amata dai Visitatori”, assegnato da Data Appeal nell’ambito degli “Italia Destinazione Digitale 2026” alla destinazione che registra il più alto livello di soddisfazione e apprezzamento da parte di chi la visita. La consegna è avvenuta durante la presentazione degli ultimi risultati del report “Tutti i Dati d’Italia 2026”. Un appuntamento che ha acceso i riflettori sulla fotografia più aggiornata del turismo italiano, nella prima giornata della fiera di Rimini.  

Soddisfazione per il risultato è stata espressa dal presidente della Regione Basilicata, Vito Bardi: “Il riconoscimento è motivo di grande soddisfazione per tutta la nostra regione. È un premio che arriva dalla voce più autorevole, quella dei viaggiatori, che hanno scelto di raccontare e condividere la qualità dell’esperienza vissuta nelle nostre località. Per questo desidero congratularmi con l’Apt Basilicata e con il direttore generale Margherita Sarli per l’eccellente lavoro svolto nella promozione del territorio. Un risultato che testimonia la forza di una strategia condivisa e l’impegno quotidiano di tutti coloro che operano nel settore turistico, contribuendo a rendere la Basilicata una destinazione sempre più apprezzata, attrattiva e competitiva nel panorama nazionale. È un riconoscimento che ci dice che stiamo lavorando nella giusta direzione, che gli investimenti, le azioni di valorizzazione e la qualità dell’accoglienza vengono percepiti e apprezzati da chi sceglie la nostra terra. Uno stimolo a proseguire in questa direzione con sempre maggiore determinazione”. 

“Ho ricevuto nelle mie mani un riconoscimento che appartiene al territorio e a tutti gli operatori che ogni giorno mantengono viva un’offerta di qualità, apprezzata dai viaggiatori che poi ne lasciano traccia online e diventano i nostri primi promoter”, ha dichiarato il direttore generale di Apt, Margherita Sarli, sottolineando che “è un premio alla filiera che va rafforzata e sostenuta. Non è un premio all’Apt ma rappresenta per noi uno stimolo a proseguire il lavoro di affiancamento sulla reputazione della nostra regione e costruire una motivazione di viaggio per far arrivare quei turisti che poi possono appunto premiare la qualità di chi li accoglie”. L’edizione di quest’anno è la prima realizzata grazie a Data Appeal Mabrian, la nuova piattaforma unificata di travel intelligence che riunisce in un unico ambiente dati su domanda digitale, comportamento dei viaggiatori, connettività aerea, reputazione, sentiment, spesa, sostenibilità e performance delle destinazioni, offrendo così una visione ancora più completa dei territori italiani e dei trend che li stanno trasformando. Il riconoscimento alla Basilicata nasce proprio da questa lettura approfondita dei contenuti raccolti in rete. Il verdetto è netto: chi arriva resta colpito, e lo scrive. Ne emerge l’immagine di una regione autentica e accogliente, capace di trasformare i propri visitatori nei primi promotori di sé stessa. 

16 ott 2026

Milano, studentessa Erasmus denuncia stupro: due sagome riprese dalle telecamere, è caccia agli aggressori

16 ott 2026

Tumori, Rosati (Gsk): "Nuova terapia mieloma multiplo migliorerà qualità vita pazienti"

16 ott 2026

L’Atlantic Council punta su Roma. Mezran: “Italia e Stati Uniti rischiano di perdere la Libia”

(Adnkronos) - L’Atlantic Council punta su Roma per rafforzare il dialogo tra Stati Uniti, Italia ed Europa sul Nord Africa e sul Medio Oriente. L'obiettivo del nuovo Rome program è costruire un luogo di confronto e di elaborazione strategica in una fase in cui l'influenza occidentale nella regione è sempre più contestata, mentre le politiche di Washington e delle capitali europee faticano a trovare una direzione comune. 

