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Vaccini: non prevenire costa, 5 proposte di HappyAgeing per Pnpv in over 65

(Adnkronos) - Ogni euro investito nella vaccinazione contro l’Herpes Zoster negli anziani può generare fino a 782 euro di beneficio per la società, secondo le stime dell’Office of Health Economics. Per l’antinfluenzale il rapporto sale fino a 19 euro, per l’antipneumococcica fino a 30, per il Virus respiratorio sinciziale (Vrs) fino a 14. Sono numeri discussi nel corso dell’Assise nazionale sulla prevenzione delle malattie infettive nell’anziano, tenutasi a Roma a Palazzo Baldassini, su iniziativa di HappyAgeing - Alleanza italiana per l'invecchiamento attivo. Il dibattito - informa una nota - si è infatti concentrato non su quanto costa prevenire, ma quanto costa non farlo, contenuto nell’analisi tecnico-scientifica ‘Le vaccinazioni per proteggere la popolazione anziana in Italia. Quadro epidemiologico, carico di malattia, offerta vaccinale e profili di costo-efficacia’. Elaborato dagli esperti delle Università di Pisa e di Bari sotto la responsabilità scientifica di Caterina Rizzo e Silvio Tafuri, questo documento è stato presentato da HappyAgeing al ministero della Salute e al Cip - Coordinamento interregionale prevenzione che, attraverso la Cabina di regia, stanno lavorando alla costruzione del nuovo Piano nazionale di prevenzione vaccinale (Pnpv). 

Oltre a dati economici rilevanti, il documento di HappyAgeing raccoglie 5 proposte operative per il nuovo Pnpv su pneumococco, Herpes Zoster, influenza, difterite-tetano-pertosse, Vrs e Covid-19, le vaccinazioni raccomandate nella silver age. Vivere più a lungo - si legge nella nota - non è più un’eccezione demografica ma una nuova realtà sociale e per garantire la longevità i vaccini sono una soluzione sia in termini di qualità di vita guadagnata che in costi evitati per il Servizio sanitario nazionale. Le 5 proposte operative di HappyAgeing per il nuovo Pnpv sono: 1) Comunicazione, conoscere le malattie per scegliere la prevenzione. Servono campagne continuative, centrate sulle malattie e sul loro impatto reale, capaci di superare la sottostima del rischio che oggi frena le vaccinazioni; 2) Ampliamento della rete vaccinale e chiamata attiva. Più soggetti abilitati alla somministrazione oltre ai medici di medicina generale e ai centri vaccinali, ad esempio le farmacie, percorsi vaccinali strutturati negli ospedali per i pazienti fragili, ma anche in tutti i poliambulatori pubblici e le Case di Comunità, per una chiamata attiva estesa e resa sistematica.  

E ancora: 3) La prevenzione come investimento, una questione di architettura finanziaria. La spesa per l’immunizzazione va riconosciuta come investimento strutturale, separata dalla spesa sanitaria corrente, con un sistema nazionale di dati economici a supporto delle scelte di programmazione; 4) Aggiornamento del Pnpv e del Calendario Vaccinale. Servono l’inclusione esplicita di Covid-19 e Vrs, oltre a una scadenza certa per la Circolare Ministeriale sull’influenza. Infine: 5) Appropriatezza vaccinale, formulazioni potenziate, soglia a 60 anni, innovazione. Recepimento uniforme dei vaccini potenziati e adiuvati in tutte le Regioni, abbassamento a 60 anni della soglia per l’offerta gratuita dei vaccini potenziati contro l’influenza, e percorsi di Health Technology Assessment più rapidi per l’innovazione. 

 

“L’analisi e le proposte contenute in questo documento sono operative e immediatamente implementabili – afferma Michele Conversano, presidente del Comitato tecnico scientifico di HappyAgeing – Non richiedono nuove scoperte scientifiche né risorse straordinarie: richiedono scelte su come classificare la spesa in prevenzione, su chi può somministrare un vaccino, su quando pubblicare una circolare, su come parlare alle persone di malattie che si possono evitare. HappyAgeing porta queste proposte nelle sedi istituzionali competenti con la consapevolezza che ogni stagione in cui le coperture restano al di sotto degli obiettivi è una stagione di complicanze, ospedalizzazioni e perdita di autonomia che si potevano prevenire".  

"Le evidenze ci sono - aggiunge - gli strumenti anche: ciò che serve ora è la volontà di tradurli in scelte di sistema, strutturali e durature. Il lavoro che svolge il ministero della Salute è sicuramente alacre e da parte delle Regioni c’è forte impegno. Nonostante la disomogeneità territoriale, obiettivo comune è far sì che uno dei pilastri dell’invecchiamento attivo, o meglio della longevità, l’immunizzazione, diventi effettivamente fruibile dalla popolazione grazie all’offerta di nuovi vaccini sicuri ed efficaci”. 

