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Mondiali, oggi al via i quarti: il programma delle partite e dove vederle

9 lug 2026

Nato, Meloni rivendica la linea: "Italia rispetta impegni in modo sostenibile. Trump? Non mi pento di nulla"

(Adnkronos) - "Rispettiamo gli impegni della Nato, ma saranno l'Italia e il suo interesse nazionale a stabilire tempi, modi e priorità". Giorgia Meloni chiude il vertice della Nato ad Ankara rivendicando la linea italiana sull'aumento della spesa per la difesa e respingendo l'idea di una corsa agli armamenti senza criteri. Sullo sfondo del summit Nato resta il rapporto con Donald Trump, segnato dagli ultimi attacchi del presidente americano alla premier: sul caso del post con il meme dell'ordine restrittivo Meloni non riapre il dossier, ma difende la scelta politica di mantenere il legame con Washington. "Io non mi pento di nulla di quello che ho fatto", dice, rivendicando una strategia fondata "sull'unità dell'Occidente" e non sui rapporti personali. 

Il messaggio che la presidente del Consiglio porta via dal summit turco è quello di una Nato che, nonostante le tensioni interne e il confronto sul burden sharing, resta compatta. "Il vertice è chiaramente un'occasione per confrontarci con i colleghi, tanto sul lavoro che abbiamo fatto fin qui quanto su come rendere l'Alleanza Atlantica, che nasce come alleanza di difesa e di deterrenza, ancora più forte, ancora più solida, maggiormente capace di rispondere alle sfide complesse del nostro tempo", afferma Meloni nella conferenza stampa conclusiva. "Credo che, in fondo, sia questo il messaggio più importante del vertice di Ankara: la Nato è un'alleanza unita, consapevole delle sfide che ha di fronte, determinata a rafforzarsi", aggiunge la premier, che definisce il summit "breve ma intenso" in una fase nella quale "lo scenario di sicurezza globale muta con una rapidità estrema". 

Uno dei passaggi più attesi riguarda però il confronto con Trump. Interpellata sulle recenti polemiche e sul post pubblicato dal presidente Usa, Meloni ribadisce la scelta di non alimentare lo scontro: "Per quello che riguarda il post, ho detto che non sarei tornata su questo argomento e non tornerò su questo argomento". Ma, sulla strategia complessiva nei confronti della Casa Bianca, la premier difende la sua linea: "Io non mi pento di nulla di quello che ho fatto. Ho fatto un investimento politico per convinzione sull'unità dell'Occidente. L'ho rivendicato a 360 gradi". 

Una scelta che, sottolinea Meloni, non nasce con l'approdo del tycoon alla presidenza americana. "Non è una strategia che ho messo in campo con l'arrivo di Donald Trump. L'ho fatto con tutti gli interlocutori che ho trovato di fronte". La premier riconosce che con l'attuale presidente Usa "c'erano e ci sono delle affinità su alcuni temi, dalla politica dell'immigrazione alla cultura woke", ma chiarisce che la bussola resta l'interesse italiano: "Non cambio idea su quale sia l'interesse italiano, perché le scelte che io faccio non sono scelte dettate dal piccolo cabotaggio". Meloni ribadisce quindi che la sua impostazione non dipende dall'andamento del rapporto personale con il presidente americano. "Io ho una strategia in testa e quella strategia è figlia di quello che, secondo me, è nell'interesse nazionale italiano. E secondo me, nell'interesse nazionale italiano ed europeo, c'è l'unità e il rafforzamento dell'unità occidentale". 

Sul fronte della difesa, il punto centrale riguarda gli investimenti. L'Italia, spiega Meloni, si è presentata al vertice "con una percentuale del 2,8% del proprio prodotto interno lordo investito in difesa e sicurezza, registrando un aumento dello 0,71% rispetto all'anno precedente". Un incremento che, secondo la premier, riflette "questa concezione più ampia della sicurezza nazionale e della resilienza strategica". Roma, assicura, manterrà gli impegni presi con l'Alleanza, ma senza rinunciare alla propria programmazione. "Vogliamo chiaramente rispettare gli impegni, ma lo vogliamo anche fare in modo sostenibile, cioè stabilendo noi i tempi, stabilendo i modi, stabilendo le priorità, in base al contesto e in base alle nostre possibilità". 

