Logo Il Foglio

Maltempo sull'Italia, due morti: un decesso nel Senese, donna annega in auto a Udine

(Adnkronos) - Sale a due il conto dei morti per la violenta ondata di maltempo che si è abbattuto oggi, giovedì 10 settembre, sull'Italia. Una donna è deceduta a Sinalunga in provincia di Siena proprio a causa del maltempo nella zona. A darne notizia sul profilo Fb lo stesso Comune di Sinalunga: "Purtroppo, si deve registrare il decesso di una donna, avvenuto all’interno della propria abitazione durante l’evento atmosferico. Sono in corso gli accertamenti da parte delle autorità competenti. Il Comune si stringe intorno alla famiglia per in tragico accadimento". 

Il Comune sottolinea che si sono verificati "forte vento, violente raffiche e pioggia intensa". "Le condizioni meteorologiche hanno provocato ingenti danni al Palazzetto dello Sport, che ha subito lo scoperchiamento e la rottura dei vetri. Risulta inoltre danneggiato il campanile del Convento di San Bernardino - continua - Sono stati scoperchiati e danneggiati tetti di abitazioni private e attività, mentre si sono registrate numerose cadute di cornicioni, alberi, rami e detriti, che hanno determinato l'interruzione di diverse strade". 

Il Comune di Sinalunga ha attivato immediatamente il Centro Operativo Comunale (Coc) per coordinare gli interventi e monitorare costantemente la situazione. "Gli operai comunali e gli agenti della Polizia Municipale sono impegnati nelle operazioni di emergenza per liberare le strade da alberi, rami e detriti e consentire il ripristino della viabilità, che al momento risulta interrotta in diverse zone del territorio. Il Comune ha inoltre attivato ditte private esterne per accelerare le operazioni di ripristino e di messa in sicurezza degli edifici", riferisce l'ente locale aggiungendo che al "momento non si registrano evacuati".  

 

Tragedia anche a Latisana, in provincia di Udine, dove una donna è morta annegata nell'abitacolo della propria auto. La vettura era rimasta intrappolata in un sottopassaggio invaso dall'acqua dopo la pesante ondata di maltempo che in queste ore ha interessato l'intera zona tra Latisana e Lignano. 

La chiamata di emergenza al 112 ha fatto scattare immediatamente i soccorsi. Due carabinieri giunti sul posto si sono immersi nell'acqua per raggiungere l'automobile ed estrarre la donna. Quando, però, sono riusciti a tirarla fuori dall'abitacolo per lei non c'era più nulla da fare. I sanitari del 118 non hanno potuto fare altro che constatarne il decesso. I due militari sono stati trasportati in ospedale in codice verde. Stanno bene ma sono sotto choc. 

Pioggia e forte vento anche sulle Marche, con circa 160 interventi vigili del fuoco: bombe d'acqua nel Pesarese con strade trasformate in fiumi e alberi sradicati. Diluvio su Roma, un violento acquazzone si abbatte sulla capitale. A Milano distaccati pannelli del controsoffitto dell'aula bunker di San Vittore per forte pioggia. 

 

10 set 2026

Non servono i carri armati: così Mosca può sfidare la Nato nei Baltici senza invaderli

(Adnkronos) - Carri armati russi verso Riga o Tallinn? La prossima mossa di Mosca contro i Paesi baltici potrebbe assumere una forma molto più ambigua, costruita apposta per rendere difficile stabilire dove finisca la guerra ibrida e dove cominci un attacco al territorio della Nato. E, nello scenario più pericoloso, potrebbe perfino partire dalla proclamazione di una sorta di “Repubblica popolare del Latgale”, nell’est della Lettonia, sul modello delle entità separatiste create nel Donbass nel 2014. 

È uno dei passaggi più significativi dell’analisi di Stefan Hedlund, professore emerito di Russian Studies all’Università di Uppsala (Svezia). La tesi è controintuitiva rispetto a quanto si sente spesso nel dibattito europeo: proprio la Lettonia, che dal punto di vista geografico appare come il Paese baltico più vulnerabile, potrebbe non offrire a Mosca un obiettivo strategico tale da giustificare i costi e i rischi di un’invasione convenzionale. Molto più probabile, secondo Hedlund, è invece un’ulteriore escalation delle operazioni ibride già in corso. 

Hedlund parte dalle crescenti preoccupazioni dei Paesi sul fianco orientale della Nato. Estonia, Lettonia e Lituania si preparano da anni alla possibilità di un confronto militare con la Russia e dal 2024 hanno avviato la realizzazione della Baltic Defense Line, un sistema di fortificazioni, ostacoli e strutture difensive lungo le frontiere orientali. 

Ma il punto centrale è che Mosca, almeno nelle condizioni attuali, avrebbe convenienza a continuare a operare nella “zona grigia”: abbastanza aggressivamente da aumentare i costi per i Paesi che sostengono Kiev e testare la risposta della Nato, ma evitando di superare quella soglia che provocherebbe una reazione militare dell’Alleanza. 

