Logo Il Foglio

Turismo sportivo, il viaggio parte dalla passione: così cambia il modo di scegliere le destinazioni

(Adnkronos) - Negli ultimi anni il turismo sportivo ha smesso di essere una nicchia per diventare uno dei fenomeni più dinamici dell’industria dei viaggi. Oggi, in pieno periodo di vacanze, lo sport è considerato il terzo fattore nella scelta di una destinazione, dopo arte e cultura, e sempre più viaggiatori costruiscono le proprie esperienze partendo da una passione: un torneo da seguire, un campo su cui giocare, una disciplina da praticare o una community da vivere. Non si sceglie più una meta e poi un’attività sportiva, ma si sceglie la meta proprio perché consente di vivere quella passione. 

In questo scenario, destinato a raggiungere un valore globale stimato di 1,7 trilioni di euro entro il 2032, stanno emergendo nuovi modelli capaci di reinterpretare il rapporto tra viaggio e sport. Tra questi c’è Weebora, startup che ha individuato nel padel il terreno ideale per validare una nuova visione del turismo esperienziale. Da quella validazione è nato Terrarossa - il nuovo brand dedicato al tennis travel che affianca Weebora e trasforma quella visione in un primo ecosistema concreto in cui è la passione a indicare la destinazione. Un’unica idea che dà accesso a esperienze di viaggio sportivo in ogni angolo del mondo, e che in futuro si aprirà a nuove passioni. È un cambiamento che tocca insieme il comportamento dei viaggiatori, le opportunità offerte dal turismo sportivo e la strategia con cui si sta sviluppando un modello multi-verticale capace di mettere al centro persone, community e passioni. Dietro c’è l’intuizione di Fabio Zecchini (Ceo e Founder) e Attilio Ruffo (General Director e Co-founder) che ne parlano con l'Adnkronos su come si è voluto riunire in un unico marketplace digitale tutte le esperienze di viaggio sportivo possibili, organizzate in tre verticali -Academies, Holidays, Tournaments- con una prenotazione semplice e senza stress. 

Quando avete capito che la passione sportiva stava diventando il motore della scelta di viaggio, e non più un'aggiunta? Come descrivereste il viaggiatore sportivo di oggi rispetto a cinque anni fa?  

"L’abbiamo capito unendo due sguardi diversi sullo stesso fenomeno. La mia storia unisce due mondi, la tecnologia e il travel digitale: da ingegnere informatico esperto in analisi dati, marketing digitale e AI ho fondato Musement, un marketplace che, intercettando la domanda mondiale di esperienze culturali a destinazione, è diventato un player internazionale poi acquisito da TUI. In questo periodo ho capito che la stessa logica -mettere l’esperienza al centro del viaggio- stava iniziando a manifestarsi anche nello sport, con una forza nuova. Da questa intuizione nasce Weebora, e con lei l’incontro con Attilio, che porta vent’anni nel mondo della comunicazione e del marketing al fianco di grandi brand come Ferrari ed è testimone diretto di come una passione possa trasformarsi in identità e appartenenza", ha spiegato Fabio Zecchini. "Insieme abbiamo iniziato a sviluppare il progetto partendo da come è cambiato il viaggiatore sportivo: non cerca più una destinazione a cui aggiungere, magari, un po’ di sport, ma parte dalla passione e costruisce intorno a quella l’intera esperienza di viaggio. È più competente ed esigente, conosce il suo sport, sa cosa vuole ed è disposto a spostarsi proprio per viverlo ai massimi livelli. Non compra un pacchetto: cerca un’esperienza che lo faccia crescere, connettere con una community e tornare a casa con un ricordo che vale il viaggio". 

Com’è nata l’idea? C’è stato un momento specifico che ha acceso la scintilla? Come funziona concretamente la personalizzazione dell’esperienza sulla piattaforma?  

"La scintilla è stata un’esperienza personale. Nel 2003 mi trovavo a Mallorca e volevo prenotare un’esperienza in una prestigiosa academy di padel: un desiderio semplice che si è rivelato sorprendentemente complicato nel processo di prenotazione con alloggio incluso. Da lì è nato l’approfondimento sul mercato, e il quadro era chiaro: offerta frammentata tra academy, club, resort ed eventi, pianificazione faticosa e assenza di un marketplace globale, specializzato e affidabile. Il padel cresceva a grande velocità e nessuno lo stava servendo bene dal lato viaggio; questa è stata la scintilla", ha proseguito Fabio Zecchini. "Da quel momento tutto è stato molto veloce: Weebora è nata in pochi mesi come primo marketplace al mondo dedicato al padel travel, e dopo un primo anno di piccoli market test nel 2024 è stata lanciata ufficialmente nei primi mesi del 2025. Terrarossa è stata presentata tre mesi fa. Due piattaforme pensate per superare lo stress della prenotazione turistica tradizionale, costruite sulla tecnologia di dynamic packaging e sulla semplicità del modello “one-checkout”. Bastano pochi clic per scegliere tra soluzioni curate che uniscono allenamento, competizione e scoperta autentica del territorio. Il risultato è un viaggio sportivo integrato: dai trasferimenti al gioco, dal soggiorno alle attività locali, progettato per coltivare la tua passione". 