La presidente del Consiglio insiste su una visione della sicurezza che non coincide soltanto con la difesa tradizionale ma che va dalla "protezione delle infrastrutture critiche" alla "sicurezza energetica", passando per la cybersicurezza e "quindi la sicurezza dei dati delle famiglie, delle imprese e delle pubbliche amministrazioni". Un approccio che, nelle parole di Meloni, investe direttamente "la vita quotidiana dei cittadini". Il tema della spesa militare viene poi legato alla capacità industriale nazionale. "Se investiamo nella nostra difesa, quei soldi devono restare in Italia, nelle nostre fabbriche, nella nostra ricerca, nei nostri territori", afferma la premier, che mette in guardia anche dal rischio di aumentare gli investimenti senza una strategia sulle filiere: "Se noi aumentiamo le risorse che investiamo senza porci il problema politico di come garantiamo il nostro controllo delle filiere fondamentali della difesa, rischiamo di pagare per finanziare la nostra dipendenza". Per questo, spiega, bisogna capire "in che cosa spendiamo e capire come mettiamo in sicurezza il fatto che noi stiamo investendo e spendendo risorse per qualcosa che controlliamo, che controlliamo pienamente e di cui siamo sovrani". 

Nel corso della giornata ad Ankara, Meloni ha avuto anche due incontri bilaterali. Il primo con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, al quale ha confermato il sostegno italiano a Kiev. Il governo, ha spiegato, sta valutando "i vari modi che ci sono per sostenere l'Ucraina". L'altro colloquio è stato con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, padrone di casa del vertice. Meloni ha ringraziato Erdogan "per la sua eccellente ospitalità e per l'ottima organizzazione", spiegando che nel bilaterale si è parlato "dei molti temi che riguardano la nostra cooperazione bilaterale, dalla difesa fino al contrasto dell'immigrazione illegale". Sul ruolo dell'Europa nella sicurezza internazionale, infine, la premier rilancia il tema dell'autonomia. "È tempo che l'Europa garantisca la propria sicurezza da sola, e non per fare un favore a qualcuno, ma per non dipendere da nessuno". Una questione, sottolinea, che "è quindi una questione di sovranità, ancora prima che di difesa". 

9 lug 2026

Ennesima ondata di caldo, la previsione: "Temperature 7 gradi sopra le medie"

(Adnkronos) - Nuova ondata di caldo in arrivo sull'Italia, con temperature fino a 7-8 gradi sopra la media climatica e punte di 40 gradi in Sardegna. Secondo le previsioni, l'anticiclone africano tornerà a rafforzarsi da venerdì 10 luglio, determinando un deciso aumento delle temperature su gran parte del Paese, mentre al Nord non si esclude il rischio di temporali violenti e grandinate. 

"Nei prossimi giorni l'Italia si prepara a fare i conti con l'ennesima ondata di caldo di questa stagione", spiega all'Adnkronos Mattia Gussoni, meteorologo de iLMeteo.it. "Si tratterà di una fase climatica anomala, caratterizzata da temperature fino a 7-8 gradi oltre le medie storiche. Il motore di questa escalation termica è ancora una volta l'anticiclone africano, che trasporterà masse d'aria rovente dal Sahara verso il Mediterraneo". 

L'aumento del caldo si farà sentire soprattutto tra venerdì e il fine settimana, con valori massimi diffusamente oltre i 34-35 gradi nelle principali città italiane. Nelle aree interne della Sardegna, invece, le temperature potranno raggiungere e superare localmente i 40 gradi. 

Nonostante il predominio dell'alta pressione, sabato il Nord dovrà fare i conti con una marcata instabilità atmosferica. "Il forte contrasto tra l'aria rovente al suolo e correnti più fresche in quota potrebbe favorire lo sviluppo di temporali intensi, accompagnati anche da grandinate di forte intensità", osserva Gussoni. 

La fase più intensa dell'ondata di calore è attesa però all'inizio della prossima settimana. Le anomalie termiche resteranno comprese tra 7 e 8 gradi oltre la norma e le grandi città del Centro-Sud saranno le più colpite. A Roma e Firenze, conclude il meteorologo, le temperature potranno raggiungere i 38-39 gradi, con afa elevata anche nelle ore notturne e il ritorno delle cosiddette "notti super tropicali". 

8 lug 2026

Rai, stallo prolungato in Vigilanza: spunta la questione 'nuovi' componenti

(Adnkronos) - Stallo, che rischia di essere nemmeno tanto breve. Il puzzle della commissione di Vigilanza Rai fatica sempre di più a comporsi. Lo stand by si allunga sempre di più in un rimpallo di responsabilità che ha mandato in soffitta Riccardo Villari, l'esponente del Pd eletto presidente con i voti del centrodestra nel 2008, poi espuso dai dem ma rimasto a San Macuto per tre mesi prima di cedere il comando della bicamerale a Sergio Zavoli. La prima scadenza ('soft') data dai presidenti delle Camere nella loro ultima lettera è stata superata senza effetti. Entro mercoledì i Gruppi parlamentari avrebbero dovuto indicare i nuovi componenti dell'organismo parlamentare, ma il sì è arrivato solo dalla maggioranza. L'opposizione ha fatto subito sapere che non avrebbe dato seguito alla sollecitazione. 