Le operazioni russe hanno quattro obiettivi: orientare l’opinione pubblica in senso favorevole a Mosca; aumentare il prezzo del sostegno all’Ucraina; alimentare il timore di un’ulteriore escalation; e, contemporaneamente, raccogliere informazioni sulle vulnerabilità dei Paesi Nato in vista di un possibile conflitto futuro. 

Il catalogo delle azioni comprende sabotaggi contro infrastrutture critiche e telecomunicazioni, danneggiamenti di cavi sottomarini, interferenze Gps che possono mettere a rischio anche l’aviazione civile, droni sopra aeroporti e installazioni sensibili e altre provocazioni concepite per misurare tempi e modalità della risposta occidentale. 

È già accaduto con i cavi sottomarini che collegano Estonia e Lettonia a Finlandia e Svezia, con la rimozione da parte di pattuglie russe delle boe che delimitano il confine sul fiume Narva e con le ripetute interruzioni del traffico aereo in Lituania provocate da palloni arrivati nello spazio aereo di Vilnius. 

La logica, come abbiamo visto in questi mesi, è progressiva: allargare continuamente lo spazio di ciò che Mosca può fare senza provocare una risposta militare occidentale. 

Dal punto di vista militare, è soprattutto la Lettonia a preoccupare. La Lituania confina con l’exclave russa di Kaliningrad ma non direttamente con il territorio principale della Federazione russa: un’offensiva terrestre su larga scala richiederebbe quindi il coinvolgimento della Bielorussia. 

Il confine tra Estonia e Russia è invece in buona parte protetto da ostacoli naturali: il fiume Narva, il lago Peipus, il lago Pskov e, più a sud, zone paludose. 

La Lettonia ha invece circa 280 chilometri di frontiera con la Russia e altri 173 con la Bielorussia, in un territorio che offre pochi ostacoli naturali. Riga ha risposto costruendo la più articolata struttura difensiva tra i tre Paesi: una fascia profonda fino a 30 chilometri con recinzioni, fossati anticarro, campi minati, “denti di drago”, sistemi di sorveglianza elettronica, bunker e depositi protetti per le munizioni. 

A questo si aggiunge il battlegroup Nato a guida canadese, con la partecipazione tra gli altri di Svezia e Danimarca. Germania e Paesi Bassi hanno inoltre concordato di assegnare il German-Netherlands Corps alla difesa di Estonia e Lettonia, un segnale che Hedlund legge come dimostrazione della volontà dell’Alleanza di rendere credibile la deterrenza sul fianco nordorientale. 

Gli obiettivi strategici di un eventuale attacco russo sono relativamente facili da individuare nel caso di Lituania ed Estonia: nel primo caso, creare un collegamento terrestre attraverso la Bielorussia verso Kaliningrad e accrescere contemporaneamente la pressione sulla Polonia; nel secondo, aumentare il controllo sul Golfo di Finlandia e sugli accessi marittimi cruciali per le esportazioni russe. 

Nel caso della Lettonia, invece, Hedlund sostiene che non sia altrettanto chiaro quale beneficio strategico Mosca otterrebbe da un’invasione su vasta scala. 

C’è però una seconda vulnerabilità, più politica. 

In Lettonia la vulnerabilità indicata da Hedlund riguarda anche la presenza di una numerosa minoranza etnicamente russa e, più in generale, di una popolazione russofona ancora più ampia. Si tratta però di categorie diverse: parlare russo non equivale né a essere etnicamente russi né, tantomeno, a essere cittadini della Federazione Russa. 

In Estonia questa popolazione è particolarmente concentrata a Narva, sulla frontiera. In Lettonia la distribuzione è più ampia e dunque, secondo l’autore, potenzialmente più problematica in uno scenario di destabilizzazione. 

Nel Latgale, la regione orientale confinante con Russia e Bielorussia, gli appartenenti alla minoranza etnica russa rappresentano, secondo i dati richiamati da Hedlund, più di un terzo della popolazione. A Daugavpils, seconda città lettone, costituiscono il gruppo etnico più numeroso: 46%, davanti ai lettoni e ai polacchi. Anche a Riga la minoranza etnica russa resta consistente: 36% della popolazione della capitale, a fronte del 47% di lettoni. 

L’autore ricorda come, prima dell’invasione dell’Ucraina, Mosca potesse contare anche su una significativa capacità di influenza politica. In Lettonia il partito socialdemocratico Harmony, molto forte tra gli elettori di etnia russa, è stato il primo partito in Parlamento tra il 2011 e il 2022, pur rimanendo fuori dalle coalizioni di governo. Dopo l'invasione russa dell'Ucraina, la situazione è cambiata drasticamente: alle elezioni del 2022 Harmony non ha superato la soglia del 5% ed è rimasto fuori dal Parlamento. 

Hedlund riconosce che i sondaggi indicano oggi scarse simpatie per Mosca tra i cittadini di etnia russa rimasti nel Paese, ma ritiene che in una situazione di crisi le divisioni possano essere nuovamente sfruttate dalla propaganda e dalle operazioni russe. 

