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Alcaraz e... quel 'cono' sull'occhio: ecco perché allenarsi bendati migliora le performance

(Adnkronos) - Carlos Alcaraz si prepara al rientro dopo l'infortunio al polso di metà aprile. Lo spagnolo, appena tornato numero 2 del tennis mondiale, si allena per il Masters 1000 di Cincinnati al via il 13 agosto - con la prospettiva di una nuova sfida con Jannik Sinner - e in questi giorni è stato visto in campo con un occhio coperto da un cono forato. Perché? Spiega cos'è e a cosa serve il medico-fisiatra Andrea Bernetti, professore ordinario di Medicina fisica e riabilitativa all'UniSalento e segretario generale della Società italiana di medicina fisica e riabilitativa (Simfer). "Questa pratica non è né una bizzarria né un rito scaramantico, ma affonda le sue radici nello Sport Vision Training (Svt)". Un metodo accreditato dagli studi scientifici come "un intervento fondamentale per l'atleta moderno", che "aumenta le prestazioni dei tennisti migliorandone non solo i tempi di reazione, ma anche la postura e la biomeccanica del gesto", descrive lo specialista in un'analisi per l'Adnkronos Salute. 

"Allenare la vista nello sport - premette Bernetti - non significa semplicemente avere la classica acuità visiva (i famosi '10 decimi' sul tabellone dell'oculista). Secondo la definizione accademica, lo Sports Vision Training si occupa della capacità del sistema nervoso centrale di ricevere, processare e fornire feedback motorio in tempo reale basato sulle informazioni trasmesse dagli occhi. In sport in cui la palla viaggia a oltre 200 chilometri orari, infatti, l'atleta deve eccellere in abilità dinamiche ben specifiche: percezione della profondità, sensibilità al contrasto, visione periferica e tracciamento di oggetti ad alta velocità. In pratica, l'obiettivo dello Sport Vision Training è proprio di allenare queste funzioni per far sì che l'input visivo si traduca in una risposta biomeccanica istantanea ed efficiente".  

Ma perché allenarsi bendati, quasi 'alla cieca'? "Ogni essere umano - illustra l'esperto - possiede un occhio dominante (spesso definito dai tecnici del tennis come 'occhio tecnico', primariamente focalizzato sulla palla) e un occhio non dominante (definito come 'occhio tattico'), fondamentale per la percezione periferica e l'anticipazione dello spazio di gioco. Coprire l'occhio dominante costringe il sistema nervoso centrale a un drastico e immediato adattamento neurale. La letteratura sull'apprendimento motorio evidenzia come, privando il cervello della naturale disparità tra i due occhi che permette di calcolare la profondità, l'atleta sia obbligato a processare altre variabili visive, come ad esempio la variazione delle dimensioni della palla sulla retina per calcolarne la traiettoria. Inoltre, la deprivazione visiva costringe il tennista a rimodulare istantaneamente il gioco di gambe e il punto di impatto, portando a un'attenzione particolare al gesto tecnico. Infine, l'occhio non dominante viene stimolato a processare maggiori informazioni, forzando le aree visive della corteccia cerebrale a potenziare i circuiti neurali meno utilizzati. L'effetto interessante è che, una volta rimossa la benda, il sistema visivo sperimenta un'immediata ri-calibrazione sensoriale", rimarca Bernetti: "Elaborando gli input con maggiore efficienza, l'atleta ha la percezione soggettiva che la palla si muova più lentamente e il campo visivo risulta più nitido e reattivo". 