Ma "i problemi devono saperli affrontare maggioranza e opposizione e cercare di superarli senza scaricarli sul presidente della Camera e anche del Senato", ha spiegato Ignazio La Russa parlando del suo impegno per una soluzione del caso Vigilanza. Però è proprio sui piani alti di Montecitorio e palazzo Madama che punta il dito l'opposizione: "I presidenti delle Camere per due anni non hanno fatto nulla e hanno gestito la vicenda in maniera burocratica. C'è un problema politico che deve essere risolto: i presidenti delle Camere dovrebbero rendersi conto della difficoltà istituzionale e costituzionale, è la prima volta che una cosa del genere succede nella storia della Repubblica", ha detto all'Adnkronos Stefano Graziano, capogruppo del Pd in Vigilanza Rai, intervistato ad 'AdnTalks' dal direttore Davide Desario. (QUI L'INTERVISTA) 

Per non passare per 'barricadera' e basta, l'opposizione la sua proposta l'ha avanzata: "Si riparta dall'European media freedom act". Recepire prima le indicazioni di Bruxelles sull'informazione pubblica e poi, di conseguenza, procedere a tutto il resto. A partire dal rinnovo della governance della Tv pubblica. "Adesso sta alla maggioranza fare proposte per sbloccare la situazione", ha detto sempre Graziano. Quindi, stallo. Perchè, come ha sottolineato sempre La Russa, "i presidenti non possono sostituirsi alle scelte dei partiti". I primi inquilini di Camera e Senato, insomma, non avrebbero certo l'intezione di stressare troppo la situazione. Potrebbe, quindi, arrivare un nuovo richiamo. Un estremo invito alla riflessione sull'opportunità di mettere in condizione la bicamerale di funzionare. Con un alert, però. "Non è possibile che si arrivi a ridosso delle elezioni senza che siano approvate le regole della par condicio", è il limite invalicabile secondo fonti parlamentari di maggioranza. Insomma, in politica va bene anche il muro contro muro deciso ma poi ci sono delle responsabilità da assumersi. 

Resterebbe quindi sullo sfondo la prospettiva di procedere come con la commissione Covid, con una 'cooptazione forzata' dei componenti da parte di La Russa e Fontana, magari partendo dai capigruppo o dai componenti degli Uffici di presidenza dei due rami del Parlamento. Questo per indicare un metodo equo e bilanciato delle scelte. "Ma noi ci dimetteremo di nuovo", hanno già assicurato dall'opposizione, senza manifestare dubbi. E quindi ancora stallo. Ed è a questo punto che fanno strada, in Transatlantico, le voci di un lavorio in atto sotto traccia che, però, richiederebbe un pò più di tempo rispetto a un termine troppo ultimativo da mettere sulla composizione della Vigilanza Rai.  

Il punto fisso da cui partite è che la bicamerale, dopo i cambiamenti dei gruppi parlamentari rispetto all'inizio della legislatura, avrebbe avuto comunque bisogno di un riequilibrio interno. Forza Italia ha colto la palla al balzo, rivendicando il suo spazio: indicando i suoi componenti ne ha inserito uno in più rispetto al passato, il senatore Mario Occhiuto. C'è poi la questione Azione: Maria Stella Gelmini, entrata in quota opposizione, si trova ora componente di maggioranza per Noi moderati. Il partito di Carlo Calenda, che dovrà avere un suo componente, ha gli occhi di tutti puntati. Il capogruppo alla Camera Matteo Richetti è sempre stato presente a tutte le riunione dell'opposizione sulla Vigilanza, l'ultima ieri pomeriggio, rivendicando tutte le scelte fatte dal 'campo larghissimo'. "Ma se la maggioranza proponesse a Calenda la presidenza della Vigilanza?", suggerisce un commissario di opposizione.  