È da questo quadro che nasce lo scenario più inquietante delineato nell’analisi. 

Non è quello che Hedlund considera più probabile. Ma, se il Cremlino decidesse di oltrepassare la soglia delle operazioni ibride senza arrivare immediatamente a un’invasione convenzionale, Mosca potrebbe tentare di replicare alcuni elementi della strategia utilizzata nel Donbass dopo l’annessione della Crimea nel 2014. 

In Estonia il punto naturale sarebbe Narva, città a grande maggioranza russofona direttamente al confine con la Federazione russa. 

In Lettonia, invece, l’operazione potrebbe partire dal Latgale. Hedlund immagina un’insurrezione alimentata da cellule dormienti e agitatori professionisti, accompagnata dalla retorica moscovita sulla presunta persecuzione della popolazione russofona. Il passaggio successivo potrebbe essere la proclamazione di una “Repubblica popolare del Latgale”, contemporaneamente a disordini antigovernativi a Riga. 

Una repressione da parte delle autorità lettoni potrebbe quindi offrire a Mosca il pretesto per intervenire con bombardamenti oltre frontiera, confidando nella riluttanza delle forze Nato a colpire direttamente il territorio russo. Solo successivamente potrebbe arrivare un’incursione militare limitata oltre il confine, con l’obiettivo di mettere alla prova le linee difensive lettoni e, soprattutto, la determinazione politica dell’Alleanza. 

Per Hedlund resta uno scenario poco probabile. Una simile operazione provocherebbe infatti una risposta occidentale difficile da controllare e renderebbe immediatamente vulnerabile anche Kaliningrad, trasformando un'azione limitata in un confronto diretto con la Nato. 

Ma l’autore invita a non escluderlo completamente. Una situazione di crescente difficoltà per Mosca, anche in conseguenza degli attacchi ucraini con droni e missili in territorio russo, potrebbe spingere il Cremlino verso una scommessa più rischiosa, nella speranza di dimostrare che la Nato non sia davvero disposta a reagire. 

Stefan Hedlund è uno degli studiosi europei con una più lunga esperienza sullo spazio russo e post-sovietico. Economista di formazione, si occupa di Russia dall’inizio degli anni Ottanta e ha progressivamente allargato la propria ricerca dalla storia economica e istituzionale sovietica alla politica russa, all’Asia centrale e alle dinamiche dell’intero spazio post-sovietico. Ha pubblicato oltre venti libri e centinaia di articoli accademici, analisi e interventi sulla stampa internazionale. 

10 set 2026

Infettivologo Moschese: "Pazienti necessitano di slegarsi da terapia quotidiana"

10 set 2026

Vecchio (ViiV Healthcare): "Terapie long acting importanti per aderenza alla cura"

(Adnkronos) - "Le terapie long acting sono molto importanti ai fini dell'aderenza, perché consentono di avere un'assunzione della terapia regolare, precisa e puntuale. Questi benefici sono fondamentali perché in sostanza consentono di liberarsi dal ricordo dell'assunzione giornaliera di una terapia. Questo è un aspetto non semplice da integrare, perché una terapia da assumere tutti i giorni va a incidere sulla quotidianità e sulla routine. Così le terapie long acting, andando a ridurre il peso del ricordo della malattia e a ridurre il peso dell'assunzione quotidiana, rendono questa assunzione assolutamente sostenibile". Lo ha detto Fabio Vecchio, Market Access, Government Affairs and Communications Director di ViiV Healthcare Italia, partecipando oggi a Milano alla presentazione di 'Aderenza in Hiv', la nuova sezione del sito ViiV Healthcare dedicata alla continuità di cura. L'obiettivo è offrire informazioni chiare e aggiornate su un aspetto centrale nella lotta all'Hiv/Aids: l'aderenza terapeutica, da intendersi non solo come corretta assunzione della terapia farmacologica ma come parte integrante dell’intero percorso assistenziale. 

"L'aderenza - sottolinea Vecchio - per ViiV Healthcare è un elemento estremamente importante, visto che si tratta di un'azienda che è completamente dedicata a quest'area terapeutica. Non rappresenta solo una variabile clinica, ma una variabile strategica. Una terapia può essere estremamente efficace, ma se non è in grado di essere compatibile con la vita delle persone il suo valore rischia di non concretizzarsi completamente". 