La coordinatrice del Cip, Francesca Russo sottolinea che “il Coordinamento interregionale della prevenzione sta già lavorando attivamente al nuovo Pnpv con il ministero della Salute attraverso la Cabina di regia appositamente istituita. Le Regioni sono in prima linea nell’attuazione delle politiche vaccinali e devono quindi essere coinvolte fin dalle prime fasi, anche per affrontare insieme le implicazioni sulle risorse e sull’aggiornamento del Calendario vaccinale. È un lavoro che richiede sinergia istituzionale e siamo felici di costruirla anche con HappyAgeing: un’Alleanza che, per sua stessa natura – società scientifiche, sindacati ed enti di vario genere – porta al tavolo una voce plurale e rappresentativa del mondo della prevenzione”. 

 

Per Francesco Macchia, direttore di HappyAgeing, “un vaccino, per essere davvero efficace, deve essere conosciuto, accessibile e facile da ricevere: non basta renderlo disponibile, serve spiegare ai cittadini cosa fare e perché farlo. Per questo HappyAgeing ha realizzato anche uno strumento snello e operativo, ‘Le vaccinazioni per proteggere la popolazione anziana in Italia: 12 cose da sapere e da fare’, documento che traduce le stesse evidenze dell’analisi scientifica in informazioni dirette: per ogni malattia, cosa comporta e quale vaccinazione richiedere”. In una società in cui l’età anagrafica cresce sempre di più, "garantire la longevità, e quindi un invecchiamento in buona salute, è fondamentale", dichiarano congiuntamente Tania Scacchetti, segretaria generale Spi Cgil, Annamaria Foresi, gegretario nazionale Fnp Cisl e Carmelo Barbagallo, segretario generale Uil Pensionati. "Da sempre - proseguono - i sindacati dei pensionati si impegnano per tutelare la salute degli over 65 e la prevenzione attraverso i vaccini è un passo quantomai necessario”. 

Nel dettaglio, i dati di costo-efficacia raccolti nel documento tecnico scientifico confermano che questi vaccini raccomandati negli over 65 non sono una spesa da tagliare, ma un investimento che si ripaga e in alcuni casi rende più di quanto costa. Nel caso dell’anti-pneumococco, le nuove strategie aggiornate produrrebbero risultati clinici migliori a un costo inferiore, con un risparmio per il Ssn stimato tra circa 77 e 457 milioni di euro e più anni di vita in buona salute. I vaccini antinfluenzali potenziati per gli anziani - riferisce la nota - costano, per ogni anno di vita guadagnato (Qaly), ben meno della soglia di 30mila euro considerata accettabile in Italia. Eviterebbero ogni anno decine di migliaia di ricoveri e centinaia di morti, con un risparmio netto per il Ssn di decine di milioni di euro.  

Gli studi internazionali sull’anti-Herpes Zoster mostrano un buon rapporto costo-beneficio, soprattutto per il dolore cronico della nevralgia post-erpetica evitato e la riduzione dei ricoveri nei casi più gravi; le analisi europee sul Vrs, ancora preliminari, vanno nella stessa direzione, in particolare per le persone più avanti con l’età e per chi ha altre patologie. Infine, l’anti-Covid-19 negli over 65 non è soltanto efficace, è economicamente dominante, ossia genera benefici superiori a un costo inferiore rispetto alla mancata vaccinazione. L’evento - conclude la nota - è stata realizzata con il contributo non condizionante di Csl Seqirus, Gsk- GlaxoSmithKline, Moderna, Msd Italia, Pfizer e Sanofi. 

1 lug 2026

Marito Roccella, proseguono ricerche nel lago di Vico: sommozzatori arrivati da varie Regioni

1 lug 2026

Report, crescono performance regionali e richiesta di servizi, divario Nord-Sud

(Adnkronos) - Fotografa in modo dettagliato le realtà regionali il XIV Rapporto sulle Performance regionali del Sistema sanitario italiano, curato da Crea (Centro per la ricerca economica applicata) Sanità, presentato oggi a Roma. Crescono le performance, ma i cittadini chiedono più servizi per la perdita di autosufficienza, mentre il resta il divario Nord-Sud. Il Veneto - informa una nota - si conferma la Regione più performante, raggiungendo il 64% del valore massimo teorico della Performance, mentre la Calabria si posiziona all’ultimo posto con il 36%. Il trend nazionale è comunque positivo, con un indice medio di performance che passa dal 43,4% del 2019 al 46,1% del 2025. Tuttavia, la percezione di miglioramento da parte dei cittadini rimane limitata e molto variabile tra le diverse aree del Paese. Circa un terzo delle Regioni non supera il 40% della performance massima.  

Le dimensioni che più incidono sulla performance - riporta il documento disponibile sul sito creasanita.it - valorizzate da un panel di 114 stakeholder, che hanno contribuito all’elaborazione del Rapporto, suddivisi tra Istituzioni, utenti/cittadini, professioni sanitarie, management delle aziende sanitarie, Industria Life Sciences, sono gli esiti (31,2%) e l’appropriatezza (27,5%), seguite dalla dimensione economico-finanziaria (12,7%), sociale (11,8%), equità (9,9%) e innovazione (6,9%). Dopo alcuni anni, si inverte la tendenza e crescono nuovamente di importanza gli esiti e l’appropriatezza: fenomeno che, secondo il panel, evidenzia come non sia più scontata la capacità del sistema di tutela di garantirli in modo universalistico.  