A spiegare il significato dell'iniziativa, in un'intervista ad Adnkronos, è Karim Mezran, direttore della North Africa Initiative e resident senior fellow dell'Atlantic Council, convinto che Roma possa diventare un punto di raccordo indispensabile tra le due sponde dell'Atlantico e quella meridionale del Mediterraneo. 

“Vogliamo cercare di invertire una rotta”, spiega Mezran. “La simpatia e il soft power di cui gli americani hanno sempre goduto presso gli europei stanno diminuendo. Noi vogliamo mostrare che l'America rimane un Paese capace di contribuire allo sviluppo e alla soluzione dei problemi internazionali, anche se con questa amministrazione le difficoltà sono enormi”. 

Ma il rapporto, insiste, deve funzionare in entrambe le direzioni. “Vogliamo rafforzare queste relazioni in modo che sia anche l'Italia a dare qualcosa all'America, aiutandola ad affrontare i problemi del Medio Oriente e del Nord Africa. L'Italia è in prima linea, ma senza gli americani non può fare tutto quello che dovrebbe. E gli americani, dal canto loro, non fanno quello che dovrebbero. È un cortocircuito che sta facendo perdere la Libia a entrambi”. 

Fondato a Washington nel 1961, l'Atlantic Council è uno dei principali think tank americani impegnati nell'analisi delle relazioni internazionali, della sicurezza e della cooperazione transatlantica. Attraverso centri di ricerca, programmi regionali, pubblicazioni e incontri tra esponenti politici, diplomatici, accademici e imprese, l'organizzazione produce analisi e proposte destinate a orientare il dibattito e le decisioni di politica estera. 

Il lavoro sul Medio Oriente e sul Nord Africa fa capo principalmente al Rafik Hariri Center e ai Middle East Programs. Mezran dirige la North Africa Initiative, che si occupa delle trasformazioni politiche, economiche e strategiche della sponda sud del Mediterraneo. Lo studioso conosce bene anche il contesto italiano: tra il 2002 e il 2012 è stato direttore del Centro Studi Americani di Roma. 

La scelta della Capitale risponde dunque a una precisa logica geopolitica. L'Italia dispone di relazioni consolidate con attori chiave come Algeria, Libia, Egitto e Turchia, ma non sempre riesce a trasformare questi rapporti in una strategia regionale, anche per la difficoltà di coordinare le iniziative europee e per il limitato coinvolgimento americano. 

“Il nostro compito è proporre idee, anche quando significa dire ai governi che stanno sbagliando”, osserva Mezran. “Non possiamo limitarci a chiudere loro la porta in faccia oppure a dire che va tutto bene. Bisogna lavorare con chi prende le decisioni, spiegare che esistono strade diverse”. 

Il programma romano avrà il suo primo appuntamento pubblico lunedì 19 ottobre, dalle 17, al Centro Studi Americani di via Michelangelo Caetani 32, con una conferenza dal titolo From the Red Sea to the Atlantic: Transatlantic Policy and the Greater North African Security Complex. 

Al centro dell'incontro una tesi precisa: Maghreb, Sahel, Corno d'Africa e Mar Rosso non possono più essere considerati teatri separati. La competizione tra Algeria e Marocco, l'espansione delle reti jihadiste, le crisi migratorie, la guerra in Sudan, gli interessi dell'Egitto sul Nilo e la sicurezza delle rotte marittime compongono ormai un unico sistema strategico, mentre le istituzioni occidentali continuano spesso a ragionare secondo divisioni geografiche superate. 

Ad aprire i lavori saranno Jörn Fleck, senior director dell'Europe Center dell'Atlantic Council, Roberto Sgalla, direttore del Centro Studi Americani, e Will Wechsler, senior director dei programmi mediorientali del think tank. Seguirà l'intervento di Maurizio Greganti, vice direttore generale per gli Affari politici e la sicurezza internazionale della Farnesina. 

La discussione, moderata da Mezran, vedrà la partecipazione di esperti di sicurezza e politica regionale, tra cui Hannah Armstrong, Can Kasapoğlu e Caterina Roggero. Le conclusioni saranno affidate a Giampiero Massolo, membro del consiglio di amministrazione del Centro Studi Americani. 