10 set 2026

Ai, Schillaci: "Tecnologie non possono sostituire il giudizio clinico"

(Adnkronos) - "La medicina contemporanea dispone di possibilità diagnostiche e terapeutiche impensabili fino a qualche anno fa. Penso alla digitalizzazione, alla medicina di precisione e all'intelligenza artificiale, che stanno modificando profondamente la pratica clinica e aprendo nuove prospettive nella prevenzione, nella diagnosi e nella cura. Tuttavia, se da un lato aumentano gli strumenti a disposizione, dall'altro diventa ancora più fondamentale la capacità del medico di interpretare le informazioni e tradurle in decisioni appropriate per ogni singolo paziente. Le tecnologie possono sostenere l'attività professionale, ma non sostituire il giudizio clinico". Lo ha detto il ministro della Salute, Orazio Schillaci, intervenendo oggi a Palazzo Montecitorio a Roma alla presentazione del volume 'Etica e atto medico. Riflessioni e proposte', a cura di Francesca Gambetti, e del parallelo 'Documento Atto medico' promosso dalla Commissione interna dell'Omceo (Ordine dei medici chirurghi e degli odontoiatri) della provincia di Roma, che vogliono offrire "una risposta concreta all'instabilità paradigmatica della medicina contemporanea, segnata dall'ingresso pervasivo dell'intelligenza artificiale e dal vuoto normativo che rischiano di svilire e alimentare l'esercizio abusivo della professione". 

Il documento, osserva Schillaci, "nasce dall'esigenza di offrire una definizione aggiornata dell'atto medico, distinguendo la prestazione sanitaria, intesa come l'esecuzione concreta di una procedura, dalla deliberazione clinica che la precede e la orienta: proprio in questa deliberazione" si esprime "l'autonomia, la responsabilità e la capacità di giudizio proprie della professione: un momento di valutazione non delegabile, in cui il medico assume la responsabilità delle scelte effettuate". Il ministero della Salute intende quindi "investire nell'innovazione e nella digitalizzazione, mantenendo però il professionista sanitario al centro dei processi decisionali e mettendo la tecnologia sempre al servizio delle persone. Valorizzare questo ruolo significa investire nella formazione e migliorare le condizioni in cui i medici esercitano ogni giorno la propria professione. Questa è una priorità della nostra azione per rafforzare il Servizio sanitario nazionale". 

Il ministro ha anche spiegato che "dobbiamo mettere i medici nelle condizioni di esprimere pienamente le proprie competenze e di dedicare alla cura il tempo e l'attenzione necessari, accompagnando l'evoluzione dei modelli assistenziali con percorsi di aggiornamento adeguati ai cambiamenti della scienza". Infine, Schillaci ha ricordato l'importanza del rapporto tra medico e paziente. "Stiamo rafforzando l'assistenza territoriale attraverso le Case di comunità e lo sviluppo delle cure domiciliari, per avvicinare i servizi ai cittadini e assicurare una presa in carico più capillare e continuativa, in particolare per gli anziani, i pazienti cronici e i più fragili. Prossimità e continuità assistenziale contribuiscono a costruire un rapporto di cura più solido nel tempo - ha sottolineato - C'è infatti una dimensione che nessuna evoluzione tecnologica può mettere in secondo piano: la relazione profonda tra medico e paziente. È nel rapporto di fiducia che la conoscenza scientifica incontra la storia, i bisogni e le aspettative della persona". Il documento presentato oggi "pone questa relazione alla base dell'atto medico, insieme ai principi etici e deontologici che orientano la professione. È una visione coerente con il principio dell'umanizzazione delle cure, in cui credo fortemente e che abbiamo voluto rafforzare anche nella legge delega per la riorganizzazione del Servizio sanitario nazionale. Mettere la persona al centro - ha concluso - significa considerarne la dignità, i bisogni e l'esperienza nel percorso di cura, accanto agli aspetti puramente clinici". 

10 set 2026

Legge elettorale, Senato approva emendamento maggioranza su preferenze. Meloni: "Mancavano dal '93"

(Adnkronos) - L'aula del Senato con 97 voti favorevoli, 67 contrari e due astenuti approva l'emendamento alla legge elettorale della maggioranza, a prima firma del senatore di Fratelli d'Italia Marco Lisei, che introduce le preferenze con i capilista bloccati. 

"Le preferenze, nel voto per il Parlamento, mancavano dal 1993, cioè da quasi 35 anni. Oggi tornano perché il centrodestra ha scelto di reintrodurle, su proposta di Fratelli d'Italia", scrive Giorgia Meloni sui social.  

"Alla sinistra, che oggi sostiene che non basta, devo ricordare che non è credibile, su questo tema, chi non le ha mai volute in questi 35 anni e ha votato per bocciarle anche un mese fa. Quindi la differenza non è tra chi vuole più preferenze e chi ne vuole meno. È tra chi le ha rimesse nella legge e chi no". 

 

Ne pomeriggio il Senato aveva bocciato invece il subemendamento del Partito democratico che puntava a introdurre le preferenze senza capilista bloccati. La proposta delle opposizioni è stata respinta con 99 voti contrari e 68 favorevoli. 

A chiudere la partita è stato il capogruppo di Fratelli d'Italia al Senato, Lucio Malan. "FdI mantiene gli accordi all'interno della maggioranza. Voteremo contro questo emendamento", ha annunciato in aula. 

Il voto ha così confermato l'intesa raggiunta all'interno del centrodestra dopo ore di tensione. La maggioranza ha scelto di sostenere esclusivamente il proprio emendamento, quello a prima firma Lisei e sottoscritto dalle forze del centrodestra. 