Sul posto spettante al Misto, invece, ha messo gli occhi Futuro nazionale: "Siamo la componente più numerosa, per quale motivo di viene negata una rappresentanza?", ha scritto il deputato vannacciano Edoardo Ziello al presidente Fontana e al capogruppo del Misto Manfred Schullian. Il Misto sino ad oggi è stato rappresentato a Dieter Steger, ma se il commissario andasse davvero ai vannacciani? Attualmente la maggioranza conta su 25 voti in commissione, ne basterebbero appena due (al netto del voto del presidente) per avere i due terzi che la legge sulla governance Rai richiede per la ratifica dell'indicazione del presidente della Tv pubblica. "Se riuscissero a conquistare due commissari, potrebbero decidere non solo di far ripartire la Vigilanza e di farla funzionare solo con loro, ma anche di nominare i vertici Rai. E tutto a ridosso delle elezioni", è il grido di allarme lanciato dai parlamentari dell'opposizione. 

8 lug 2026

Michele Mari vince il Premio Strega 2026 con I convitati di pietra

(Adnkronos) - Michele Mari vince il premio Strega 2026 con I Convitati di Pietra, che ottiene 190 voti nella serata finale andata in scena mercoledì 8 luglio. Mari, pubblicato da Einaudi, ha confermato i pronostici della vigilia che lo davano come il candidato favorito per il gradino più alto del podio. 

 

Il vincitore ha superato la concorrenza degli altri cinque scrittori arrivati in sestina: Matteo Nucci con 'Platone. Una storia d’amore' (Feltrinelli), si è piazzato secondo con 152 voti; Bianca Pitzorno con 'La sonnambula' (Bompiani), terza con 84 voti; Alcide Pierantozzi con 'Lo sbilico' (Einaudi) ha chiuso quarta con 78 voti; Teresa Ciabatti con 'Donnaregina' (Mondadori) ha ottenuto 75 voti e si è piazzata quinta; Elena Rui, Vedove di Camus (L’orma) sesta con 64 voti. In totale, sono stati espressi 643 voti sul totale di 800 giurati: ha votato l'80,4 % degli aventi diritto. 

 

La serata finale si è tenuta, per la prima volta, in piazza del Campidoglio, gremita da una folla di scrittori, editori e addetti ai lavori. Il cuore antico di Roma è stato scelto per festeggiare l'80esima edizione del riconoscimento ideato dai coniugi Goffredo e Maria Bellonci lo stesso anno in cui venne proclamata la Repubblica. Il premio è stato consegnato al vincitore da Andrea D’Angelo, vicepresidente di Strega Alberti Benevento. 

Michele Mari si è, dunque, imposto con il suo ‘I convitati di pietra’, libro proposto da Vittorio Lingiardi. Il romanzo racconta la storia di un gruppo di ex compagni di liceo che, dopo la maturità, stringono un 'patto sciagurato'. Quello che nasce come un gioco si trasforma in una spietata competizione per la sopravvivenza, dove l'ultimo rimasto in vita vincerà un tesoro, svelando con perfido divertimento le pulsioni nascoste dentro l'amicizia. Alla vigilia della finale Mari è stato al centro di una polemica a causa di presunte affermazioni offensive su Michela Murgia, la scrittrice morta tre anni fa. 

La serata, condotta da Pino Strabioli e Gloria Campaner, è stata trasmessa in diretta televisiva da Rai 3. Sono intervenuti: Roberto Gualtieri, sindaco di Roma Capitale; Giovanni Solimine e Stefano Petrocchi, rispettivamente presidente e direttore della Fondazione Bellonci; Giuseppe D’Avino, presidente di Strega Alberti Benevento; Serena Morgagni, responsabile della Direzione Communication di BPER Banca. 

Gli ultimi cento voti sono stati scrutinati uno per uno fino alla proclamazione da Andrea Bajani, vincitore della scorsa edizione del Premio Strega. Tra gli ospiti istituzionali della serata, il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, l’assessore alla Cultura del Comune di Roma, Massimiliano Smeriglio, e il presidente della Commissione Cultura della Camera, Federico Mollicone. 

Gli 800 aventi diritto al voto sono così distribuiti: 460 Amici della domenica, 245 votanti dall’estero selezionati da 35 Istituti Italiani di Cultura nel mondo, che contribuiscono alla formazione della giuria esprimendo ciascuno 7 giurati tra studiosi, traduttori e appassionati della nostra lingua e letteratura, 30 voti collettivi espressi da scuole, università e circoli di lettura delle Biblioteche di Roma, 65 voti di lettori forti scelti nel mondo delle professioni e dell’imprenditoria. Tra i nuovi giurati entrati quest’anno a far parte degli Amici della domenica: le giornaliste Marianna Aprile, Annalisa Cuzzocrea e Francesca Fagnani, le scrittrici Sabrina Efionay e Annalisa de Simone, gli scrittori Andrea Canobbio e Dario Voltolini. 