Aumenta anche il peso della dimensione economico-finanziaria, soprattutto per il Management e i professionisti sanitari, segno di una “sofferenza” gestionale e operativa. Al contrario, equità e innovazione riducono il loro contributo rispetto alle precedenti edizioni, il contributo del Sociale aumenta invece per i cittadini e le Istituzioni. L’integrazione sociosanitaria resta un punto debole, soprattutto nell’assistenza domiciliare e nella presa in carico degli anziani non autosufficienti. L’analisi, integrata di performance, soddisfazione e percezione dei miglioramenti, offre indicazioni preziose per orientare le politiche sanitarie, con la raccomandazione di rafforzare l’assistenza residenziale e domiciliare, e nonché l’integrazione sociosanitaria per rispondere alle esigenze emergenti della popolazione in cui cresce il numero di soggetti non autosufficienti. 

 

Tutte le Regioni hanno registrato miglioramenti, in generale più marcati dove i livelli di partenza erano bassi: la Toscana ha avuto l’incremento maggiore (+0,08 punti percentuali), seguita da Calabria (+0,065), Veneto (+0,059) e P.A. di Trento (+0,057). Il Centro e il Mezzogiorno hanno mostrato miglioramenti mediamente superiori rispetto al Nord, contribuendo a ridurre parzialmente le disuguaglianze. Lombardia, Liguria, Emilia-Romagna e Piemonte hanno avuto incrementi più contenuti (+0,01), probabilmente per vincoli strutturali e livelli già elevati. Il divario tra le Regioni migliori e peggiori resta comunque significativo: circa un terzo delle regioni non supera il 40% del valore massimo di performance ottenibile. Analizzando nel dettaglio il ranking regionale, il Veneto è in testa, seguito dalla Provincia Autonoma di Trento, che raggiunge il 62%. Toscana, Friuli-Venezia Giulia, Marche e la Provincia Autonoma di Bolzano si attestano su valori compresi tra il 56% e il 50%. Un gruppo intermedio comprende Emilia-Romagna, Liguria, Piemonte, Sardegna, Lombardia, Lazio, Abruzzo e Umbria, con performance tra il 48% e il 42%. In coda alla classifica si trovano Puglia, Basilicata, Campania, Valle d’Aosta, Sicilia, Molise e Calabria, tutte sotto il 40% della Performance massima. 

Dopo l’indagine del 2025 dedicata a analizzare i livelli di soddisfazione, quest’anno Crea Sanità ha promosso una indagine su un campione rappresentativo della popolazione italiana per verificare come le opportunità di tutela regionali si riflettono nella percezione dei cittadini rispetto ai servizi erogati dal Sistema sanitario indagando la percezione dei cittadini relativamente ai trend di miglioramento/peggioramento nel medi periodo. La mediana nazionale della soddisfazione nel 2025 è risultata pari a 7,1 su 10, l’indagine 2026 mostra che la quota di cittadini che ha percepito un trend di miglioramento dei servizi del Ssn è bassa, variando dall’8,6% al 25,9%, con la maggior parte delle regioni tra il 17% e il 22%. 

Abruzzo e Molise registrano la quota più alta di cittadini che percepiscono miglioramenti (25,9%), seguite da Lombardia (22,9%), Veneto (22,7%) e Umbria (22,6%). Al contrario, il Trentino-Alto Adige si distingue per la percentuale più bassa (8,6%), seguito da Sardegna (15,3%) e Friuli-Venezia Giulia (16,8%). In Regioni come Liguria, Lazio, Puglia, Basilicata, Calabria, Campania, Piemonte e Valle d’Aosta, la quota si attesta tra il 17% e il 21%. 

 

Una percezione di miglioramento è più diffusa nei servizi standardizzati come l’accesso ai farmaci (30% a livello nazionale, con punte oltre il 40% in alcune Regioni), mentre resta bassa nei servizi residenziali e domiciliari, e quelli legati alla long-term care (ad esempio, solo il 14,6% per l’assistenza domiciliare e il 16,8% per la non autosufficienza). In Lombardia, il 30,2% dei cittadini ha percepito miglioramenti nella prevenzione e il 33,1% nell’accesso ai farmaci; in Veneto, il 36,4% nella prevenzione e il 22% nell’assistenza ai non autosufficienti. Permangono, quindi, criticità nella capacità di rendere visibili i progressi nei servizi territoriali - si legge nella nota - con una forte variabilità regionale e nessun chiaro gradiente Nord-Sud: i cittadini riconoscono i miglioramenti soprattutto nei servizi più consolidati, mentre le aree di assistenza territoriale restano percepite come critiche e meno soddisfacenti. 