La giornata era iniziata tra dubbi e tensioni. Il Pd aveva sfidato Fratelli d'Italia a votare a favore della propria proposta, richiamando le posizioni storiche della destra a favore delle preferenze. 

Tra i primi a intervenire è stato Matteo Renzi. "Questo sub emendamento corrisponde in toto e in pieno alla storia politica e alla battaglia politica della presidente Giorgia Meloni, che in tutti questi anni ci ha fatto la morale sulle preferenze", ha detto il leader di Italia Viva in aula. 

"Si vada a riprendere le sue trasmissioni televisive, la presidente Meloni, se ha dei dubbi. E oggi che cosa succede? Voi avete un'alternativa: o non votate o la presidente del Consiglio per l'ennesima volta tradisce gli italiani e tradisce se stessa", ha aggiunto Renzi. 

Anche Roberto Vannacci aveva chiesto a Fratelli d'Italia di sostenere la proposta delle opposizioni. "Mi appello a tutta la destra e, soprattutto, a Fratelli d'Italia, che alla Camera aveva votato il nostro emendamento: votate anche questo. Ne va della coerenza di FdI: perché votare sì alla Camera e votare no al Senato sulla stessa proposta? Ridiamo sovranità al popolo", aveva detto il generale all'Adnkronos. 

Il voto ha riacceso lo scontro politico sulle vecchie posizioni di Giorgia Meloni. Renzi ha citato in aula un intervento della leader di Fratelli d'Italia del 2014, durante la discussione sull'Italicum. 

"Giorgia Meloni, 11 marzo 2014. Sulla base di questo intervento, il presidente Malan dovrebbe semplicemente vergognarsi per quello che avete appena detto", ha detto Renzi. 

"Come volevasi dimostrare la Meloni si è rimangiata il sì sulle preferenze", ha aggiunto. 

Anche il Pd ha rilanciato sui social un video del 22 gennaio 2014 nel quale Meloni affermava: "Noi chiediamo una cosa sola: che ci siano le preferenze". Il commento dei dem è stato: "Coerenza zero". 

Il senatore del Pd Dario Parrini, primo firmatario del subemendamento sulle preferenze, ha rincarato la dose: "Come volevasi dimostrare, Giorgia Meloni non sa cos'è la coerenza. L'underdog non c'è più. Al suo posto c'è un'artista del galleggiamento passata in un baleno dal mito del 'tirare dritto' alla filosofia del 'tirare a campare'...". 

 

10 set 2026

Principio d'incendio su volo Easyjet a Malpensa, passeggeri evacuati e scalo chiuso per un'ora

10 set 2026

Alimentazione, Eichberg (Mimit): "Plasmon conferma valore settore agroalimentare italiano"

(Adnkronos) - "Il ritorno di Plasmon sotto il controllo di un gruppo industriale italiano è innanzitutto una conferma: il Made in Italy è un asset che ha un suo valore nella competizione internazionale. Non è solo un marchio che ha oltre 120 anni di storia ed è iscritto nel Registro dei marchi storici di interesse nazionale: è qualcosa di vivo, che consente alle nostre imprese di competere positivamente sui mercati nazionali e internazionali e che conferma il valore di un settore, quello dell'agroalimentare, del 'food' e della 'nutrition', in particolare per l'infanzia, che vediamo in continua crescita". Lo ha detto Federico Eichberg, capo di gabinetto del ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit), in occasione del workshop istituzionale 'La politica del fare a tutela del bambino'. 

"Il fatto che un gruppo italiano" come NewPrinces "abbia colto in Plasmon un'opportunità - continua - dimostra quanto il Made in Italy sia ancora appetibile. Devo dire che anche l'architettura su cui poggia questo investimento è sana e performante. Basti pensare che sui mercati internazionali l'export agroalimentare, quindi anche il food e la nutrition legati all'infanzia e alla preadolescenza, ha raggiunto il suo massimo storico, circa 73 miliardi di euro, con una crescita del 5% su base annua. Nel 2025 l'export italiano ha raggiunto, complessivamente, il record di 632 miliardi di euro e nel 2026 stiamo vedendo performance che ci confortano e che ci fanno pensare che anche quest'anno potremo stabilire il record dell'export italiano: 15 anni fa eravamo a poco meno di 450 miliardi. Siamo quindi in una fase di grande crescita nella quale l'agroalimentare svolge un ruolo importante. Inoltre - sottolinea Eichberg - nel nostro Libro Bianco, che abbiamo elaborato insieme a oltre 300 stakeholder, tra centri studi, sindacati e associazioni di categoria, l'agroalimentare è individuato come uno dei settori strategici, all'interno delle 5 aree del nostro modello industriale. Abbiamo previsto, proprio per l'agroindustria, dei contratti di sviluppo con una soglia di accesso più bassa, così da consentire a un numero maggiore di operatori di utilizzarli". 