L'iniziativa si propone di affrontare una questione di fondo: come può cambiare la strategia transatlantica in una regione nella quale gli attori locali e regionali esercitano un'influenza crescente, mentre Stati Uniti ed Europa rischiano di perdere capacità di iniziativa? 

È proprio da questa domanda che prende avvio la conversazione con Mezran. 

L'Europa sembra procedere ancora in ordine sparso nel Mediterraneo e nel Medio Oriente. Esiste davvero la possibilità di costruire una politica comune?  

“Il problema è che non esiste una vera politica europea in quest'area. Ogni Stato agisce secondo i propri interessi e le proprie relazioni storiche. Spesso guardiamo ai Paesi della regione, e perfino alle comunità che da quei Paesi arrivano in Europa, soprattutto attraverso la lente dell'immigrazione e dell'ordine pubblico. È una prospettiva sbagliata, perché impedisce di comprendere le dinamiche politiche e sociali. 

Pensiamo alla Libia. Dopo aver contribuito all'intervento contro Gheddafi, gli europei non sono stati capaci di costruire una strategia comune per la stabilizzazione del Paese. Non ci sono stati né la volontà politica né gli strumenti necessari. 

Certo, sarebbe molto meglio agire tutti insieme. Ma se questo non è possibile, almeno bisognerebbe coordinarsi. Se non possiamo unirci, almeno coordiniamoci. Oggi, invece, troppo spesso i Paesi europei finiscono per muoversi gli uni contro gli altri”. 

Proprio la Libia sembra rappresentare il caso più evidente di questo fallimento. L'Italia ha ancora la possibilità di assumere un ruolo decisivo?  

“Assolutamente sì. L'Italia dispone di rapporti che altri Paesi non hanno. Penso all'Algeria, all'Egitto e alla Turchia. Il problema è mettere queste relazioni al servizio di una strategia. 

Prendiamo l'Algeria: è un Paese fondamentale, una grande potenza regionale che non può essere marginalizzata. La questione del Sahara occidentale e il riconoscimento della sovranità marocchina da parte di diversi Paesi hanno creato tensioni molto forti. L'Italia ha saputo mantenere un rapporto importante con Algeri e questa è una risorsa politica. 

Se Roma elaborasse una proposta seria sulla Libia, potrebbe trovare interlocutori disponibili. L'Algeria avrebbe interesse a sostenerla e la Turchia difficilmente si muoverebbe apertamente contro Algeri. Anche l'Egitto deve essere coinvolto. 

Meloni ha rapporti con Tebboune, Al Sisi ed Erdogan. Perché non utilizzare queste relazioni per cercare un'intesa? I costi del proseguimento dell'attuale situazione libica sono troppo alti per tutti. Bisogna avere il coraggio di mettere questi attori intorno a un tavolo”. 

Tra tutti gli attori regionali, la Turchia sembra quello che ha saputo muoversi con maggiore abilità, dalla Libia alla Siria, fino ai rapporti con Russia e Ucraina. Come giudica la strategia di Erdogan?  

“Erdogan è un politico estremamente abile. È riuscito a inserirsi in teatri molto diversi e a parlare con interlocutori che sembravano incompatibili. Guardiamo alla Libia: la Turchia è entrata nel Paese sostenendo una parte del confronto politico e militare, ma oggi dialoga anche con Haftar. 

Sta costruendo una rete di relazioni che le permette di aumentare costantemente la propria influenza. È una dimostrazione di capacità strategica. La Turchia non si limita a difendere una posizione acquisita, cerca continuamente nuovi spazi di manovra. 

È un Paese con cui dobbiamo confrontarci, perché il suo ruolo è destinato a crescere, anche nei rapporti con l'Egitto e nel Corno d'Africa”. 

Lei però indica nell'Egitto il possibile grande protagonista dei prossimi anni. Una previsione sorprendente, considerando la crisi economica e le difficoltà del Paese. Perché?  