Quindi quel cono sull'occhio di Alcaraz funziona? "L'efficacia di questi allenamenti è stata misurata e validata da numerosi studi scientifici pubblicati sulle principali riviste internazionali", sottolinea il medico-fisiatra. "Uno studio del 2023 - riporta Bernetti - ha analizzato l'impatto di 8 settimane di training visivo dinamico su giocatori di tennis: sebbene l'acuità visiva statica non abbia registrato cambiamenti, le abilità dinamiche sono incrementate in modo significativo. I ricercatori hanno rilevato miglioramenti statisticamente molto rilevanti nella coordinazione occhio-mano e nei tempi di reazione. Alla fine del protocollo, i tennisti sottoposti a questo allenamento hanno migliorato i loro parametri di abilità tecnica in campo rispetto al gruppo di controllo".  

Lo specialista cita anche "una recente revisione sistematica pubblicata a fine 2024: conferma che i programmi di Sport Vision (inclusi quelli con occlusione dinamica o occhiali stroboscopici) non solo ottimizzano le performance motorie e sensoriali, ma riducono anche l'affaticamento visivo. Interventi mirati sull'elaborazione visiva permettono quindi all'atleta di recuperare più in fretta dagli errori percettivi in partita e riducono l'incidenza di infortuni, grazie a una superiore consapevolezza spaziale". 

3 ago 2026

Ceuta, crisi migratoria o guerra ibrida? Tutte le domande (e le contraddizioni) aperte

(Adnkronos) - Tecnicamente, va considerata una crisi migratoria. Lo spostamento simultaneo di oltre 50mila persone attraverso un confine altamente presidiato, quello tra Marocco e l'enclave spagnola di Ceuta, nella sua fotografia istantanea richiama alla mente i grandi sbarchi del passato, come quello della nave Vlora carica di 20mila albanesi approdata nel porto di Bari 35 anni fa, l'8 agosto 1991. Ma quello che è successo tra giovedì e venerdì scorso a Ceuta è qualcosa di molto più complesso di un'ondata di migranti. Ci sono una serie di domande aperte, e di contraddizioni evidenti, che tratteggiano uno scenario da guerra ibrida. Ci sono dei mandanti, e chi sono? Come è stato possibile non prevedere nulla e farsi trovare così impreparati? Quanto pesano i rapporti diretti tra Spagna e Marocco e quanto le diverse combinazioni possibili di interessi (russi?, americani?, di una coalizione larga contro la Spagna di Pedro Sanchez?)? I punti interrogativi si sommano, non a caso, in un complesso intreccio di fattori politici e geopolitici, che hanno premesse e conseguenze che affondano nell'economia e nella demografia.  

Sempre ripartendo dalla fotografia statica, le migliaia di migranti marocchini che a nuoto varcano il confine a Ceuta per entrare illegalmente in Spagna, non si può che partire dai rapporti tra Madrid e Rabat. I primi sospetti ricadono sulle autorità marocchine che hanno omesso, o addirittura deliberatamente sospeso, ogni controllo alla frontiera, una delle più controllate del Mediterraneo. Tenendo conto della conformazione geografica del territorio, Ceuta è isolata e distante almeno 60 chilometri dalle altre città del Marocco, l'altro dubbio consistente riguarda la possibilità che sia stato favorito il trasporto dei migranti, con una vera e propria organizzazione logistica impossibile da realizzare senza la complicità, o addirittura il supporto, delle autorità marocchine. Cosa accredita questa ipotesi? Chi si spinge su questa tesi ricorda le tensioni tra Spagna e Marocco legate al recente avvicinamento tra Madrid e l'Algeria, storica nemica del Marocco che contende con Rabat la sovranità sul Sahara occidentale. C'è poi da ricordare anche che Ceuta e Melilla, le due enclavi spagnole, sono considerate dal Marocco illegittime, rappresentando un'eredità di una stagione chiusa, quella del colonialismo. Seguendo questa pista, quello marocchino sarebbe stato un avvertimento particolarmente deciso, il cui messaggio è: ecco cosa succede se vi muovete nella direzione sbagliata. 