Parliamo di padel: partner della Fip nelle principali tappe del circuito Premier Padel lo scorso anno, due top players come ambassador, rapporti costanti con le più famose academies di padel. Cosa ha significato e cosa significa tutto questo?  

"Nel 2024 e 2025, essere Official Travel Partner in molte tappe del circuito Premier Padel è stato un passaggio decisivo che ci ha permesso di posizionare Weebora nel cuore dell’ecosistema internazionale del padel e di costruire rapidamente riconoscibilità, credibilità e autorevolezza. La scelta di affiancarsi a due campioni come Gemma Triay e Franco “Stupa” Stupaczuk va nella stessa direzione. Non sono semplicemente testimonial: sono interpreti credibili di questo mondo e parlano agli appassionati con il linguaggio e l’autorevolezza di chi vive il padel ai massimi livelli", ha aggiunto Attilio Ruffo. "Ma partnership e ambassador creano un’aspettativa che deve essere mantenuta attraverso il prodotto. Per questo abbiamo costruito un’offerta che copre i tre modi principali di vivere questa passione: migliorare il proprio gioco nelle accademie più prestigiose, come quelle di Rafa Nadal, Gustavo Pratto e Paquito Navarro; partire per una vacanza in cui il padel è parte centrale dell’esperienza; oppure assistere dal vivo ai grandi tornei internazionali. Il nostro obiettivo non è semplicemente vendere viaggi legati al padel. Vogliamo diventare il punto di accesso più affidabile per chi desidera vivere il mondo del padel viaggiando". 

Qual è il profilo del vostro viaggiatore tipo nel padel?  

"Il nostro viaggiatore tipo nel padel è internazionale: abbiamo servito clienti da 25 Paesi diversi in poco più di dieci mesi. I principali mercati di origine sono Italia, Spagna, Regno Unito e Francia, ma raccogliamo già segnali significativi da mercati emergenti come i Paesi nordici, la Germania e gli Stati Uniti, e riceviamo richieste persino da Middle East e Far East. Grazie ai nostri partner siamo arrivati a proporre destinazioni sorprendenti: accanto ai grandi classici come Spagna e Italia, mete come Kenya, Mauritius, Maldive ed Egitto, e a capodanno andremo in Argentina con Gustavo Spector. È un viaggiatore più adulto di quanto si immagini: la fascia più rappresentata è quella dei 51-60 anni, seguita dai 41-45, con una prevalenza maschile (60% circa) ma una componente femminile in crescita", ha sottolineato Fabio Zecchini. "È un viaggiatore profondamente fedele: oltre un cliente su quattro prenota più di una volta e una quota importante acquista in più categorie, combinando gioco, eventi e vacanza. E soprattutto è un viaggiatore che ama condividere: famiglie e gruppi spendono da due a tre volte più di chi viaggia da solo, un dato che dice molto sulla natura sociale del padel e sul perché stiamo investendo sui viaggi di gruppo. Non cerca lo sconto, ma l’esperienza giusta". 

Passiamo al tennis: a maggio avete lanciato Terrarossa. Perché il tennis come secondo sport, e in cosa il cliente tennis è diverso da quello del padel?  

"Il tennis è stato il secondo verticale naturale, non soltanto perché oggi sta vivendo un momento straordinario in Italia. Abbiamo scelto il tennis perché ha una community globale, una forte cultura del viaggio e una filiera esperienziale completa: academy iconiche, destinazioni con una grande tradizione tennistica e tornei capaci di attrarre pubblico da tutto il mondo. Con Terrarossa abbiamo portato in questo mercato lo stesso principio validato da Weebora: partire dalla passione e costruire intorno a essa l’intero viaggio", ha risposto Attilio Ruffo. "Il cliente tennis, però, ha motivazioni in parte diverse. Il tennis ha una storia, dei luoghi e dei rituali molto radicati. Wimbledon, Roland Garros, gli Us Open o le Atp Finals sono eventi che molti appassionati desiderano vivere almeno una volta, quasi come grandi appuntamenti culturali. Il cliente arriva spesso con una conoscenza molto profonda del proprio sport, cerca accesso, autenticità e qualità ed è disposto a investire per un’esperienza realmente distintiva. Nel padel, invece, il motore principale del viaggio è ancora soprattutto la partecipazione: giocare, migliorare, incontrare altre persone e condividere l’esperienza. Nel tennis la componente “watch” ha già una forza globale; nel padel prevale ancora il “play”. Non è tanto una differenza anagrafica quanto una diversa motivazione di viaggio. Per questo abbiamo creato due brand distinti. Weebora e Terrarossa hanno identità, linguaggi e community differenti, ma condividono lo stesso motore operativo: tecnologia, prodotto, pagamenti, dati e assistenza. La nostra strategia è applicare lo stesso modello rispettando la cultura e l’immaginario specifico di ogni passione". 

Come scegliete il prossimo sport o passione su cui lanciare un verticale? Dove volete essere tra tre anni? Quanti sport, quanti mercati?  