L'aspetto più interessante, per Eichberg, è "il metodo con cui Plasmon ha costruito nel tempo un dialogo strutturato con società scientifiche e università, fino ad arrivare a un protocollo con il ministero dell'Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste per rafforzare le filiere nazionali per l'infanzia. È un vero e proprio asset di politica industriale. La sede naturale nella quale questo tipo di operazioni trova riferimento è il Tavolo Agroindustria, presieduto dal Mimit e dal Masaf, insieme alle Regioni e ai sindacati. Noi accompagniamo questo processo perché lo riteniamo virtuoso, proprio perché coinvolge il mondo della ricerca, dell'università e della produzione. In secondo luogo, le evidenze scientifiche diventano standard di filiera. Questi standard diventano poi un vantaggio competitivo, perché testimoniano qualità e riconoscibilità per il consumatore. In altre parole - chiarisce - dalla ricerca scientifica si passa agli standard, dagli standard al vantaggio competitivo e dal vantaggio competitivo alle performance sull'export. In questo quadro, il riconoscimento Unesco della Cucina italiana, ottenuto il 10 dicembre dello scorso anno, dà un ulteriore valore a tutto il settore 'food and nutrition', compreso quello legato all'infanzia e alle sperimentazioni e alle esperienze dei primi anni di vita. È un ulteriore riconoscimento della qualità italiana". 

A tale proposito, "abbiamo messo a disposizione una serie di strumenti - precisa Eichberg - Ogni anno tutte le amministrazioni competenti svolgono una vera e propria cabina di regia per l'internazionalizzazione, per definire cosa farà l'Italia sui mercati internazionali, e il settore dell'agroindustria è tra quelli prioritari. Abbiamo circa 350 padiglioni nazionali del sistema fieristico impegnati all'estero e accompagniamo circa 8mila imprese - puntualizza - C'è poi anche il tema del contrasto all'Italian sounding, perché dobbiamo ricordare che il Made in Italy è il brand più contraffatto al mondo. Dobbiamo quindi essere bravi anche a individuare e contrastare queste circostanze. Per questo è una buona notizia sapere che un gruppo solido e un marchio che rappresenta la storia, ma anche il futuro, ha una propria traiettoria di internazionalizzazione. E il ministero accompagnerà questo percorso". 

In questo contesto, "un elemento prioritario riguarda la costruzione, un'alleanza per la natalità che coinvolga il sistema Paese, le istituzioni nazionali e locali, ma anche le imprese e il mondo del Terzo settore - conclude Eichberg - Lo dico pensando evidentemente a realtà come Plasmon, che si rivolgono proprio all'infanzia e, più in generale, alle nuove generazioni. L'anno scorso abbiamo registrato in Italia circa 350mila nascite, sessant'anni fa erano oltre 1 milione. Dobbiamo riuscire a riattivare una virtuosa dinamica delle nascite. Dobbiamo accogliere, dobbiamo integrare, dobbiamo fare in modo che vi sia un desiderio di futuro. Dobbiamo soprattutto evitare che le persone che desiderano mettere al mondo un figlio si sentano sole. Per questo - conclude - sono grato a Plasmon, che tanto sta facendo su questo fronte, e credo che possa rappresentare un buon esempio per tante altre realtà imprenditoriali che possono cimentarsi proprio nella costruzione di un’alleanza per la natalità". 

10 set 2026

Aderenza in Hiv, online nuova sezione sito Viiv dedicato alla continuità di cura

(Adnkronos) - Offrire informazioni chiare e aggiornate su un aspetto centrale nella lotta all'Hiv/Aids, l'aderenza terapeutica, da intendersi non solo come corretta assunzione della terapia farmacologica, ma come parte integrante dell’intero percorso assistenziale. È l’obiettivo di 'Aderenza in Hiv', una nuova sezione del sito web di ViiV Healthcare Italia, che viene lanciata oggi per fornire a clinici e persone con Hiv uno spazio di approfondimento che coniuga raccomandazioni internazionali, evidenze scientifiche e percezioni reali di medici e pazienti. La nuova area digitale, informa la farmaceutica in una nota, nasce "nel solco della Strategia globale contro l'Aids 2026-2031 di Unaids, che definisce un quadro di azioni concrete per porre fine all'Aids come minaccia per la salute pubblica entro il 2030. In Europa occidentale, centrale e nel Nord America, la strategia raccomanda in particolare di aumentare l'accesso e l'aderenza al trattamento, migliorare la gestione delle coinfezioni e delle comorbilità, e rimuovere gli ostacoli che limitano l'accesso alle cure per le popolazioni più vulnerabili, tra cui migranti e rifugiati".  

Nel dettaglio, la sezione 'Aderenza in Hiv' raccoglie contenuti tratti dalla nuova strategia Unaids, da una recente indagine sul percepito dell'aderenza tra medici infettivologi e persone con Hiv italiane, e da uno studio che ha analizzato direttamente la situazione dell'aderenza terapeutica in un campione di persone con Hiv residenti in Italia. Il sondaggio quali-quantitativo, svolto su 50 medici e 101 pazienti, mostra che circa il 50% delle persone intervistate riferisce di dimenticare occasionalmente la terapia, sebbene nella maggior parte dei casi meno di una volta al mese. Dal lato dei clinici emerge invece una significativa eterogeneità nella definizione operativa di 'non aderenza': per alcuni il problema si configura solo quando il paziente dimentica frequentemente le dosi previste, mentre altri considerano già rilevanti dimenticanze occasionali o assunzioni mancate sporadicamente. 