A questo punto, però, si innescano altri dubbi. Il primo è: perché Sanchez si è affrettato a parlare di "collaborazione esemplare con il Marocco"? Una risposta possibile chiama in causa la struttura del potere in Marocco, nel senso che la collaborazione evidente che c'è stata rispetto a quella che si configura come una vera e propria operazione di guerra ibrida contro la Spagna, potrebbe non essere nella vautazione di Madrid necessariamente espressione del governo di Rabat. O, almeno, non in maniera deliberata. Sicuramente, è l'altro elemento da considerare, la collaborazione del Marocco è essenziale per tutelare l'ordine pubblico a Ceuta e Melilla. In questo senso, l'avvertimento avrebbe centrato il suo obiettivo, consigliando a Sanchez di limitare i danni e ricucire qualsiasi strappo.  

Altra domanda chiave. Cosa hanno fatto i servizi spagnoli, come è stato possibile non accorgersi di nulla? La totale impreparazione della Spagna rispetto ai fatti che sono accaduti è difficilmente sindacabile. La spiegazione che gli 007 di Madrid danno, secondo quanto scrive El Pais, non aiuta però a ridimensionare responsabilità che sembrano evidenti: l’esodo migratorio verso Ceuta sarebbe stato favorito dalle autorità marocchine, con il coinvolgimento anche di membri dell'intelligence, ma non sarebbe nato da un piano organizzato, con il flusso di decine di migliaia di persone che sarebbe stato innescato da informazioni false diffuse sui social sulla possibilità di entrare in Spagna senza rimpatrio. Avrebbero contribuito, poi, la recente sentenza del Tribunal Supremo, che impedisce i respingimenti di chi arriva a nuoto, e la regolarizzazione di migranti, già stabili sul territorio nazionale, con innesco di un 'effetto chiamata'. Rabat, in sostanza, avrebbe trasformato la crisi in un’opportunità politica. Se così fosse, gli eventi sarebbero stati alimentati da una combinazione di fattori: la disinformazione online, l'azione delle reti di trafficanti e l'interpretazionie errata delle norme europee. In ogni caso, i servizi spagnoli hanno quanto meno sottovalutato le informazioni disponibili e il governo marocchino ha quanto meno speculato sul lavoro sporco fatto da altri. 

Allargando il campo dell'osservazione, si arriva rapidamente agli altri soggetti che sono indirettamente coinvolti nella crisi di Ceuta. L'operazione andata in scena nell'enclave spagnola colpisce la politica migratoria e la stabilità di uno stato Ue, la Spagna, che è stata il più fermo oppositore in Europa della politica degli Stati Uniti di Donald Trump: dalla condanna ferma della guerra di Israele a Gaza, all'opposizione alla guerra americana all'Iran con il 'no' fermo all'uso delle basi spagnole, fino al 'no' all'aumento delle spese per la difesa al 5% del Pil. Lo stesso presidente americano ha sempre detto di voler punire Madrid per queste sue scelte. Proprio sul futuro di Ceuta e Melilla, da parte americana, sono arrivate pressioni esplicite nel senso di una riflessione sulle rivendicazioni territoriali marocchine. Un indirizzo, questo, sostenuto anche da Israele. D'altra parte, sono diventati particolarmente buoni i rapporti di Washington con Rabat. Un'altra istantanea aiuta a definire il quadro. Domenica scorsa Trump ha annunciato a sorpresa, sul suo social Truth, che il Marocco avrebbe intitolato a suo nome un tratto dell’autostrada Tiznit-Dakhla, ringraziando il re e dicendosi impaziente di percorrerla. Basta tutto questo per ipotizzare che i fatti i Ceuta abbiano avuto la benedizione di Trump? Sicuramente è significativo quello che il presidente americano ha detto a caldo, di fronte alle immagini trasmesse da Fox News con una particolare insistenza: “E’ terribile. Ricordatevi quelle immagini. Saremo noi fra tre anni se vincerà la parte sbagliata”. Evidente, almeno, la forzatura propagandistica.  