"Weebora si sta trasformando da operatore specializzato in sport travel a piattaforma di passion-led brands, pensata per essere replicata su altri mondi: running, golf, sci, vela, basket, motorsport e altre passioni, anche non sportive, capaci di generare esperienze, appartenenza e desiderabilità. Il prossimo passo, su cui stiamo già facendo dei test, è il running: una community enorme, globale e abituata a viaggiare per correre, dalle grandi maratone agli eventi trail. Ma non scegliamo il prossimo verticale a caso. I criteri sono chiari: la dimensione e la crescita della passione, la forza di una community con cui partire, la disponibilità di partner, il prezzo medio del pacchetto viaggio e un accesso credibile agli eventi. Padel e tennis ci hanno insegnato che il modello funziona proprio quando questi elementi si combinano. Tra tre anni vogliamo essere il riferimento internazionale del turismo esperienziale legato alle passioni: non un operatore di sport travel, ma la casa in cui ogni passione ha il suo brand dedicato e il suo pubblico. Più verticali attive, una presenza solida sui mercati europei e lo sguardo già rivolto agli Stati Uniti e ai mercati emergenti dove queste discipline stanno esplodendo", ha concluso Fabio Zecchini.  

3 ago 2026

Prof universitario a soli 18 anni, è record mondiale: chi è Nathan Thomas

(Adnkronos) - A soli 18 anni Nathan Thomas è entrato ufficialmente nel 'Guinness World Records' come il più giovane professore universitario della storia. Ha ottenuto l'incarico di insegnare ingegneria al ‘Miami Dade College’ quando aveva appena 18 anni e 346 giorni. 

Con questo traguardo ha superato un record rimasto imbattuto per 306 anni. Il primato infatti apparteneva a Colin Maclaurin (1698-1746), diventato professore all'età di 19 anni. Thomas inoltre è più giovane di 16 giorni rispetto ad Alia Sabur, che nel 2008 era diventata la più giovane professoressa al mondo a 18 anni e 362 giorni. 

Come riportato dal sito ufficiale del Guinness World Records, Nathan Thomas ha iniziato a insegnare ingegneria nell'agosto 2023, trovandosi spesso ad insegnare a studenti della sua stessa età. 

"L'età non è un fattore determinante. Mi concentro semplicemente sul fare bene il mio lavoro e sull'aiutare gli studenti in ogni modo possibile", ha dichiarato il giovane docente. La sua carriera accademica è iniziata a soli 10 anni, quando Nathan si è iscritto al 'Miami Dade College', per poi trasferirsi alla 'Florida International University' all'età di 14 anni. Nei quattro anni successivi ha conseguito, entrambi con il massimo dei voti, una laurea e un master in ingegneria elettrica. 

Cresciuto in una famiglia di ingegneri, Thomas ha raccontato di aver sempre avuto una naturale attenzione per la matematica, appassionandosi alla scienza, tecnologia e ingegneria. 

Oggi insegna online e frequenta la 'University of Miami School of Law', per conseguire la laurea in Giurisprudenza nel 2028. Il suo obiettivo è quello di intraprendere parallelamente una carriera nel settore legale. 

3 ago 2026

Iran, Trump 'oscilla' tra negoziati e bombardamenti: nodo decisivo è lo stretto di Hormuz

(Adnkronos) - L'annuncio di imminenti nuove operazioni militari contro l'Iran, poi la marcia indietro motivata con richieste arrivate dallo stesso Iran e da Arabia Saudita, Emirati arabi uniti e Qatar. Poi ancora le dichiarazioni sulla ripresa di colloqui oggi stesso. Tutto da Donald Trump al quale Teheran non ha tardato a rispondere. "Al momento non siamo impegnati in negoziati con gli Stati Uniti", ha detto il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baghaei, in dichiarazioni riportate dall'agenzia iraniana Mehr in cui ha sottolineato come attualmente ci siano colloqui in corso "solo" tra Iran e Oman per arrivare a un'intesa sul transito sicuro nello Stretto di Hormuz. 

Negli oltre cinque mesi passati dall'inizio del conflitto, Trump è più volte arrivato a simili situazioni, minacciando di scatenare l'inferno e poi annunciando un imminente negoziato con la Repubblica islamica, sintetizza il New York Times. "Un vicolo cieco è la spiegazione migliore che mi sia venuta in mente", ha commentato Khaled Elgindy del Center for Contemporary Arab Studies della Georgetown University. Il tycoon, ha aggiunto, "sembra andare nella direzione dell'ultima persona con cui parla, ovvero Mbs, e prima ancora Benjamin Netanyahu". 

Trump e il premier israeliano si sono visti alla Casa Bianca il 28 luglio, cinque mesi dopo quel 28 febbraio in cui Usa e Israele avviarono operazioni militari contro l'Iran a cui Teheran non ha mancato di rispondere prendendo di mira obiettivi nei Paesi del Golfo. Poi, poche ore dopo, le notizie sull'incontro tra Trump e il ministro saudita della Difesa, Khalid bin Salman, dopo i raid di Usa e Arabia Saudita contro milizie filo-iraniane in Iraq. E poi ancora nel fine settimana il tycoon ha sentito il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, dopo che sabato c'era stato un colloquio telefonico tra il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, e il capo della diplomazia saudita, Faisal bin Farhan. Mbs, secondo un ex funzionario Usa di alto grado e altri funzionari citati dal giornale, ha 'influenzato' Trump affinché non andasse avanti, non desse l'ordine per una ulteriore escalation con una nuova serie di operazioni militari contro l'Iran. La monarchia del Golfo, che non è stata risparmiata dalla risposta di Teheran ai raid ed è preoccupata per l'allargamento del conflitto nella regione, continua a spingere per un accordo negoziato. 