“Lo so, è una previsione che va contro molte analisi correnti. Ma secondo me l'Egitto sarà il Paese di cui parleremo tra quattro o cinque anni. 

Naturalmente ha problemi economici enormi, ma sta accadendo qualcosa anche all'interno della società. Vedo un fermento diverso, una ripresa delle idee, dei circoli intellettuali, delle attività culturali. La classe media, che per molto tempo è stata schiacciata dal peso del sistema militare, comincia a manifestare nuove aspirazioni. 

E poi ci sono le ragioni geopolitiche. L'Egitto è un grande Paese, con una popolazione di oltre cento milioni di persone, una storia e un peso regionale che non possono restare ai margini. 

La Turchia e l'Egitto sono, per molti aspetti, alleati naturali. Il Cairo può diventare un attore centrale in un sistema di relazioni che comprende Ankara, il Pakistan, l'Arabia Saudita e il Corno d'Africa. Non penso soltanto alla dimensione militare, ma anche agli scambi culturali, alla formazione, alle relazioni economiche”. 

Questo rafforzamento di Turchia ed Egitto potrebbe però entrare in collisione con Israele. L'ostilità tra Ankara e il governo israeliano è reale oppure esistono spazi di mediazione che non vediamo?  

“L'ostilità è reale, soprattutto tra Turchia e Israele. Non bisogna confondere questo rapporto con quello che Israele ha avuto per lungo tempo con l'Arabia Saudita, dove il dialogo tra le leadership poteva proseguire anche in presenza di una retorica pubblica molto dura. 

Con la Turchia il confronto è più profondo e riguarda gli equilibri strategici della regione, in particolare la Siria. Israele teme che una Siria stabilizzata e fortemente legata ad Ankara possa accrescere ulteriormente il peso turco ai suoi confini. 

Anche il rapporto con l'Egitto è destinato a cambiare. Israele ha esercitato per molto tempo una forte capacità di condizionamento sulle scelte strategiche del Cairo, ma non credo che questo equilibrio possa durare per sempre. Se l'Egitto recupererà maggiore autonomia e capacità di iniziativa, ci saranno inevitabilmente conseguenze per l'intera regione”. 

Veniamo all'Iran. Dopo le proteste interne e gli attacchi americani e israeliani, il regime è davvero più fragile? Oppure il nazionalismo iraniano può rivelarsi più forte del malcontento verso la Repubblica islamica?  

“Questo è un punto che in Occidente si comprende molto poco. In Iran esiste un'opposizione al regime, esiste un malcontento profondo e ci sono persone che vorrebbero liberarsi della Repubblica islamica. Ma il nazionalismo iraniano è una forza potentissima. Bisogna conoscere la storia di quel Paese. Anche durante la guerra contro l'Iraq, persone che erano ostili alla rivoluzione islamica si mobilitarono per difendere la patria. L'identità nazionale, in certi momenti, conta più dell'opposizione politica. 

Oggi accade qualcosa di simile. Anche chi odia il regime non necessariamente accetta che Israele o gli Stati Uniti bombardino il proprio Paese. E questo crea una contraddizione enorme. Se gli iraniani percepiscono che una rivolta interna può portare a un governo imposto dall'esterno, magari considerato dipendente da Israele, molti preferiranno non ribellarsi. Per questo penso che gli attacchi americani e israeliani abbiano perfino indebolito, almeno in questa fase, le possibilità di una sollevazione popolare contro il regime”. 

Quindi la tenacia iraniana può avere la meglio sull'impazienza americana?  

“Assolutamente sì. Per ora non vedo una situazione in cui l'Iran sia davvero sul punto di cedere. Gli attacchi possono provocare danni enormi, ma non bastano necessariamente a piegare un Paese. Gli Stati Uniti possono avere una superiorità militare schiacciante, ma questo non significa che possano ottenere il risultato politico desiderato. Un conto è bombardare, un altro è trasformare un'intera società o cambiare stabilmente il suo sistema di potere. 