Per migliorare la performance, a conferma della multidimensionalità della performance, gli utenti si concentrano su esiti e condizioni di vita, le istituzioni cercano un equilibrio tra equità, prevenzione e sostenibilità, i professionisti sanitari puntano sulla qualità clinica e sugli esiti, il management aziendale si concentra su efficienza ed esiti, mentre l’industria delle Life Sciences dà maggiore importanza a innovazione, accesso ed esiti. L’indagine sulla percezione dei cittadini complementa quella della performance indicando in quali aree e più urgente intervenire: nel Nord l’attenzione si dovrebbe concentrare sull’assistenza domiciliare e residenziale, la prevenzione e il rapporto con il medico di medicina generale. Nel Centro, sull’attenzione alla non autosufficienza e sull’assistenza domiciliare. Nel Sud e nelle Isole, pur registrandosi un miglioramento percepito in tema di assistenza domiciliare e nei ricoveri programmati, persistono difficoltà generalizzate nei servizi territoriali. 

L’analisi evidenzia che il trend evolutivo delle opportunità di tutela della salute è positivo, ma la distanza dai livelli ottimali resta ampia e le differenze territoriali sono marcate. La stessa dinamica dei miglioramenti non si ritrova nella percezione da parte dei cittadini, soprattutto per quanto concerne la residenzialità, domiciliarità e la long-term care, che rappresentano il principale punto di debolezza del sistema. Le aree più strutturate, come la farmaceutica e la prevenzione, mostrano invece livelli più elevati e uniformi di soddisfazione e miglioramento percepito. L’analisi - conclude la nota - offre quindi indicazioni preziose per orientare le politiche sanitarie: è necessario rafforzare l’assistenza territoriale e in particolare l’integrazione sociosanitaria per rispondere alle esigenze emergenti della popolazione. Una sfida per il futuro sarà, anche, quella di rendere più visibili e percepibili i progressi. La strada verso l’eccellenza rimane ancora lunga e richiede un impegno costante per ridurre le disuguaglianze e rafforzare le aree più deboli, con particolare attenzione ai bisogni emergenti di una popolazione in rapido invecchiamento. 

1 lug 2026

Meloni vede Parmitano a Palazzo Chigi: "Dai lustro a intera nazione"

(Adnkronos) - La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha ricevuto a Palazzo Chigi Luca Parmitano, designato dalla Nasa come pilota della missione Artemis III, il cui lancio è previsto per il 2027 con l’obiettivo di aprire la strada al ritorno dell’uomo sulla Luna. Nel corso dell’incontro, si legge in una nota di palazzo Chigi, Meloni "ha rinnovato le congratulazioni al colonnello dell’Aeronautica militare per il prestigioso incarico, che dà lustro all’intera nazione e conferma, ancora una volta, l’eccellenza dell’Italia nel settore spaziale". 

A conclusione dell’incontro, Meloni "ha inoltre consegnato all’astronauta l’esemplare cromatico ufficiale del Tricolore della Repubblica, custodito a Palazzo Chigi, che accompagnerà la missione Artemis III nello spazio quale simbolo dell’ingegno, dell’identità e dell’orgoglio italiano". 

"L'incontro è andato benissimo ed è stato estremamente piacevole. La premier è stata molto curiosa, con tante domande che riguardano la missione e l'aspetto familiare", ha detto all'Adnkronos Parmitano, raggiunto al telefono appena dopo essere stato ricevutoda Meloni. "Abbiamo parlato dell'Italia e della volontà del Paese di avere un ruolo di leadership in Europa sul settore spaziale", ha aggiunto, sottolineando che è stato il suo primo incontro con la premier: "Io vivo negli Stati Uniti, non c'era mai stata occasione".  

Parmitano si trova infatti in Italia in ferie, e ne ha approfittato per incontrare la presidente del Consiglio. "Già 2000 anni fa si diceva 'ubi maior minor cessat', mi sembrava il minimo", scherza l'astronauta al telefono. Meloni "mi ha chiesto del profilo di missione e mi ha chiesto se ci sarà la possibilità di interagire con la mia famiglia mentre sarò in orbita", ha spiegato ancora. La risposta è stata "sì", perché "fortunatamente la tecnologia ci aiuta in questo". 

"Il bello di Artemis III, che continuerà a farci sognare, è che essendo sperimentale in tutto lo è anche nella definizione del profilo di missione; stiamo iniziando a lavorare su quali saranno i compiti, le capacità e così via. Quindi è tutto in divenire - ha aggiunto l'astronauta - Dare una definizione molto specifica di come sarà fatta Artemis III è al momento prematuro. Posso dire che la missione che è stata annunciata dalla Nasa, e sulla quale noi inizialmente ci prepareremo, sarà quella di delineare le procedure e sperimentare l'hardware per l'avvicinamento in modalità sia automatica che manuale, l'operazione ravvicinata e l'aggancio alle astronavi lander; per una di queste è previsto anche l'ingresso, il distacco, il sorvolo e poi l'allontanamento". In quanto pilota della missione Parmitano sottolinea che "la criticità delle operazioni ravvicinate è indubbia. Nelle fasi ravvicinate ci scambieremo il posto io e il comandante e effettuerò queste manovre di attracco manualmente. L'addestramento è già iniziato e andrà avanti per tutto l'anno, fino all'inizio del 2027. La missione è prevista a inizio estate ma ci sono incognite dovute anche al suo aspetto industriale". 