Trump, è l'analisi della Cnn, ha parlato con ottimismo nel fine settimana di una ripresa dei negoziati con l'Iran e delle prospettive per un accordo rapido sullo Stretto di Hormuz, ma dalle parole arrivate da Teheran, e dai toni utilizzati, l'Iran non sta affatto parlando con gli Usa ed è piuttosto concentrato su un accordo a livello bilaterale con l'Oman sulla gestione di Hormuz. Nelle dichiarazioni riportate stamani dalla Mehr il portavoce della diplomazia iraniana ha insistito sulla natura bilaterale dei contatti con l'Oman, sulle consultazioni con Muscat per definire soluzioni "temporanee" a "garanzia della sicurezza" nello Stretto di Hormuz. 

Dopo giorni di minacce di una nuova offensiva, Trump ancora una volta cerca di arrivare con la diplomazia a quello a cui non è arrivato con il conflitto, rileva anche il Wall Street Journal, sottolineando come la questione sia se i Paesi partner nel Golfo riusciranno a fare progressi sufficienti per riaprire alla navigazione lo Stretto di Hormuz, almeno temporaneamente, e a gettare le basi per eventuali negoziati sul nucleare. Il Wsj scrive di un 'ciclo' - quello che rilancia l'opzione della forza militare poco dopo averla accantonata - che ha destabilizzato il Medio Oriente e complicato l'agenda interna dell'Amministrazione Trump. 

Daniel Shapiro, ambasciatore in Israele durante la presidenza Obama e poi funzionario di alto grado del Pentagono all'epoca dell'Amministrazione Biden, ha parlato di un comportamento che "costituisce" a suo avviso "un duro colpo per la deterrenza americana". "Nessuno crede a una sola parola di ciò che dice - ha affermato - né gli alleati e né certamente i nostri avversari iraniani". 

Sono passati meno di due mesi dal memorandum d'intesa annunciato a giugno. La via diplomatica, scrive il Wsj, ha protetto Trump dai rischi di importanti azioni militari, almeno per ora, ma la diplomazia comporta i suoi rischi, compreso quello che Teheran possa interpretare l'esitazione di Trump come un pretesto per cercare di ottimizzare la propria influenza nei negoziati. E, tra l'altro, si avvicina il voto di Midterm. 

3 ago 2026

Alcaraz e... quel 'cono' sull'occhio: ecco perché allenarsi bendati migliora le performance

(Adnkronos) - Carlos Alcaraz si prepara al rientro dopo l'infortunio al polso di metà aprile. Lo spagnolo, appena tornato numero 2 del tennis mondiale, si allena per il Masters 1000 di Cincinnati al via il 13 agosto e in questi giorni è stato visto in campo con un occhio coperto da un cono forato. Perché? Spiega cos'è e a cosa serve il medico-fisiatra Andrea Bernetti, professore ordinario di Medicina fisica e riabilitativa all'UniSalento e segretario generale della Società italiana di medicina fisica e riabilitativa (Simfer). "Questa pratica non è né una bizzarria né un rito scaramantico, ma affonda le sue radici nello Sport Vision Training (Svt)". Un metodo accreditato dagli studi scientifici come "un intervento fondamentale per l'atleta moderno", che "aumenta le prestazioni dei tennisti migliorandone non solo i tempi di reazione, ma anche la postura e la biomeccanica del gesto", descrive lo specialista in un'analisi per l'Adnkronos Salute. 

"Allenare la vista nello sport - premette Bernetti - non significa semplicemente avere la classica acuità visiva (i famosi '10 decimi' sul tabellone dell'oculista). Secondo la definizione accademica, lo Sports Vision Training si occupa della capacità del sistema nervoso centrale di ricevere, processare e fornire feedback motorio in tempo reale basato sulle informazioni trasmesse dagli occhi. In sport in cui la palla viaggia a oltre 200 chilometri orari, infatti, l'atleta deve eccellere in abilità dinamiche ben specifiche: percezione della profondità, sensibilità al contrasto, visione periferica e tracciamento di oggetti ad alta velocità. In pratica, l'obiettivo dello Sport Vision Training è proprio di allenare queste funzioni per far sì che l'input visivo si traduca in una risposta biomeccanica istantanea ed efficiente".  

Ma perché allenarsi bendati, quasi 'alla cieca'? "Ogni essere umano - illustra l'esperto - possiede un occhio dominante (spesso definito dai tecnici del tennis come 'occhio tecnico', primariamente focalizzato sulla palla) e un occhio non dominante (definito come 'occhio tattico'), fondamentale per la percezione periferica e l'anticipazione dello spazio di gioco. Coprire l'occhio dominante costringe il sistema nervoso centrale a un drastico e immediato adattamento neurale. La letteratura sull'apprendimento motorio evidenzia come, privando il cervello della naturale disparità tra i due occhi che permette di calcolare la profondità, l'atleta sia obbligato a processare altre variabili visive, come ad esempio la variazione delle dimensioni della palla sulla retina per calcolarne la traiettoria. Inoltre, la deprivazione visiva costringe il tennista a rimodulare istantaneamente il gioco di gambe e il punto di impatto, portando a un'attenzione particolare al gesto tecnico. Infine, l'occhio non dominante viene stimolato a processare maggiori informazioni, forzando le aree visive della corteccia cerebrale a potenziare i circuiti neurali meno utilizzati. L'effetto interessante è che, una volta rimossa la benda, il sistema visivo sperimenta un'immediata ri-calibrazione sensoriale", rimarca Bernetti: "Elaborando gli input con maggiore efficienza, l'atleta ha la percezione soggettiva che la palla si muova più lentamente e il campo visivo risulta più nitido e reattivo". 