Chi sostiene la tesi che sui fatti di Ceuta pesi anche la speculazione di un fronte di interessi, una sorta di 'coalizione' che fa riferimento alla polarizzazione estrema e che mette dalla stessa parte un fronte largo, che va dalla Russia all’estrema destra populista europea, fino ai repubblicani Maga. Questo soprattutto quando si fa riferimento alla guerra ibrida, alla disinformazione e all'utilizzo sistematico di fake news che, come nel caso di Ceuta, possano influenzare il comportamento di decine di migliaia di persone.  

Guardando invece ai risvolti più strettamente politici, i fatti di Ceuta hanno conseguenze più facilmente leggibili. Colpiscono evidentemente Sanchez e la leadership socialista della Spagna. Sul piano interno, favorendo le rivendicazioni di Vox e portando il Partito popolare su posizioni più marcatamente contrarie alle scelte inclusive sull'immigrazione. Sul piano europeo, con la reazione di tanti governi, a partire da quello italiano guidato da Giorgia Meloni, che può portare a un isolamento di Madrid. Ventidue Paesi hanno firmato una lettera preparata da Italia e Danimarca che chiede di intervenire per tutelare la sicurezza dei singoli stati membri, mettendo in discussione la tenuta dell'area Schengen. Solo Francia, Portogallo, Lussemburgo, Irlanda (in quanto presidente di turno dell’Ue) e la stessa Spagna non hanno firmato la prima missiva inviata a Consiglio e Commissione europea. La crisi è così profonda da costringere a una convocazione d’urgenza, martedì, di un vertice dei 27 ministri degli Interni. (Di Fabio Insenga) 

3 ago 2026

Impiegata delle poste ruba biglietto della lotteria, incassa il premio e viene arrestata: la storia da film in Florida

3 ago 2026

Antonio Rossi, trent'anni dopo Atlanta: "La gara perfetta? In realtà la sbagliai. Galeazzi la rese eterna"

(Adnkronos) - "Rossi va a vincere. Ancora lui, ancora Antonio Rossi. Un razzo nell'acqua". Ci sono imprese che il tempo non scalfisce, nemmeno a trent'anni di distanza. Restano nel cuore della gente anche grazie a una voce memorabile. Inconfondibile. Quella di Gian Piero Galeazzi accompagnò milioni di italiani in due giornate da film per lo sport tricolore: il 3 agosto 1996, alle Olimpiadi di Atlanta, Antonio Rossi conquistò l'oro nel K2 con Daniele Scarpa. Il giorno dopo arrivò il bis nel K1. "Quando riguardo quelle immagini, mi emoziono ogni volta come se fosse la prima" racconta all'Adnkronos il campione azzurro, oggi presidente della Federazione Italiana Canoa e Kayak. "Ogni volta rivivo quelle sensazioni e il merito è anche delle telecronache epiche di Gian Piero Galeazzi". 

Cosa rappresentano i due ori di Atlanta dopo trent'anni?  

"Io e Daniele sapevamo di poter vincere. Avevamo dominato in Coppa del Mondo l'ultimo anno, la fiducia non mancava. Diciamo che la paura più grande era l'imprevisto. Una pagaia rotta, un problema all'imbarcazione, un malore. Sarebbe stato il modo peggiore per vedere sfumare un sogno".  

Che invece si realizzò, in tutti i sensi...  

"L'anno prima vincemmo il Mondiale di Duisburg e l'adrenalina fu tale da non farmi dormire. Quell'esperienza mi servì. Ad Atlanta riuscii a riposare alla grande, recuperando tra una gara e l'altra. Credevo nella doppietta, ma viverla è stato qualcosa di unico". 

Cosa prova nel rivedere quelle due gare oggi?  