1 lug 2026

Wimbledon, oggi Sinner-Borges - Diretta

1 lug 2026

Liste d'attesa, Magi (Omceo Roma): "Tar tutela autonomia medico"

(Adnkronos) - “Accogliamo con grande soddisfazione la sentenza del Tar del Lazio che ha accolto il ricorso promosso dagli Ordini dei Medici del Lazio, riaffermando un principio fondamentale: la prescrizione è un atto medico che non può essere trasformato in un adempimento burocratico né imposto attraverso automatismi amministrativi". Così Antonio Magi, presidente dell’Ordine dei Medici chirurghi e degli odontoiatri della provincia (Omceo) di Roma, in una nota, commenta la decisione con cui il Tar ha annullato la delibera della Regione Lazio nella parte in cui prevedeva l’obbligo per i Medici di medicina generale (Mmg) e i pediatri di libera scelta di formalizzare le cosiddette “prescrizioni suggerite” provenienti dalle strutture private accreditate. 

“La sentenza – prosegue Magi – afferma con chiarezza che ogni prescrizione comporta una responsabilità professionale diretta e presuppone una valutazione autonoma del medico. Non è possibile attribuire a un professionista la responsabilità di un atto clinico privandolo, allo stesso tempo, della piena libertà decisionale. Autonomia e responsabilità sono inscindibili. Il Tar - aggiunge - ha inoltre evidenziato un aspetto molto importante: un sistema costruito su automatismi prescrittivi rischia addirittura di rallentare i percorsi assistenziali anziché velocizzarli, determinando duplicazioni di valutazioni cliniche e possibili conflitti tra medici. È la dimostrazione - rimarca - che le liste d’attesa non si combattono con procedure burocratiche, ma aumentando realmente l’offerta di prestazioni e investendo sul personale sanitario”. 

“Come Ordine dei Medici – conclude Magi – siamo pienamente disponibili a collaborare con la Regione Lazio per individuare soluzioni realmente efficaci per il governo delle liste d’attesa. Ma tali soluzioni devono sempre rispettare i principi costituzionali, la deontologia professionale e il diritto dei cittadini a ricevere cure fondate sul giudizio libero e responsabile del medico. Questa sentenza rappresenta una tutela per l’intera professione e, soprattutto, per la sicurezza dei pazienti”. 

1 lug 2026

Bruno Conti lascia la Roma a 71 anni: "Tutto ha un inizio e una fine, ora voglio godermi la mia famiglia"

1 lug 2026

Mafia, rapporto Eurispes: "Confiscati oltre 47.000 beni e aziende, ma solo poco più metà destinati"

(Adnkronos) - Il sistema dei beni confiscati comprende oltre 47mila beni immobili e aziende distribuiti sull'intero territorio nazionale. Di questi, solo il 52,2% ha concluso l'iter di destinazione. Nel periodo compreso tra gennaio e luglio 2024 sono stati destinati a finalità pubbliche o sociali 3.446 beni, di cui 3.126 immobili e 320 aziende. Tra il 2010 e il 2023 il numero complessivo dei beni destinati è aumentato del 77,2%, raggiungendo quota 24.789. È quanto emerge dal rapporto di ricerca 'Dal male al bene: come trasformare i beni sottratti alle mafie. Analisi, stime e prospettive', realizzato dalla Fondazione Eurispes e presentato nella Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani, al Senato. 

Il tema dei beni confiscati, spiega Eurispes, va ben oltre il contrasto alla criminalità organizzata e investe direttamente l'economia, la qualità delle istituzioni e le prospettive di sviluppo del nostro Paese. Le mafie, infatti, vanno osservate non sono soltanto come organizzazioni criminali: esse sono diventate grandi operatori economici e finanziari che accumulano ricchezza, alterano i mercati, distorcono la concorrenza e condizionano interi territori. Partendo da questo presupposto, è fondamentale andare oltre al numero dei beni che riusciamo a sequestrare o confiscare, ma quanto siamo realmente in grado di restituire alla collettività trasformandoli in valore economico e sociale.  

Il celebre 'follow the money' non è soltanto una tecnica investigativa, ma una strategia di contrasto economico alla criminalità organizzata. Seguendo questo approccio, la ricerca ricostruisce il valore economico del patrimonio confiscato, analizzandone la distribuzione territoriale, il costo delle inefficienze amministrative e le perdite di valore determinate dall’eccessiva durata delle procedure di gestione e destinazione. Uno degli aspetti più innovativi riguarda proprio la misurazione del valore economico dei beni confiscati. 

Nella ricerca viene elaborata una metodologia che integra i dati dell'Anbsc con le quotazioni dell'Osservatorio del Mercato immobiliare dell'Agenzia delle Entrate, ottenendo una prima valutazione economica dell’intero patrimonio immobiliare confiscato. Al 9 novembre 2025, la banca dati dell'Anbsc censiva 43.326 immobili e 4.836 aziende in stato di confisca.  