Grazie alla collaborazione con il Maeci, quest’anno sono stati 35 gli Istituti italiani di Cultura all’estero coinvolti nella giuria. Ecco quali: Addis Abeba, Amburgo, Amsterdam, Atene, Beirut, Berlino, Bruxelles, Buenos Aires, Chicago, Città del Messico, Dublino, Il Cairo, La Valletta, Lione, Lisbona, Londra, Los Angeles, Madrid, Montréal, New York, Parigi, Pechino, Praga, Santiago, Seoul, Shangai, Stoccarda, Stoccolma, Strasburgo, Tirana, Tokyo, Tripoli, Tunisi, Varsavia, Vienna. 

Il vincitore Michele Mari proseguirà lo Strega Tour toccando l’11 luglio Lonato del Garda, il 15 luglio Idroscalo di Ostia (Puntasacra Film Fest), 17 luglio Villasimius (Festival della Marina), 19 luglio Cervo (Cervo ti Strega), 24 luglio Frascati, 25 luglio Vieste (Il Libro Possibile), 26 luglio Ugento, 5 agosto Marciana Marina, 8 agosto Cortina d’Ampezzo (Una montagna di libri), a fine agosto Benevento (Benevento Città spettacolo) e a fine settembre Palermo (Logos). (di Carlo Roma) 

8 lug 2026

Un sensore può individuare Parkinson? Il segreto sono le lacrime

(Adnkronos) - Una lacrima sul viso può dire molto, ma non solo sulle emozioni che proviamo. In ogni goccia si nasconde una miniera di informazioni anche sul nostro cervello e sul suo stato di salute. Parola di scienziati. In futuro, spiegano gli autori di un nuovo studio, attraverso sensori hi-tech si potrebbe sviluppare un vero e proprio test della lacrima, non invasivo, in grado di monitorare disturbi neurologici senza aghi o impianti. Ed ecco cosa potrebbe rivelare con poche gocce. Nel lavoro pubblicato sulla rivista 'Acs Omega' (dell'American Chemical Society), gli esperti spiegano di aver sviluppato un dispositivo - un sensore elettrochimico low cost - per rilevare la dopamina, un neurotrasmettitore coinvolto nel movimento, nell'apprendimento, nella motivazione e nella regolazione emotiva. Leggere questi dati potrebbe fornire indizi importanti sulla salute neurologica. 

I ricercatori - un team in forze in atenei e centri di ricerca brasiliani - hanno testato il sensore utilizzando lacrime umane artificiali. E con questa prima prova hanno dimostrato che è possibile rilevare con precisione una gamma ampia di concentrazioni di dopamina. La tecnologia messa a punto potrebbe supportare lo sviluppo di nuovi strumenti per il monitoraggio del morbo di Parkinson e di altre patologie legate a livelli atipici di dopamina.  

Con la creazione del sensore, illustra l'autore corrispondente dello studio Neftalí Lênin Villarreal Carreño, "puntiamo a facilitare l'individuazione precocissima dei disturbi neurologici, creando opportunità di intervento clinico prima che si manifestino i sintomi principali". Le variazioni dei livelli di dopamina, sia in aumento che in diminuzione rispetto alla norma, sono associate a patologie neurologiche e psichiatriche. Ad esempio, nel morbo di Parkinson le concentrazioni tendono a diminuire. Gli attuali metodi di monitoraggio, come prelievi di sangue, analisi delle urine o dispositivi impiantabili, richiedono tempo o procedure invasive. Le lacrime potrebbero rappresentare un'alternativa, una strategica fonte di informazioni sullo stato di salute, poiché possono essere raccolte in modo rapido e indolore.  

Carreño e colleghi hanno quindi costruito e testato un sensore per valutare se le lacrime potessero fornire un metodo non invasivo di monitoraggio della dopamina. Per crearlo hanno utilizzato un laser per convertire porzioni di una sottile pellicola di plastica in grafene elettricamente conduttivo. Il dispositivo, delle dimensioni di un francobollo, produce un segnale elettrico quando la dopamina reagisce col grafene. Nei test di laboratorio, i ricercatori hanno aggiunto dopamina a lacrime umane artificiali e hanno misurato le prestazioni del sensore. Lo strumento si è dimostrato promettente: ha rilevato con precisione i livelli di dopamina, comprese concentrazioni simili a quelle precedentemente riscontrate nelle lacrime di persone affette dal morbo di Parkinson, e ha mantenuto le sue prestazioni anche in presenza di altri composti comunemente presenti nelle lacrime.  

I risultati descritti, concludono i ricercatori, gettano le basi per futuri studi basati sull'utilizzo di campioni di lacrime umane e aiuteranno a sviluppare dispositivi per la diagnostica in grado di monitorare i biomarcatori neurologici attraverso la semplice raccolta di poche gocce.  