L'Iran può resistere molto più a lungo di quanto molti a Washington immaginino. E più il conflitto viene vissuto come un'aggressione dall'esterno, più rischia di rafforzarsi quel sentimento nazionale che tiene insieme anche persone profondamente ostili al regime”. 

Un eventuale cambiamento politico in Israele, con la fine della stagione di Netanyahu, potrebbe modificare questi equilibri?  

“Un cambiamento della leadership israeliana sarebbe un primo tassello importante. Ma non bisogna pensare che basti sostituire un primo ministro per cambiare automaticamente tutto. Negli ultimi anni si sono consolidate tendenze molto profonde nella società e nella politica israeliana, soprattutto sul terreno del nazionalismo e dell'espansione degli insediamenti. Anche un nuovo governo dovrebbe fare i conti con queste realtà. 

Credo che, per arrivare a un cambiamento sostanziale della politica regionale, servirebbe anche una diversa impostazione americana. Finché non cambieranno alcune delle idee che hanno guidato Washington e Israele, sarà difficile immaginare un ritorno a una situazione più stabile”. 

In definitiva, qual è la prima cosa che Stati Uniti ed Europa dovrebbero cambiare nel loro modo di guardare al Medio Oriente?  

“La convinzione che esistano amici e nemici permanenti. In Medio Oriente non esiste il bianco e nero. Non ci sono alleati per sempre e non ci sono nemici per sempre. Per questo considero sbagliato anche trattare l'Iran come un nemico eterno, senza lasciare alcuno spazio a una possibile evoluzione dei rapporti. Bisogna conoscere le società, capire le loro contraddizioni, ascoltare chi cerca di cambiarle. E bisogna smettere di pensare che tutto si risolva soltanto con i soldi o con la forza. 

Sono le idee che muovono il mondo, non i soldi. I soldi possono schiacciare il mondo, ma non bastano a svilupparlo. Bisogna offrire alle persone la speranza di poter vivere meglio, di costruire qualcosa di diverso, di utilizzare anche la propria religione per il bene e non per il male. È un compito enorme, rispetto al quale noi siamo piccolissimi. Ma bisogna cominciare da qualche parte. E bisogna avere il coraggio di dire anche ai più potenti quando stanno sbagliando”. 

16 ott 2026

Ucraina, esperto di difesa Gb: "Fornitura Storm Shadow a Kiev è segnale chiaro a Trump"

(Adnkronos) - "Siamo già nel mirino della Russia, quindi si tratta di avere fermezza e di garantire all'Ucraina la capacità di difendere il proprio territorio. Questo passa anche nel fornire loro nuovi armamenti, come gli Storm Shadow, come annunciato dal primo ministro Andy Burnham nel recente incontro a Londra con il presidente Volodymyr Zelensky". Intervistato da Adnkronos, Ed Arnold, esperto di difesa con alle spalle un percorso che intreccia settore privato, mondo accademico ed esperienza sul campo come ufficiale dell'esercito britannico, oggi analista presso il British Foreign Policy Group (Bfpg), offre una lettura pragmatica sul ruolo del Regno Unito riguardante l'evoluzione delle forniture militari e le dinamiche politiche che attraversano l'Atlantico. Al centro del dibattito c'è la consegna di nuovi missili a lungo raggio di fabbricazione britannica, ma anche la condivisione dei progetti tecnici con Kiev, un passaggio simbolico forte, anche se i suoi effetti strategici non saranno immediati. 