Quindi quel cono sull'occhio di Alcaraz funziona? "L'efficacia di questi allenamenti è stata misurata e validata da numerosi studi scientifici pubblicati sulle principali riviste internazionali", sottolinea il medico-fisiatra. "Uno studio del 2023 - riporta Bernetti - ha analizzato l'impatto di 8 settimane di training visivo dinamico su giocatori di tennis: sebbene l'acuità visiva statica non abbia registrato cambiamenti, le abilità dinamiche sono incrementate in modo significativo. I ricercatori hanno rilevato miglioramenti statisticamente molto rilevanti nella coordinazione occhio-mano e nei tempi di reazione. Alla fine del protocollo, i tennisti sottoposti a questo allenamento hanno migliorato i loro parametri di abilità tecnica in campo rispetto al gruppo di controllo".  

Lo specialista cita anche "una recente revisione sistematica pubblicata a fine 2024: conferma che i programmi di Sport Vision (inclusi quelli con occlusione dinamica o occhiali stroboscopici) non solo ottimizzano le performance motorie e sensoriali, ma riducono anche l'affaticamento visivo. Interventi mirati sull'elaborazione visiva permettono quindi all'atleta di recuperare più in fretta dagli errori percettivi in partita e riducono l'incidenza di infortuni, grazie a una superiore consapevolezza spaziale". 

3 ago 2026

Ceuta, crisi migratoria o guerra ibrida? Tutte le domande (e le contraddizioni) aperte

(Adnkronos) - Tecnicamente, va considerata una crisi migratoria. Lo spostamento simultaneo di oltre 50mila persone attraverso un confine altamente presidiato, quello tra Marocco e l'enclave spagnola di Ceuta, nella sua fotografia istantanea richiama alla mente i grandi sbarchi del passato, come quello della nave Vlora carica di 20mila albanesi approdata nel porto di Bari 35 anni fa, l'8 agosto 1991. Ma quello che è successo tra giovedì e venerdì scorso a Ceuta è qualcosa di molto più complesso di un'ondata di migranti. Ci sono una serie di domande aperte, e di contraddizioni evidenti, che tratteggiano uno scenario da guerra ibrida. Ci sono dei mandanti, e chi sono? Come è stato possibile non prevedere nulla e farsi trovare così impreparati? Quanto pesano i rapporti diretti tra Spagna e Marocco e quanto le diverse combinazioni possibili di interessi (russi?, americani?, di una coalizione larga contro la Spagna di Pedro Sanchez?)? I punti interrogativi si sommano, non a caso, in un complesso intreccio di fattori politici e geopolitici, che hanno premesse e conseguenze che affondano nell'economia e nella demografia.  

Sempre ripartendo dalla fotografia statica, le migliaia di migranti marocchini che a nuoto varcano il confine a Ceuta per entrare illegalmente in Spagna, non si può che partire dai rapporti tra Madrid e Rabat. I primi sospetti ricadono sulle autorità marocchine che hanno omesso, o addirittura deliberatamente sospeso, ogni controllo alla frontiera, una delle più controllate del Mediterraneo. Tenendo conto della conformazione geografica del territorio, Ceuta è isolata e distante almeno 60 chilometri dalle altre città del Marocco, l'altro dubbio consistente riguarda la possibilità che sia stato favorito il trasporto dei migranti, con una vera e propria organizzazione logistica impossibile da realizzare senza la complicità, o addirittura il supporto, delle autorità marocchine. Cosa accredita questa ipotesi? Chi si spinge su questa tesi ricorda le tensioni tra Spagna e Marocco legate al recente avvicinamento tra Madrid e l'Algeria, storica nemica del Marocco che contende con Rabat la sovranità sul Sahara occidentale. C'è poi da ricordare anche che Ceuta e Melilla, le due enclavi spagnole, sono considerate dal Marocco illegittime, rappresentando un'eredità di una stagione chiusa, quella del colonialismo. Seguendo questa pista, quello marocchino sarebbe stato un avvertimento particolarmente deciso, il cui messaggio è: ecco cosa succede se vi muovete nella direzione sbagliata. 

A questo punto, però, si innescano altri dubbi. Il primo è: perché Sanchez si è affrettato a parlare di "collaborazione esemplare con il Marocco"? Una risposta possibile chiama in causa la struttura del potere in Marocco, nel senso che la collaborazione evidente che c'è stata rispetto a quella che si configura come una vera e propria operazione di guerra ibrida contro la Spagna, potrebbe non essere nella vautazione di Madrid necessariamente espressione del governo di Rabat. O, almeno, non in maniera deliberata. Sicuramente, è l'altro elemento da considerare, la collaborazione del Marocco è essenziale per tutelare l'ordine pubblico a Ceuta e Melilla. In questo senso, l'avvertimento avrebbe centrato il suo obiettivo, consigliando a Sanchez di limitare i danni e ricucire qualsiasi strappo.  