Concentrando l'analisi sugli immobili, la ricerca distingue due categorie: quelli ancora in amministrazione e quelli già definitivamente destinati. Gli immobili ancora gestiti dall'Agenzia sono 21.662, per un valore complessivo stimato di circa 1,96 miliardi di euro. A questi si aggiungono 21.664 immobili già destinati, il cui valore complessivo è stimato in circa 2,71 miliardi di euro. Nel complesso, la ricerca stima che i 43.287 immobili confiscati abbiano un valore di circa 4,66 miliardi di euro. Si tratta, tuttavia, soltanto della componente immobiliare per la quale è stato possibile elaborare una valutazione economica sulla base dei dati disponibili. Allargando l'analisi all'intero patrimonio sequestrato e confiscato, comprendendo aziende, partecipazioni societarie, beni mobili registrati, disponibilità finanziarie e gli altri cespiti patrimoniali, il valore complessivo raggiunge una stima compresa tra 30 e 40 miliardi di euro.  

Se il patrimonio immobiliare rappresenta la componente quantitativamente più rilevante dei beni confiscati, le aziende costituiscono la sfida più complessa. È nella loro gestione che si misura la capacità dello Stato di trasformare la legalità in sviluppo economico. Attualmente risultano oltre 2.170 aziende definitivamente destinate, circa 2.800 ancora in gestione, mentre le imprese definitivamente confiscate superano le 3.400 unità. Il dato più significativo è che circa il 95% delle aziende confiscate viene avviato alla liquidazione. Una percentuale che dimostra come il sistema sia molto efficace nella fase ablativa, ma ancora poco efficace nella valorizzazione economica delle imprese.  

Non tutte le aziende confiscate alle mafie sono recuperabili. Molte sono state create esclusivamente per riciclare denaro, emettere fatture false o svolgere attività strumentali alle organizzazioni criminali e, in questi casi, la liquidazione rappresenta spesso l'esito naturale della procedura. Accanto a queste realtà, tuttavia, esistono imprese pienamente operative, in grado di produrre beni e servizi, con lavoratori qualificati, clienti, marchi e competenze che meritano di essere salvaguardati. Le elaborazioni e le stime effettuate sulle aziende per le quali sono disponibili dati economici evidenziano un fatturato complessivo superiore a 123 milioni di euro l'anno. 

L'analisi dei bilanci disponibili, spiega Eurispes, mostra che 300 imprese impiegano complessivamente circa 3.000 lavoratori. Se le aziende attualmente in amministrazione fossero adeguatamente accompagnate nel percorso di rilancio, potrebbero arrivare a occupare circa 31.000 addetti. La ricerca propone anche un'ulteriore simulazione: se il sistema riuscisse a reinserire stabilmente sul mercato anche solo un ulteriore 20% delle imprese oggi amministrate, il recupero economico potrebbe superare i 45 milioni di euro di fatturato annuo.  

La ricerca non si limita a evidenziare le criticità del sistema, ma propone un modello di governance più moderno, capace di trasformare il patrimonio confiscato in una vera risorsa strategica per il Paese. La prima proposta riguarda il rafforzamento dell'Anbsc. L'obiettivo non è modificarne la missione istituzionale, bensì dotarla degli strumenti necessari per svolgerla con maggiore efficacia. Per questo, aggiunge l'istituto di ricerca, proponiamo di valutarne la trasformazione in ente pubblico economico, mantenendo inalterate le garanzie di legalità e di controllo, ma riconoscendole una maggiore autonomia organizzativa, gestionale e finanziaria.  

Una struttura di questo tipo potrebbe operare con maggiore flessibilità, attrarre professionalità altamente specializzate e amministrare un patrimonio di straordinaria complessità con strumenti più adeguati. Tuttavia, una riforma organizzativa da sola non basta. È necessario ripensare anche il modello di gestione del patrimonio confiscato. Da qui la ricerca muove per riprende una proposta già avanzata anni fa dall'Eurispes: la costituzione di una holding nazionale dei beni confiscati. Oggi migliaia di beni vengono amministrati come realtà isolate, spesso prive di collegamenti tra loro. La ricerca propone invece una gestione unitaria, organizzata per filiere produttive e capace di generare economie di scala, attrarre investimenti e valorizzare le competenze presenti sui territori. Una struttura di questo tipo consentirebbe di superare l’attuale frammentazione, trasformando un insieme di beni dispersi in un autentico patrimonio strategico nazionale.  

Un'altra proposta è l’istituzione di un Fondo nazionale per il costo della legalità, destinato esclusivamente alle imprese che presentino concrete prospettive di continuità aziendale. L'obiettivo non è sostenere artificialmente attività prive di futuro, ma evitare che aziende economicamente sane vengano espulse dal mercato proprio nel momento in cui entrano nella legalità. Accanto al Fondo vengono proposti strumenti complementari: linee di credito dedicate, garanzie pubbliche, incentivi fiscali e programmi di accompagnamento manageriale, così da favorire il consolidamento delle imprese recuperabili.  

Per molti anni il dibattito pubblico si è concentrato soprattutto sulla sottrazione dei beni alla criminalità organizzata. La proposta dell'Eurispes è di spostare l’attenzione sulla fase successiva: la valorizzazione. Riuscire a compiere questo passaggio, significa raggiungere un obiettivo ancora più ambizioso della stessa confisca: trasformare ciò che era strumento di potere criminale in una risorsa stabile per la crescita del Paese. 