 

8 lug 2026

Trump show a vertice Nato ad Ankara, dopo gli attacchi è "immenso amore" con gli alleati

(Adnkronos) - Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha trasformato il summit della Nato ad Ankara in un suo show personale, in cui prima ha drammatizzato, attaccando con metodo sia l'Alleanza che gli alleati, specie quelli che osano resistergli, come la Danimarca che non intende cedergli la Groenlandia, e come la Spagna, che si ostina a non voler spendere per la difesa quanto lui vorrebbe. Poi però, in netta contraddizione con i toni e gli argomenti usati martedì e ancora mercoledì mattina, il lieto fine: il presidente ha parlato di "molta unità" e addirittura di "immenso amore" tra i 32 alleati.  

Per il presidente Usa, che ha passato le ore precedenti a strapazzare sia la Nato nel suo complesso che gli alleati, specialmente alcuni, e tra questi anche l'Italia, il summit è stato un "grande successo". Ha anche espresso rammarico perché la stampa non ha potuto assistere ai lavori, che si tengono a porte chiuse. Ha lodato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e lo stesso segretario generale Mark Rutte, che, ha sottolineato, ha fatto "un grande lavoro, è un fantastico unificatore". 

Il presidente ha 'dirottato' mediaticamente il vertice, convocando più conferenze stampa nel corso di poco più di 24 ore e calamitando così su di sé, com'era inevitabile, l'attenzione dei media: una martedì, subito dopo l'incontro con Recep Tayyip Erdogan, e altre ieri, la prima al fianco del segretario generale della Nato Mark Rutte, la seconda con Volodymyr Zelensky e la terza nella grande sala della biblioteca presidenziale, nel complesso di Bestepe ad Ankara, dove si è svolto il vertice. 

Come aveva già fatto altre volte, Trump ha criticato l'Alleanza. "Non sono contento - ha affermato - della Nato per quello che ha fatto in Groenlandia. E non sono contento della Nato per il fatto che non hanno voluto aiutarci con il principale Stato sponsor del terrorismo", l'Iran. Rutte ha notato che l'Iran non rientra nell'ambito territoriale delineato dal Trattato, ma non ha escluso che la Nato possa avere un ruolo in futuro per impedire che Teheran abbia l'atomica.  

"Su questo fronte - ha aggiunto Trump - non erano disposti ad aiutarci. In tutta onestà, non ne ho parlato con Mark. Se l'avessi fatto, le cose sarebbero potute andare diversamente, ma non avevamo bisogno di aiuto. Però stavo solo mettendo alla prova la loro posizione. Volevo vedere se sarebbero stati presenti o meno".  

Il segretario generale, dal canto suo, ha avvertito anche lui nella sala dei leader un "enorme senso di unità" tra i 32 capi di Stato e di governo. Tuttavia, ha dovuto ammettere quello che già si intuiva dalla dichiarazione finale, cioè che la data del prossimo summit della Nato non è stata ancora fissata. Rutte ha confermato che si terrà in Albania, ma ha aggiunto che "la data esatta deve ancora essere decisa".  

Sembra che le proteste in corso in quel Paese contro un progetto immobiliare collegato al genero di Trump Jared Kushner in una riserva naturale, che si sono trasformate in un movimento di massa, la cosiddetta rivoluzione dei fenicotteri, abbiano irritato non poco il presidente americano, il quale avrebbe anche chiesto di diradare gli impegni della Nato, dai vertici alle ministeriali. Va però detto che i summit della Nato si tengono a cadenza annuale solo da qualche anno: in precedenza erano assai più rari.  

Prima del lieto fine, ancora mercoledì Trump ne aveva avute un po' per tutti, ma non per la Polonia che, ha sottolineato, "sta facendo molto bene" e ha "un grande presidente", Karol Nawrocki dell'ultranazionalista Pis. Trump ha attaccato con particolare determinazione la Spagna di Pedro Sanchez, socialista, al quale gli attacchi di Trump finora hanno giovato sul piano dei consensi: la sua postura da "hombre vertical", che non si piega davanti al presidente yankee, sembra non dispiacere agli spagnoli. "La Spagna - ha detto - è un caso senza speranza. Tra l'altro, non vogliamo più fare affari commerciali con la Spagna. Vorrei che fosse tagliata fuori". 