Altra domanda chiave. Cosa hanno fatto i servizi spagnoli, come è stato possibile non accorgersi di nulla? La totale impreparazione della Spagna rispetto ai fatti che sono accaduti è difficilmente sindacabile. La spiegazione che gli 007 di Madrid danno, secondo quanto scrive El Pais, non aiuta però a ridimensionare responsabilità che sembrano evidenti: l’esodo migratorio verso Ceuta sarebbe stato favorito dalle autorità marocchine, con il coinvolgimento anche di membri dell'intelligence, ma non sarebbe nato da un piano organizzato, con il flusso di decine di migliaia di persone che sarebbe stato innescato da informazioni false diffuse sui social sulla possibilità di entrare in Spagna senza rimpatrio. Avrebbero contribuito, poi, la recente sentenza del Tribunal Supremo, che impedisce i respingimenti di chi arriva a nuoto, e la regolarizzazione di migranti, già stabili sul territorio nazionale, con innesco di un 'effetto chiamata'. Rabat, in sostanza, avrebbe trasformato la crisi in un’opportunità politica. Se così fosse, gli eventi sarebbero stati alimentati da una combinazione di fattori: la disinformazione online, l'azione delle reti di trafficanti e l'interpretazionie errata delle norme europee. In ogni caso, i servizi spagnoli hanno quanto meno sottovalutato le informazioni disponibili e il governo marocchino ha quanto meno speculato sul lavoro sporco fatto da altri. 

Allargando il campo dell'osservazione, si arriva rapidamente agli altri soggetti che sono indirettamente coinvolti nella crisi di Ceuta. L'operazione andata in scena nell'enclave spagnola colpisce la politica migratoria e la stabilità di uno stato Ue, la Spagna, che è stata il più fermo oppositore in Europa della politica degli Stati Uniti di Donald Trump: dalla condanna ferma della guerra di Israele a Gaza, all'opposizione alla guerra americana all'Iran con il 'no' fermo all'uso delle basi spagnole, fino al 'no' all'aumento delle spese per la difesa al 5% del Pil. Lo stesso presidente americano ha sempre detto di voler punire Madrid per queste sue scelte. Proprio sul futuro di Ceuta e Melilla, da parte americana, sono arrivate pressioni esplicite nel senso di una riflessione sulle rivendicazioni territoriali marocchine. Un indirizzo, questo, sostenuto anche da Israele. D'altra parte, sono diventati particolarmente buoni i rapporti di Washington con Rabat. Un'altra istantanea aiuta a definire il quadro. Domenica scorsa Trump ha annunciato a sorpresa, sul suo social Truth, che il Marocco avrebbe intitolato a suo nome un tratto dell’autostrada Tiznit-Dakhla, ringraziando il re e dicendosi impaziente di percorrerla. Basta tutto questo per ipotizzare che i fatti i Ceuta abbiano avuto la benedizione di Trump? Sicuramente è significativo quello che il presidente americano ha detto a caldo, di fronte alle immagini trasmesse da Fox News con una particolare insistenza: “E’ terribile. Ricordatevi quelle immagini. Saremo noi fra tre anni se vincerà la parte sbagliata”. Evidente, almeno, la forzatura propagandistica.  

Chi sostiene la tesi che sui fatti di Ceuta pesi anche la speculazione di un fronte di interessi, una sorta di 'coalizione' che fa riferimento alla polarizzazione estrema e che mette dalla stessa parte un fronte largo, che va dalla Russia all’estrema destra populista europea, fino ai repubblicani Maga. Questo soprattutto quando si fa riferimento alla guerra ibrida, alla disinformazione e all'utilizzo sistematico di fake news che, come nel caso di Ceuta, possano influenzare il comportamento di decine di migliaia di persone.  

Guardando invece ai risvolti più strettamente politici, i fatti di Ceuta hanno conseguenze più facilmente leggibili. Colpiscono evidentemente Sanchez e la leadership socialista della Spagna. Sul piano interno, favorendo le rivendicazioni di Vox e portando il Partito popolare su posizioni più marcatamente contrarie alle scelte inclusive sull'immigrazione. Sul piano europeo, con la reazione di tanti governi, a partire da quello italiano guidato da Giorgia Meloni, che può portare a un isolamento di Madrid. Ventidue Paesi hanno firmato una lettera preparata da Italia e Danimarca che chiede di intervenire per tutelare la sicurezza dei singoli stati membri, mettendo in discussione la tenuta dell'area Schengen. Solo Francia, Portogallo, Lussemburgo, Irlanda (in quanto presidente di turno dell’Ue) e la stessa Spagna non hanno firmato la prima missiva inviata a Consiglio e Commissione europea. La crisi è così profonda da costringere a una convocazione d’urgenza, martedì, di un vertice dei 27 ministri degli Interni. (Di Fabio Insenga) 

3 ago 2026

Impiegata delle poste ruba biglietto della lotteria, incassa il premio e viene arrestata: la storia da film in Florida