1 lug 2026

Premio Fair Play Menarini, al via la 30/a edizione

(Adnkronos) - Firenze apre le porte al 30/o Premio Internazionale Fair Play Menarini. Oggi, mercoledì 1 luglio, inizia l’evento che celebra i campioni capaci di distinguersi non solo per i risultati, ma anche per il rispetto, la correttezza e la lealtà. La tradizionale cena di gala a Piazzale Michelangelo inaugura due giorni dedicati ai valori dello sport, che si concluderanno domani, giovedì 2 luglio, con la cerimonia di premiazione al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino.  

Tra i vincitori dell’edizione 2026: Achille Polonara, simbolo di forza e resilienza della pallacanestro italiana, Antonella Palmisano, fra le interpreti più brillanti della marcia e Armand Duplantis, atleta capace di ridefinire i confini del salto con l’asta. I loro nomi brillano accanto a quelli di Bebe Vio e Chiara Mazzel, esempi di determinazione e inclusione nello sport paralimpico. A ricevere il premio sul palco del Maggio Musicale Fiorentino saranno anche Daniele Garozzo, stella della scherma internazionale, Gregorio Paltrinieri, riferimento assoluto del nuoto mondiale, e Simone Anzani, icona della pallavolo. E ancora, al trio composto da Davide Ghiotto, Michele Malfatti e Andrea Giovannini, che hanno riportato dopo 20 anni l’oro olimpico in Italia nel pattinaggio su ghiaccio a squadre, risponderà per il giornalismo sportivo un maestro di telecronache come Fabio Caressa. Tra gli sport protagonisti uno spazio particolare sarà riservato al calcio, con Diego Milito, Emilio Butragueño e Gianfranco Zola, fenomeni del pallone che hanno fatto sognare i tifosi di tutta Europa. 

Accanto a loro, la serata riunirà sotto i riflettori del Fair Play Menarini alcuni vincitori delle precedenti edizioni. Da Antonio Rossi a Giancarlo Antognoni, da Ian Thorpe a Sasha Vujačić passando per Giacomo Perini e Andrea Zorzi. 

 

“Trent’anni fa nasceva un progetto che aveva l’ambizione di mettere al centro i valori dello sport. Oggi possiamo dire che quelle stesse idee sono più attuali che mai – dichiarano Luca Lastrucci, Valeria Speroni Cardi e Filippo Paganelli, membri del Board della Fondazione Fair Play Menarini – In questi anni abbiamo incontrato straordinari campioni ma soprattutto persone eccezionali, che ci hanno dimostrato come il rispetto delle regole, degli avversari e di sé stessi rappresenti il più importante dei successi”. 

Nella conduzione della serata Rachele Sangiuliano, Michele Cagiano e Omar Schillaci saranno affiancati da Federico Buffa, per accompagnare il pubblico in un viaggio tra le grandi storie dello sport. La cerimonia di premiazione del Fair Play Menarini 2026 sarà trasmessa in diretta su Sky ai canali 501 e 257. 

Il 30° Premio Internazionale Fair Play Menarini vede la partecipazione dell’Istituto per il Credito Sportivo e Culturale in qualità di partner istituzionale, e di Sustenium, Frecciarossa, Adiacent ed Estra come partner dell’iniziativa. Per seguire da vicino i protagonisti e restare aggiornati su tutte le novità, visitare il sito ufficiale www.fairplaymenarini.com e i canali social del Premio su Instagram, Facebook e YouTube. 

1 lug 2026

Gli scismi nella storia, una lunga scia di separazioni dalla Chiesa

(Adnkronos) - I Lefebvriani hanno ordinato quattro vescovi senza il mandato pontificio. E' solo l'ultimo di una serie di scismi che hanno scosso la Chiesa nel corso dei secoli.  

Nel linguaggio della storia della Chiesa, la parola “scisma” indica una separazione dolorosa ma concreta: non tanto una diversa interpretazione della fede, quanto la rottura della comunione tra gruppi di credenti e l’autorità ecclesiastica. È una frattura che non nasce quasi mai all’improvviso, ma si accumula lentamente, intrecciando questioni teologiche, tensioni politiche, differenze culturali e rivalità di potere. La storia del cristianesimo, in questo senso, non è solo una linea continua di sviluppo spirituale, ma anche una trama di divisioni che hanno ridisegnato più volte la mappa della Chiesa. Alcune di queste fratture sono state riassorbite, altre hanno dato origine a tradizioni cristiane distinte che ancora oggi convivono, separate ma spesso in dialogo. 

Già nei primi secoli, quando il cristianesimo viveva sotto la pressione dell’Impero romano, la comunità dei fedeli si trovò di fronte a una domanda difficile: come comportarsi con chi, per paura della morte, aveva rinnegato la fede? Da questa tensione nacquero le prime divisioni significative. I movimenti dei novaziani e dei donatisti rifiutavano la linea più aperta della Chiesa ufficiale, che prevedeva il reinserimento dei lapsi (i cristiani che avevano rinnegato la propria fede per salvarsi la vita) attraverso la penitenza. Per i gruppi rigoristi, invece, l’apostasia era una frattura irreparabile. Dietro questa disputa non c’era solo una questione disciplinare, ma una diversa idea di Chiesa: da una parte una comunità capace di perdono, dall’altra una comunità dei “puri”, incapace di tollerare la fragilità umana. 