Ulteriori dati italiani provengono dallo studio Positive Perspectives 3 di ViiV Healthcare. Tra le 152 persone con Hiv in terapia antiretrovirale residenti in Italia, a fronte di alti tassi di soppressione virologica, si legge nella nota, "quasi la metà ha riportato un'aderenza subottimale, associata in modo significativo al sesso femminile assegnato alla nascita e a un avvio tardivo del trattamento. Nonostante l'elevata fiducia nei professionisti sanitari, molti partecipanti riferiscono uno stato di salute percepito da discreto a scarso, e individuano margini di miglioramento nella propria assistenza e nei regimi terapeutici, suggerendo la presenza di bisogni insoddisfatti" che possono influire sull'aderenza e sugli esiti a lungo termine. 

"Con i farmaci antiretrovirali a lento rilascio iniettabili abbiamo ora tutti gli elementi, unendo i vari tasselli, per ridurre in modo significativo la circolazione del virus", afferma Antonella Castagna, direttrice della clinica di Malattie infettive dell'Irccs ospedale San Raffaele e professoressa ordinaria di Malattie infettive all'università Vita-Salute San Raffaele di Milano. "La partita si gioca nel coinvolgimento attivo delle persone vulnerabili, cioè di chi, per diverse ragioni, non trova una risposta completa nella terapia orale, non riesce ad inibire stabilmente la replicazione dl virus o rischia di effettuare la prevenzione dell’infezione in modo irregolare. È in questo contesto che bisogna intervenire proattivamente offrendo opzioni farmacologiche che garantiscano aderenza", sottolinea.   

Aggiunge il direttore Uoc di Malattie infettive dell'ospedale civile Legnano, professore associato di Malattie infettive all'università degli Studi di Milano e co-autore della pubblicazione a commento dell'indagine su retention in treatment e retention in care nell'Hiv in Italia, Stefano Rusconi: "L'indagine ci mostra con chiarezza che l'aderenza non è solo un tema di 'pillole prese o dimenticate', ma il risultato di un percorso di cura che coinvolge il sistema sanitario, le persone con Hiv e le loro reti di supporto. Se quasi una persona su due riferisce dimenticanze, anche occasionali, significa che dobbiamo lavorare di più sulla continuità di relazione, sull'ascolto dei bisogni e su modelli organizzativi che facilitino la retention in care". Come chiarisce Davide Moschese, del Dipartimento di Malattie Infettive dell'ospedale Luigi Sacco - università degli Studi di Milano, co-autore dello studio Positive Perspectives, "nel nostro campione italiano abbiamo osservato che, pur in presenza di ottimi risultati virologici, quasi una persona su due vive un'aderenza subottimale e percepisce margini di miglioramento nella propria assistenza. Questo ci dice che non basta avere terapie efficaci: dobbiamo rendere il percorso di trattamento e cura più vicino ai bisogni reali delle persone, superando, laddove necessario, i limiti della quotidianità".  

L'aderenza terapeutica "rappresenta il fondamento del nostro impegno verso le persone che vivono con Hiv e verso chi desidera prevenire l'infezione - sottolinea Sonia Franzese, Head of Hiv Medical Scientists di ViiV Healthcare Italia - Il nostro obiettivo è tradurre i progressi scientifici in benefici concreti e duraturi, e garantire che ogni terapia venga assunta in modo corretto e continuativo attraverso un'appropriata somministrazione significa tutelare sia le persone sia l’efficacia dei trattamenti stessi". Conclude Fabio Vecchio, Market Access, Government Affairs and Communications Director di ViiV Healthcare Italia: "L'aderenza è il punto in cui la qualità della ricerca incontra i risultati del mondo reale. Nelle patologie croniche, e nell'Hiv in modo emblematico, anche terapie molto efficaci possono perdere parte del loro valore se non vengono seguite con continuità. Senza aderenza si riduce l'efficacia, si disperde valore e si indebolisce l'impatto dell'innovazione". 

10 set 2026

Meloni alla riunione per Atreju e Schlein appena uscita da scuola, l'11 settembre nel ricordo dei leader politici

(Adnkronos) - Chi faceva un'altra vita, chi ancora nemmeno pensava alla politica come impegno a tempo pieno, chi addirittura era minorenne, o studiava. L'11 settembre ha lasciato un segno in chiunque, ovunque nel mondo. Ovviamente, anche i leader politici italiani hanno il proprio ricordo dell'attentato alle torri gemelle di New York. Ricordo che hanno condiviso con l'Adnkronos in occasione dei 25 anni dall'evento.  