3 ago 2026

Antonio Rossi, trent'anni dopo Atlanta: "La gara perfetta? In realtà la sbagliai. Galeazzi la rese eterna"

(Adnkronos) - "Rossi va a vincere. Ancora lui, ancora Antonio Rossi. Un razzo nell'acqua". Ci sono imprese che il tempo non scalfisce, nemmeno a trent'anni di distanza. Restano nel cuore della gente anche grazie a una voce memorabile. Inconfondibile. Quella di Gian Piero Galeazzi accompagnò milioni di italiani in due giornate da film per lo sport tricolore: il 3 agosto 1996, alle Olimpiadi di Atlanta, Antonio Rossi conquistò l'oro nel K2 con Daniele Scarpa. Il giorno dopo arrivò il bis nel K1. "Quando riguardo quelle immagini, mi emoziono ogni volta come se fosse la prima" racconta all'Adnkronos il campione azzurro, oggi presidente della Federazione Italiana Canoa e Kayak. "Ogni volta rivivo quelle sensazioni e il merito è anche delle telecronache epiche di Gian Piero Galeazzi". 

Cosa rappresentano i due ori di Atlanta dopo trent'anni?  

"Io e Daniele sapevamo di poter vincere. Avevamo dominato in Coppa del Mondo l'ultimo anno, la fiducia non mancava. Diciamo che la paura più grande era l'imprevisto. Una pagaia rotta, un problema all'imbarcazione, un malore. Sarebbe stato il modo peggiore per vedere sfumare un sogno".  

Che invece si realizzò, in tutti i sensi...  

"L'anno prima vincemmo il Mondiale di Duisburg e l'adrenalina fu tale da non farmi dormire. Quell'esperienza mi servì. Ad Atlanta riuscii a riposare alla grande, recuperando tra una gara e l'altra. Credevo nella doppietta, ma viverla è stato qualcosa di unico". 

Cosa prova nel rivedere quelle due gare oggi?  

"È sempre un'emozione. Anche perché la voce di Gian Piero Galeazzi fa rivivere i ricordi in una maniera straordinaria. Aveva un modo unico di raccontare lo sport e credo che le sue telecronache abbiano contribuito a rendere quelle immagini così vive nella memoria degli italiani. Ancora oggi, quando le rivedo con i ragazzi, provo gli stessi brividi".  

C'è un episodio curioso della finale del K1 che pochi conoscono...  

"Preparai quella gara in modo maniacale. Sapevo che se fossi riuscito a stare davanti al romeno Magyar dopo i primi 200 metri avrei avuto un vantaggio anche psicologico. Partii fortissimo, continuando però a vedere una prua bianca accanto alla mia. Pensando fosse lui, continuai a spingere, spingere e spingere. Poi mi voltai ed ecco la sorpresa. Vicino a me non c'era il mio avversario, ma il catamarano della tv che seguiva la gara. Magyar era parecchio dietro, ma io negli ultimi 150 metri ero cotto. Sbagliai del tutto la gestione della gara, per fortuna andò bene lo stesso". 

Se oggi avesse la possibilità di rivivere un momento della sua carriera, sceglierebbe gli ori di Atlanta o la cerimonia inaugurale di Pechino 2008, da portabandiera?  

"Sono emozioni diverse, ma sceglierei Pechino. Entrare nello stadio olimpico con il tricolore, davanti a tutta la squadra italiana, è stato un onore immenso. È uno dei ricordi più belli della mia vita".  

Quelle di Atlanta furono Olimpiadi da sogno anche per il suo grande amico Jury Chechi, con cui poco tempo fa ha condiviso il successo a Pechino Express...  

"Ci conoscemmo pochi mesi dopo quei Giochi, da allora siamo rimasti molto legati. Per il trentennale dei nostri ori faremo di sicuro qualcosa insieme, stiamo cercando di organizzarci". 

Oggi è presidente della Federazione. Da dove riparte la canoa italiana?  

"Luciano Buonfiglio ha lasciato una Federazione solida. Ora il primo obiettivo sarà accompagnare gli atleti verso Los Angeles 2028, anche perché sono cambiati i criteri di qualificazione. Bisognerà pensare molto anche alla base, abbiamo lanciato tante iniziative per far conoscere e apprezzare il nostro sport. Una di queste è 'Giochi di pagaie', per portare la canoa nelle scuole in modo divertente. Senza parlare solo di agonismo. Inoltre, stiamo investendo nei centri federali e in diversi progetti".  

Ha seguito da vicino anche Milano Cortina 2026, in qualità di City Operations Manager. Che esperienza è stata?  

"Ho visto come funziona la macchina delle Olimpiadi fin dalla candidatura. Posso dire che, per certi aspetti, è più difficile organizzare i Giochi in casa che vincere un oro. Non nego che la soddisfazione più grande sia stata vedere gli atleti felici delle condizioni in cui hanno potuto gareggiare. Di Milano Cortina resteranno lo spirito e gli impianti, una grande eredità dei Giochi". 

L'Italia può ospitare di nuovo un'Olimpiade estiva?  