Con il consolidarsi della dottrina cristiana, le controversie si spostarono sul terreno della teologia. I concili di Efeso (431) e Calcedonia (451) cercarono di definire con precisione il mistero di Cristo, ma le loro decisioni non furono accolte ovunque. Le comunità che non riconobbero quei pronunciamenti diedero origine a tradizioni ancora oggi esistenti, come la Chiesa copta e la Chiesa etiope, oltre a varie forme della tradizione siriaca e orientale. In questi scismi, la frattura non è solo ecclesiastica: si intreccia con lingue diverse, culture lontane e sensibilità teologiche non sempre riconciliabili. L’unità della Chiesa antica si incrina proprio mentre cerca di definirsi in modo sempre più preciso. 

Il primo grande scisma del 1054 porta alla frattura tra Chiesa d'Oriente e Chiesa d'Occidente. Il Grande Scisma tra Roma e Costantinopoli non è un evento isolato, ma il punto di arrivo di un lungo processo di allontanamento. Nel corso dei secoli, le differenze tra mondo latino e mondo greco si erano moltiplicate: nella lingua della liturgia, nella struttura del potere ecclesiastico, nella disciplina del clero, perfino nei simboli dell’Eucaristia. A questo si aggiungeva una diversa visione del primato del vescovo di Roma, sempre più forte in Occidente e sempre più contestato in Oriente. La controversia del Filioque, l’aggiunta al Credo che affermava la processione dello Spirito Santo “dal Padre e dal Figlio”, divenne il simbolo di una distanza teologica ormai difficile da colmare. Ma dietro la formula c’era molto di più: due modi diversi di concepire l’autorità, la tradizione e la stessa unità della Chiesa. 

Datato storicamente al 16 luglio 1054, il Grande Scisma pose fine al concetto di cristianità unita sotto un'unica sede apostolica. La scomunica reciproca tra il legato papale Umberto da Silvacandida e il patriarca di Costantinopoli Michele I Cerulario sancì una rottura che, col tempo, si sarebbe trasformata in separazione definitiva. 

Nei secoli successivi, la frattura si consolidò. Le Crociate, soprattutto la conquista di Costantinopoli nel 1204, accentuarono la distanza e alimentarono diffidenze profonde. La Chiesa cattolica sviluppò progressivamente una struttura fortemente centralizzata attorno al papato, mentre il mondo ortodosso si organizzò in una comunione di Chiese autocefale, unite dalla fede ma non da un’autorità unica. Nonostante alcuni tentativi di riunificazione, come i concili di Lione (1274) e Firenze (1439), la separazione rimase stabile. Solo in epoca contemporanea si è riaperto un dialogo significativo con la Chiesa ortodossa, culminato nel gesto simbolico dell’incontro tra Paolo VI e il patriarca Atenagora I nel 1964 e nella revoca delle scomuniche del 1054. 

Se lo scisma d’Oriente separò due mondi, quello d’Occidente rappresentò una frattura interna alla Chiesa latina. Tra la fine del XIII e il XIV secolo, il papato attraversò la fase della cosiddetta cattività avignonese, durante la quale i pontefici risiedettero lontano da Roma, sotto forte influenza francese. Quando la sede fu riportata a Roma, le tensioni esplosero. Nel 1378, l’elezione di Urbano VI fu contestata da una parte del collegio cardinalizio, che elesse un antipapa, Clemente VII. La cristianità occidentale si trovò così divisa tra due obbedienze, e in alcuni momenti persino tre. Non era solo una questione di legittimità: si trattava di una vera frammentazione politica e religiosa dell’Europa cristiana, con regni e alleanze schierati su fronti opposti. Il Concilio di Costanza riuscì infine a ricomporre la situazione nel 1417, ma il prezzo fu alto: l’autorità papale ne uscì indebolita e l’idea di una Chiesa universalmente unita ne risultò profondamente segnata. 

Nel XVI secolo, la nascita della Chiesa anglicana segnò uno degli scismi più noti dell’età moderna. In questo caso, la rottura con Roma fu determinata da una combinazione di motivi personali e politici, legati alla figura di Enrico VIII e al controllo della Chiesa inglese. 

Nel XIX secolo, la proclamazione del dogma dell’infallibilità papale durante il Concilio Vaticano I provocò la separazione di alcuni gruppi, tra cui la Chiesa dei vecchi cattolici. Nel XX secolo, alcune tensioni legate all’attuazione del Concilio Vaticano II hanno generato ulteriori fratture con gruppi tradizionalisti, che contestavano le riforme liturgiche e disciplinari. In prima fila ci sono i gruppi tradizionalisti legati al vescovo Marcel Lefebvre che rifiutano alcune riforme del Concilio Vaticano II, e che da quasi mezzo secolo danno vita a nuove tensioni e scissioni. E ora a un nuovo scisma ufficiale con l'ordinazione quattro nuovi vescovi senza l'autorizzazione papale. (di Paolo Martini) 

1 lug 2026

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