"È sempre un'emozione. Anche perché la voce di Gian Piero Galeazzi fa rivivere i ricordi in una maniera straordinaria. Aveva un modo unico di raccontare lo sport e credo che le sue telecronache abbiano contribuito a rendere quelle immagini così vive nella memoria degli italiani. Ancora oggi, quando le rivedo con i ragazzi, provo gli stessi brividi".  

C'è un episodio curioso della finale del K1 che pochi conoscono...  

"Preparai quella gara in modo maniacale. Sapevo che se fossi riuscito a stare davanti al romeno Magyar dopo i primi 200 metri avrei avuto un vantaggio anche psicologico. Partii fortissimo, continuando però a vedere una prua bianca accanto alla mia. Pensando fosse lui, continuai a spingere, spingere e spingere. Poi mi voltai ed ecco la sorpresa. Vicino a me non c'era il mio avversario, ma il catamarano della tv che seguiva la gara. Magyar era parecchio dietro, ma io negli ultimi 150 metri ero cotto. Sbagliai del tutto la gestione della gara, per fortuna andò bene lo stesso". 

Se oggi avesse la possibilità di rivivere un momento della sua carriera, sceglierebbe gli ori di Atlanta o la cerimonia inaugurale di Pechino 2008, da portabandiera?  

"Sono emozioni diverse, ma sceglierei Pechino. Entrare nello stadio olimpico con il tricolore, davanti a tutta la squadra italiana, è stato un onore immenso. È uno dei ricordi più belli della mia vita".  

Quelle di Atlanta furono Olimpiadi da sogno anche per il suo grande amico Jury Chechi, con cui poco tempo fa ha condiviso il successo a Pechino Express...  

"Ci conoscemmo pochi mesi dopo quei Giochi, da allora siamo rimasti molto legati. Per il trentennale dei nostri ori faremo di sicuro qualcosa insieme, stiamo cercando di organizzarci". 

Oggi è presidente della Federazione. Da dove riparte la canoa italiana?  

"Luciano Buonfiglio ha lasciato una Federazione solida. Ora il primo obiettivo sarà accompagnare gli atleti verso Los Angeles 2028, anche perché sono cambiati i criteri di qualificazione. Bisognerà pensare molto anche alla base, abbiamo lanciato tante iniziative per far conoscere e apprezzare il nostro sport. Una di queste è 'Giochi di pagaie', per portare la canoa nelle scuole in modo divertente. Senza parlare solo di agonismo. Inoltre, stiamo investendo nei centri federali e in diversi progetti".  

Ha seguito da vicino anche Milano Cortina 2026, in qualità di City Operations Manager. Che esperienza è stata?  

"Ho visto come funziona la macchina delle Olimpiadi fin dalla candidatura. Posso dire che, per certi aspetti, è più difficile organizzare i Giochi in casa che vincere un oro. Non nego che la soddisfazione più grande sia stata vedere gli atleti felici delle condizioni in cui hanno potuto gareggiare. Di Milano Cortina resteranno lo spirito e gli impianti, una grande eredità dei Giochi". 

L'Italia può ospitare di nuovo un'Olimpiade estiva?  

"Direi di sì, ma servirà una candidatura condivisa. Roma è un punto di riferimento naturale, per le tante strutture a disposizione, ma il modello delle Olimpiadi diffuse che abbiamo visto negli ultimi Giochi potrebbe dare spazio ad altre città, come Milano, Venezia o anche Napoli, che tra un po' ospiterà l'America's Cup. Le potenzialità ci sono, serviranno investimenti importanti".  

Nel 2021 è stato colpito da un infarto durante una Gran Fondo. Quel momento ha cambiato il suo rapporto con lo sport?  

"Prima ero competitivo in tutto, oggi pratico sport con un approccio diverso. Ascolto il mio corpo e mi godo l'attività fisica molto di più. Cerco soprattutto di trasmettere un messaggio. Dopo un infarto, con il parere dei medici, fare attività fisica è ancora più importante. Non bisogna avere paura di tornare a muoversi". Parola di (tri)campione olimpico. 