La Spagna, ha continuato Trump, "è un partner terribile nella Nato. Non partecipano. Non pagano. Non voglio avere nulla a che fare con la Spagna. Interrompete ogni commercio con la Spagna, per favore, incluse le visite. Non vogliamo avere nulla a che fare con loro". Ma non si è fermato qui: "State a vedere - ha previsto - vedrete che torneranno strisciando. Oh, torneranno eccome". 

Trump ha aggiunto: "Vediamo quanto resteranno ostili, quando chiameranno dicendo: 'Per favore, per favore, vogliamo commerciare con voi, signore. Vogliamo commerciare con voi, signore' (qui ha fatto una vocina piagnucolante, ndr). Fanno un sacco di soldi con noi. Ora vedranno che ne faranno molti meno. Non voglio fare affari con loro".  

Il commercio con la Spagna non è una questione bilaterale Washington-Madrid, ma una materia che riguarda l'Unione Europea, che in materia ha la competenza esclusiva. Da Bruxelles i portavoce della Commissione hanno assicurato che la Commissione farà "sempre" in modo che gli interessi degli Stati membri vengano "pienamente tutelati". Dal canto suo, Sanchez non si è lasciato impressionare e ha detto che nella Nato sono "più le cose che ci uniscono di quelle che ci dividono". Ha fatto poi notare che le decisioni in materia di spesa pubblica appartengono alla sfera della sovranità nazionale. 

Dopo la Spagna, Trump è tornato ad attaccare l'Italia, ma quasi en passant: "L'Italia è stata pessima (very bad, ndr) per quanto riguarda le loro basi, come sapete", e lo sono stati "anche un paio di altri Paesi", ha osservato. Dopo la cena di martedì sera, in cui era allo stesso tavolo con la premier Giorgia Meloni, il suo obiettivo principale ieri sembrava essere tornata Madrid.  

La presidente del Consiglio, rientrando in hotel martedì alla fine della cena, ha detto di avere "rapporti cordiali" con il presidente americano, senza elaborare oltre. In conferenza stampa, rifiutando di tornare sui post del presidente americano, ha risposto che non si pente "di nulla di quello" che ha fatto. Con Trump, ha spiegato, ha "fatto un investimento politico per convinzione sull'unità dell'Occidente". Nella conferenza stampa serale, Trump ha ammorbidito ulteriormente i toni, dicendo che l'Italia "è stata brava" e che ha solo "avuto un brutto momento". 

Ma il vero chiodo fisso di Trump, il suo cruccio, è la Groenlandia, la grande isola artica che appartiene al Regno di Danimarca. Il quale, pur essendo (almeno fino a qualche mese fa) uno dei Paesi più atlantisti d'Europa, non intende cederla a Washington, cosa che Trump non pare voler accettare. Per l'Alleanza è un grosso problema, anche se il presidente oggi non ha ripetuto le minacce di prenderla con la forza. Prima di entrare, la premier socialdemocratica Mette Frederiksen ha detto ai giornalisti che la Danimarca è "pronta a difendere ogni centimetro del territorio della Nato, incluso il nostro territorio. L'articolo 5" del Trattato dell'Atlantico del Nord "vale per il versante orientale, per gli Usa e vale anche per la Groenlandia". 

E a chi le ha chiesto se Copenaghen è pronta a difendere l'isola, ha risposto: "Naturalmente difenderemo il Regno di Danimarca". Ha poi fatto notare che il Paese scandinavo è "uno Stato sovrano" e che "tutti devono rispettare la nostra sovranità". Anche se la premier islandese Kristrún Mjöll Frostadóttir e il presidente finlandese Alexander Stubb hanno confermato che sono in corso colloqui tra Usa e Danimarca sul tema, la risposta di Frederiksen non deve essere piaciuta molto a Trump, che ha imbracciato la clava e l'ha usata. 

Trump ha parlato della Danimarca con parole ai limiti dello scherno, ricordando che il Regno venne invaso dal Terzo Reich "in meno di un giorno". I nazisti in effetti impiegarono qualche ora, il 9 aprile del 1940, a sottomettere il Paese, pianeggiante e privo di difese naturali, che si arrese quasi senza combattere, a differenza dei norvegesi che dettero filo da torcere ai tedeschi, ritirandosi sulle montagne e resistendo per oltre due mesi alla Wehrmacht. L'invasione nazista della Danimarca è nota anche come Guerra delle sei ore. 

La Groenlandia, ha detto Trump, "è molto importante per gli Stati Uniti, ma non lo è per la Danimarca. Di fatto, quando la Danimarca fu invasa dai nazisti in meno di un giorno, noi prendemmo la Groenlandia. Adolf Hitler li sconfisse in un giorno e loro chiesero a noi di occuparci della Groenlandia". Dopo la guerra, si è rammaricato, "stupidamente, l'abbiamo restituita".  