"Avviare una catena di produzione domestica richiede tempo, anni probabilmente - spiega Arnold - Nell'immediato, l'aumento delle scorte fornito da Londra permetterà alle forze ucraine di continuare a colpire bersagli russi in profondità, ma non sarà l'elemento decisivo per ribaltare l'esito del conflitto. Oggi gran parte degli attacchi a lungo raggio condotti da Kiev si basa già su sistemi d'arma sviluppati autonomamente sul proprio territorio, una necessità vitale per ridurre la dipendenza dai partner esteri". Il vero valore della scelta britannica, secondo l’analista, risiede nell'effetto politico. "Il recente annuncio riguardante la fornitura di Storm Shadow punta a stabilire un precedente, esercitando pressione su Washington affinché sblocchi tecnologie analoghe, come i sistemi di intercettazione Patriot. Resta il fatto che, anche di fronte a un eventuale via libera americano, la produzione autonoma richiede tempi lunghi. L'Ucraina si trova a gestire una realtà immediata fatta di pressioni costanti e dell'imminenza di mesi invernali complessi". 

Un altro fronte riguarda l’Europa costantemente minacciata da Mosca sia con attacchi visibili attraverso l’utilizzo di droni che tecnologici attraverso azioni inerenti la cybersicurezza su più livelli. "Non sono novità dell’ultima ora dato che la strategia russa rimane quella di puntare a scoraggiare il sostegno a Kiev". In questo scenario si inserisce il divario tra le visioni politiche sulle due sponde dell'Atlantico. "La linea promossa da figure europee come Andy Burnham, orientata a mantenere e rafforzare l'invio di armi, riflette l'approccio condiviso dalle principali capitali del continente. Questa posizione si scontra con l'atteggiamento più disimpegnato di Donald Trump e di una parte della politica statunitense. Se gli Stati Uniti ridurranno progressivamente la propria quota di aiuti, spetterà inevitabilmente ai Paesi europei colmare il vuoto, assumendosi una responsabilità maggiore sia sul piano finanziario sia su quello della fornitura militare per sostenere lo sforzo bellico di Kiev", conclude Arnold. (di Alessandro Allocca) 

16 ott 2026

Moser: "Io e Saronni mai andati d'accordo. Dice che ho rubato un Giro, gli ha dato di volta il cervello..."

(Adnkronos) - "Se andiamo più d’accordo io e Saronni oppure Elly Schlein e Giuseppe Conte? Noi non siamo mai andati d’accordo e continuiamo a non andarci nemmeno oggi, perché Saronni è sempre polemico”. Francesco Moser, uno dei ciclisti italiani più importanti di sempre, si è raccontato oggi a 'Un Giorno da Pecora', su Rai Radio1, a partire dallo sport che lo ha visto trionfare tante volte passando per la politica e non solo. 

 

"Io veramente - ha detto Moser a proposito di Saronni - l’ho anche invitato a casa, abbiamo fatto dei pranzi e pedalato insieme. Poi, improvvisamente, non so se gli ha dato di volta il cervello ma si è messo a fare dichiarazioni di ogni tipo. Ha detto che gli ho rubato un Giro d’Italia, ma le classifiche mica le faccio io”. Poi, qualche battuta sulla politica: "Che ciclisti potrebbero essere Schlein e Meloni? Schlein è capace solo di andare contro, quando c’erano loro al governo non mi pare abbiano fatto meglio dell’esecutivo attuale. Il mio voto più a sinistra è stato per la DC? E’ vero. Piuttosto che votare a sinistra non vado a votare. In passato ho detto di apprezzare la Lega? Mi piace anche la Meloni, basta che vadano d’accordo e tengano in piedi la coalizione. Che penso di Vannacci? Basta che non faccia troppo casino...". Moser ha poi detto la sua su Vannacci e Meloni: "Sono posizioni completamente diverse, la Meloni ha tante cose a cui pensare, Vannacci gioca sulle cose che non vanno. Se tirerei 'la volata' alla premier? Si, certamente". 

In chiusura, Moser ha parlato della sua quotidianità: "Oggi vado con la bici elettrica, il mio fisico l’ho già strapazzato abbastanza. Troppo comoda? Credetemi, si può faticare anche così. Ho appena fatto il monte Bondone, 18km di salita, sono andato su in prima, se la fai con la bici normale arrivi su che non riconosci nemmeno più chi hai intorno. Così vai in bici senza impiccarti". 

16 ott 2026

Elementi totali: 20
Vai a