3 ago 2026

Neya pianta mangrovie in Madagascar per 2.500 ettari, potenziamento come 3.300 campi da calcio

(Adnkronos) - Neya, società benefit del Gruppo Mundys per il contrasto al cambiamento climatico, avvia la seconda fase del progetto Ma Honko in Madagascar, dedicata al ripristino delle mangrovie lungo le coste del Paese. Obbiettivo della società è ripristinare ecosistemi degradati, migliorare la biodiversità e rimuovere anidride carbonica dall’atmosfera, coinvolgendo le comunità locali. Dopo il lancio della prima fase a dicembre 2025, il progetto entra infatti in una nuova fase di sviluppo che porterà l’area di intervento da 500 ettari - dove sono state avviate attività di riforestazione di aree costiere degradate con mangrovie nelle regioni di Sofia e Melaky - a oltre 2.400 ettari, estendendo il progetto al nord del Madagascar. Le mangrovie, tra gli ecosistemi più efficaci nella cattura e nello stoccaggio del carbonio, trattengono significative quantità di CO₂ nella biomassa e nei suoli costieri. L’ampliamento a 2.400 ettari, l’equivalente di 3.300 campi di calcio, consentirà di incrementare la capacità di assorbimento e stoccaggio del carbonio delle aree interessate, con una rimozione totale stimata di circa 755.000 tonnellate di CO₂ nell’arco di vent’anni. Accanto agli impatti climatici, Ma Honko favorisce la protezione delle coste dall’erosione, sostiene la conservazione degli habitat naturali e crea opportunità economiche per le comunità coinvolte attraverso attività di vivaio, piantumazione, pesca e apicoltura. (VIDEO) 

Dalla nascita di Neya, nell’ambito della prima fase del progetto, sono già stati ripristinati 272 ettari, pari a oltre il 54% dell’obiettivo iniziale, attraverso la messa a dimora di mangrovie nelle regioni di Sofia e Melaky. A supporto delle attività di riforestazione sono stati realizzati 847 vivai e piantate quasi 1,8 milioni di piante. Gli interventi seguono una metodologia basata sui cicli di marea, che consente alle giovani piante di beneficiare di un’irrigazione naturale, favorendone l’attecchimento e la crescita. Il progetto integra agli obiettivi climatici, una forte componente di tutela della biodiversità: le attività di monitoraggio hanno infatti confermato la presenza, nell’area, di specie endemiche e minacciate, tra cui l’ibis sacro malgascio e l’airone del Madagascar, entrambe classificate come “in pericolo” nella Lista Rossa Iucn (International Union for Conservation of Nature). Realizzato in collaborazione con partner locali, il piano di ripristino è sviluppato secondo i requisiti dello standard internazionale Gold Standard. 

I benefici ambientali generati dall’iniziativa si inseriscono nel percorso di decarbonizzazione e nella strategia di sostenibilità del Gruppo Mundys. In questo contesto, il progetto contribuisce agli obiettivi del Climate Action Plan del Gruppo, tra i primi adottati nel settore delle infrastrutture di trasporto, che promuove la transizione energetica e la progressiva decarbonizzazione delle attività lungo l’intera catena del valore, con il traguardo della rimozione delle emissioni nette dirette (Scope 1 e 2) entro il 2040. In continuità con la prima fase, il progetto prevede il reinvestimento di parte dei benefici economici sul territorio a sostegno delle comunità locali. Le attività coinvolgono personale e lavoratori provenienti dalle aree interessate, contribuendo alla creazione di competenze e opportunità di reddito. Le attività di riforestazione proseguiranno per tutto il 2026 e 2027, con nuove piantumazioni previste nel corso dell’anno compatibilmente con le condizioni stagionali e climatiche locali, fino al completamento delle aree interessate dalla nuova fase di sviluppo del progetto. "Ma Honko è un progetto che cresce insieme alle comunità che lo rendono possibile. L’avvio della seconda fase conferma la solidità del lavoro svolto finora e ci permette di ampliare il nostro contributo agli obiettivi di decarbonizzazione del Gruppo Mundys, generando al tempo benefici concreti per il territorio'', ha dichiarato Ruggero Poli, Ceo di Neya. 