"Non avremmo dovuto restituirgliela - ha aggiunto - perché siamo noi ad averne bisogno. Ci serve per la protezione del mondo, non solo degli Stati Uniti. Non è utile alla Danimarca, ma lo è per noi. E' fondamentale per noi". Durante la Seconda Guerra Mondiale, ha osservato, l'isola "era nostra. La controllavamo noi. Ce ne occupavamo noi, e poi l'abbiamo restituita; il motivo... non lo so. Io non l'avrei fatto; non avrei restituito nemmeno il Canale di Panama". 

Per quanto concerne l'Iran, Trump ha detto, in un altro passaggio che non deve essere piaciuto molto agli alleati europei i quali speravano in una normalizzazione della circolazione nello Stretto di Hormuz, che, per quanto lo riguarda, il cessate il fuoco "è finito", dato che i governanti iraniani sono "feccia", gente "fuori di testa".  

Non ha escluso di attaccare nuovamente l'Iran e ha apertamente minacciato di morte l'attuale leadership iraniana, avvertendo che potrebbe fare la fine delle precedenti, morte sotto le bombe e i missili di Israele e Usa. Ma ha aggiunto che, qualsiasi cosa accada, "finirà molto rapidamente" e il petrolio tornerà a "scorrere", obiettivo piuttosto rilevante in vista delle elezioni di metà mandato. E' sull'Ucraina che ad Ankara si registra una decisa apertura da parte di Washington: "Un uccellino mi ha detto che daremo all'Ucraina i diritti per produrre i missili Patriot", ha affermato il presidente americano. Era una richiesta, questa, che il presidente ucraino Volodymyr Zelensky avanzava da tempo, per poter difendere il suo territorio dagli attacchi dei russi. Trump ha confermato, infine, che avrebbe lasciato la Turchia a bordo di un Air Force One più vecchio del nuovo Boeing 747, donatogli recentemente dal Qatar.  

8 lug 2026

Tumori, allarme Oms: senza interventi urgenti i nuovi casi rischiano di raddoppiare entro il 2050

(Adnkronos) - Senza un intervento urgente i nuovi casi annui di tumore rischiano quasi di raddoppiare entro il 2050. E' il monito lanciato dall'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) alla luce delle previsioni contenute nel Global Status Report on Cancer 2026, diffuso oggi. Già adesso, evidenzia l'agenzia Onu per la salute, milioni di persone stanno affrontando le conseguenze fisiche, emotive e finanziarie di un cancro, malattia che miete ogni giorno oltre 26mila vittime. Ad allarmare sono le proiezioni che suggeriscono un'impennata dei numeri nell'arco di circa 25 anni. Con circa 20,6 milioni di nuove diagnosi e quasi 10 milioni di decessi all'anno, il cancro rimane la seconda causa di morte a livello globale, dopo le malattie cardiovascolari. E se non si riuscirà a modificare questo trend si prevede che i casi annuali saliranno a quasi 35 milioni entro il 2050. Invertire la tendenza, spiega l'Oms, "richiederà un cambiamento fondamentale verso un approccio incentrato sulla persona, che risponda ai bisogni sanitari e alle esperienze di vita delle persone colpite e delle comunità.  

Il report, elaborato dall'Oms con l'Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc), fornisce un'analisi completa dei progressi compiuti in aree chiave come l'impegno politico, la prevenzione del cancro - in particolare il controllo del tabagismo e i programmi di vaccinazione - e gli investimenti nelle cure. Tuttavia, dal documento emergono non solo i passi avanti, ma anche persistenti e crescenti disuguaglianze nell'accesso alla prevenzione, alla diagnosi, al trattamento e alle cure di supporto, con milioni di persone che rimangono senza i servizi di cui hanno bisogno. L'analisi mostra che, mentre nei Paesi ad alto reddito l'87% delle donne con tumore al seno sopravvive a 5 anni dalla diagnosi, nei Paesi a basso reddito la percentuale scende al 42%. Meno di 1 Paese su 3, inoltre, include attualmente la cura del cancro nei propri pacchetti di copertura sanitaria universale.  

"Il cancro è una malattia profondamente personale che tocca quasi tutti noi. Ma la sopravvivenza non dovrebbe mai dipendere dal luogo di nascita o dal reddito di una persona", ha ammonito il direttore generale dell'Organizzazione mondiale della sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus. "Le disuguaglianze documentate in questo rapporto non sono inevitabili; sono la conseguenza di scelte e possono essere invertite attraverso un'azione più incisiva e unitaria".  

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