"Direi di sì, ma servirà una candidatura condivisa. Roma è un punto di riferimento naturale, per le tante strutture a disposizione, ma il modello delle Olimpiadi diffuse che abbiamo visto negli ultimi Giochi potrebbe dare spazio ad altre città, come Milano, Venezia o anche Napoli, che tra un po' ospiterà l'America's Cup. Le potenzialità ci sono, serviranno investimenti importanti".  

Nel 2021 è stato colpito da un infarto durante una Gran Fondo. Quel momento ha cambiato il suo rapporto con lo sport?  

"Prima ero competitivo in tutto, oggi pratico sport con un approccio diverso. Ascolto il mio corpo e mi godo l'attività fisica molto di più. Cerco soprattutto di trasmettere un messaggio. Dopo un infarto, con il parere dei medici, fare attività fisica è ancora più importante. Non bisogna avere paura di tornare a muoversi". Parola di (tri)campione olimpico. 

3 ago 2026

Neya pianta mangrovie in Madagascar per 2.500 ettari, potenziamento come 3.300 campi da calcio

(Adnkronos) - Neya, società benefit del Gruppo Mundys per il contrasto al cambiamento climatico, avvia la seconda fase del progetto Ma Honko in Madagascar, dedicata al ripristino delle mangrovie lungo le coste del Paese. Obbiettivo della società è ripristinare ecosistemi degradati, migliorare la biodiversità e rimuovere anidride carbonica dall’atmosfera, coinvolgendo le comunità locali. Dopo il lancio della prima fase a dicembre 2025, il progetto entra infatti in una nuova fase di sviluppo che porterà l’area di intervento da 500 ettari - dove sono state avviate attività di riforestazione di aree costiere degradate con mangrovie nelle regioni di Sofia e Melaky - a oltre 2.400 ettari, estendendo il progetto al nord del Madagascar. Le mangrovie, tra gli ecosistemi più efficaci nella cattura e nello stoccaggio del carbonio, trattengono significative quantità di CO₂ nella biomassa e nei suoli costieri. L’ampliamento a 2.400 ettari, l’equivalente di 3.300 campi di calcio, consentirà di incrementare la capacità di assorbimento e stoccaggio del carbonio delle aree interessate, con una rimozione totale stimata di circa 755.000 tonnellate di CO₂ nell’arco di vent’anni. Accanto agli impatti climatici, Ma Honko favorisce la protezione delle coste dall’erosione, sostiene la conservazione degli habitat naturali e crea opportunità economiche per le comunità coinvolte attraverso attività di vivaio, piantumazione, pesca e apicoltura. (VIDEO) 

Dalla nascita di Neya, nell’ambito della prima fase del progetto, sono già stati ripristinati 272 ettari, pari a oltre il 54% dell’obiettivo iniziale, attraverso la messa a dimora di mangrovie nelle regioni di Sofia e Melaky. A supporto delle attività di riforestazione sono stati realizzati 847 vivai e piantate quasi 1,8 milioni di piante. Gli interventi seguono una metodologia basata sui cicli di marea, che consente alle giovani piante di beneficiare di un’irrigazione naturale, favorendone l’attecchimento e la crescita. Il progetto integra agli obiettivi climatici, una forte componente di tutela della biodiversità: le attività di monitoraggio hanno infatti confermato la presenza, nell’area, di specie endemiche e minacciate, tra cui l’ibis sacro malgascio e l’airone del Madagascar, entrambe classificate come “in pericolo” nella Lista Rossa Iucn (International Union for Conservation of Nature). Realizzato in collaborazione con partner locali, il piano di ripristino è sviluppato secondo i requisiti dello standard internazionale Gold Standard. 

I benefici ambientali generati dall’iniziativa si inseriscono nel percorso di decarbonizzazione e nella strategia di sostenibilità del Gruppo Mundys. In questo contesto, il progetto contribuisce agli obiettivi del Climate Action Plan del Gruppo, tra i primi adottati nel settore delle infrastrutture di trasporto, che promuove la transizione energetica e la progressiva decarbonizzazione delle attività lungo l’intera catena del valore, con il traguardo della rimozione delle emissioni nette dirette (Scope 1 e 2) entro il 2040. In continuità con la prima fase, il progetto prevede il reinvestimento di parte dei benefici economici sul territorio a sostegno delle comunità locali. Le attività coinvolgono personale e lavoratori provenienti dalle aree interessate, contribuendo alla creazione di competenze e opportunità di reddito. Le attività di riforestazione proseguiranno per tutto il 2026 e 2027, con nuove piantumazioni previste nel corso dell’anno compatibilmente con le condizioni stagionali e climatiche locali, fino al completamento delle aree interessate dalla nuova fase di sviluppo del progetto. "Ma Honko è un progetto che cresce insieme alle comunità che lo rendono possibile. L’avvio della seconda fase conferma la solidità del lavoro svolto finora e ci permette di ampliare il nostro contributo agli obiettivi di decarbonizzazione del Gruppo Mundys, generando al tempo benefici concreti per il territorio'', ha dichiarato Ruggero Poli, Ceo di Neya. 

3 ago 2026

Ucciso per aver aiutato una sconosciuta in difficoltà, chi era Federico Venco

3 ago 2026

Ascolti tv, 'Racconto di una notte' su Canale 5 vince prima serata con 17,5% di share

3 ago 2026

Elementi totali: 20
Vai a