3 ago 2026

Ucciso per aver aiutato una sconosciuta in difficoltà, chi era Federico Venco

3 ago 2026

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3 ago 2026

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3 ago 2026

Cremona, 24enne ucciso a coltellate dopo una lite per motivi passionali: fermato aggressore

3 ago 2026

Sarah Ferguson come l'Araba Fenice, prepara il gran ritorno grazie a un'eredità da 700 milioni

(Adnkronos) - C'è da scommeterci. Dopo l'estate, l'Araba Fenice spiccherà di nuovo il volo. Grazie soprattutto a un'eredità di 700 milioni di euro, Sarah Ferguson risorgerà dalle ceneri, in cui si era autosepolta dal giorno dell'arresto, a febbraio, dell'ex marito Andrew Mountbatten-Windsor, per fare il suo gran ritorno. A Windsor, per la precisione, dove sembra stia cercando casa. Prima la separazione e poi il divorzio dall'ex principe Andrea, nel mezzo lo scandalo dell'estate del 1992, quando furono pubblicate le foto in cui il suo amante John Bryan le baciava l'alluce a bordo piscina a Saint-Tropez, infine i legami con Jeffrey Epstein e la bancarotta, dopo il fallimento di sei sue società: Fergie ha affrontato numerosi guai e, dopo essere stata affossata, ha sempre saputo risollevarsi e vincere, tornando sempre alla ribalta. L'ultima strategia dopo l'arresto di un giorno dell'ex marito nel febbraio 2026, coinvolto nello scandalo Epstein? Mantenere un profilo basso, anzi rasoterra, scomparendo praticamente del tutto dai radar, fatti salvi sporadici avvistamenti in Austria, Svizzera e Italia.  

Ma quella di Fergie non era una fuga, ma il suo modo per recuperare le forze e tornare alla carica. Facendo leva, non solo sulle doti personali di resilienza, ma anche sulla rete infinita di conoscenze. Cancellato "l'amico supremo" Epstein, infatti, Sarah ha attinto all'ex fidanzato Paddy McNally, conosciuto prima del matrimonio con Andrew e con il quale avrebbe poi riallacciato la relazione, che - secondo quanto rivelato dall'autore esperto di questioni reali Phil Dampier al Daily Mail - le avrebbe lasciato in eredità oltre 700 milioni di euro. "Sembrava essere al suo punto più basso dopo lo scandalo Jeffrey Epstein, che ha rovinato lei e il suo ex marito, Andrew Mountbatten-Windsor, ed è scomparsa per mesi prima di essere ritrovata in una spa austriaca. Ma, a quanto pare, aveva vissuto per un periodo con il suo primo fidanzato, Paddy McNally, e la sua morte le ha permesso di risolvere i suoi problemi finanziari".  

"Fino a questa svolta degli eventi - ha aggiunto l'esperto reale - avrei detto che Fergie si sarebbe potuta trasferire all'estero, magari in Portogallo, dove sua figlia Eugenie vive per la maggior parte del tempo, o in Australia, dove vive sua sorella. Ma ora penso che sia probabile che rimarrà nel Regno Unito, e ci sono voci secondo cui starebbe cercando casa nella zona di Windsor". Secondo l'autore, tuttavia, Fergie dovrà tentare di riconciliarsi con Carlo III e riabilitare la sua reputazione per tornare davvero alla ribalta. Ma per lei nulla sembra impossibile. "Fergie ha ancora i suoi fan, e non bisogna mai darla per spacciata", ha concluso. 

3 ago 2026

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