 

 

All'epoca "avevo 24 anni, ricordo che il giorno dell'attacco alle Torri Gemelle ero a via della Scrofa per una riunione su Atreju, una delle primissime edizioni", dice Giorgia Meloni all'Adnkronos. "Durante l'incontro avevamo la Tv accesa e come tutti abbiamo assistito in diretta a quello che stava succedendo. Quell’edizione di Atreju, se non ricordo male, doveva intitolarsi 'Alla ricerca del borgo globale'. Mancavano solo due giorni all'inizio, ma venne subito annullata a causa di quello che era successo", ricorda l'attuale premier. 

 

"Avevo sedici anni, uscivo da scuola e mentre tornavo a piedi verso casa -allora le notizie non viaggiavano veloci come oggi sui cellulari- ho visto per la prima volta le immagini dallo schermo di una televisione nella vetrina di un negozio -ricorda Elly Schlein con l'Adnkronos-. Immagini che nessuno di noi ha più dimenticato, l’orrore delle torri in fiamme, del fumo nero che squarciava il cielo e delle persone che si lanciavano nel vuoto. Un terribile attentato terroristico colpiva il cuore degli Stati Uniti, facendo quasi tremila vittime e seimila feriti. Ci è parso subito chiaro che qualcosa sarebbe cambiato per sempre, e che quell’odio purtroppo ne avrebbe generato altro, così come altre guerre". La leader del Pd non ha dubbi: "Oggi più che mai dobbiamo difendere i valori della pace e della democrazia, contrastando anche ogni forma di terrorismo che mina la convivenza pacifica e la sicurezza delle persone".  

 

Giuseppe Conte, al tempo, certo non immaginava che sarebbe diventato presidente del Consiglio: "Credo fosse poco dopo pranzo, ero immerso nello studio di alcuni fascicoli processuali e stavo preparando il mio intervento a una conferenza accademica. All’epoca esercitavo come civilista e insegnavo diritto privato all’Università di Firenze -racconta il leader M5s all'Adnkronos-. Fu una telefonata a catapultarmi in una realtà che non immaginavo potesse essere vera: 'Non hai visto? Accendi la Tv'. Rimasi incollato allo schermo fino a notte, incredulo rispetto alle immagini che scorrevano sullo schermo, sopraffatto da un forte senso di angoscia".  

I ricordi si affastellano nella mente di Conte: "Era forse la prima volta che vedevo il dramma della morte in diretta non di una persona ma di migliaia, fu scioccante. Il crollo della seconda torre che si sgretolava è una immagine indelebile e direi la più tragica che conservo nella mia memoria. Una fine tragica accompagnata dal senso di impotenza, di fragilità, di permeabilità anche della più grande potenza a un attacco terroristico di questa portata. E fu davanti a quello spettacolo tremendo che capii che eravamo ad un punto di non ritorno, il momento in cui la storia sarebbe cambiata, avrebbe preso un’altra direzione senza possibilità di appello".  

 

 

"L'11 settembre del 2001 stavo correndo, mi stavo allenando in pineta -racconta all'Adnkronos Angelo Bonelli- quando a un certo punto, in un chiosco, vedevo una serie di persone intorno alla televisione - corridori, atleti, ciclisti - tutti fermi, assembrati, e mi sono chiesto: 'Che sta succedendo?', pensavo fosse successo un incidente, ci fosse qualche ferito, in realtà stavano guardando tutti la televisione con il disastro dell'attentato terroristico. Mi fermai anche io lì, ricordo quel momento di profonda attenzione e angoscia per quello che stava succedendo", sottolinea l'esponente di Avs. Nicola Fratoianni vide tutto in diretta tv perché, spiega all'Adnkronos, costretto "a letto con una gamba ingessata dopo un incidente stradale". 

“Ero a casa dei miei genitori a Pisa, a letto perché mi ero rotto una gamba il 21 agosto dopo il G8 di Genova. Una gamba rotta in cinque punti ed ero bloccato a letto e l'unica cosa che potevo fare, oltre che scrivere la tesi, era guardare la televisione a tutti gli orari della giornata”, racconta. “E mentre guardavo la televisione, alle due del pomeriggio, ho visto in diretta gli aerei colpire le torri gemelle. Vedendo via via sullo schermo quelle ore drammatiche, cominciai a pensare che eravamo all'inizio di una guerra mondiale. Infatti da lì in poi si scatenò quella che abbiamo definito la guerra globale permanente, poi l'Afghanistan e poi tutto ciò che ne è seguito e di cui ancora oggi paghiamo il prezzo”, sottolinea il leader di Sinistra italiana. 

 

Anche Carlo Calenda faceva un'altra vita, lontano dai palazzi della politica: "Lavoravo alla Ferrari ed ero al salone dell’auto di Francoforte", ricorda all'Adnkronos. Idem Matteo Salvini, in un filo comune che lega molti leader politici di oggi: "L’11 settembre 2001 ero nella sede della Lega in via Bellerio, all’epoca lavoravo come giornalista nella redazione della 'Padania'", rammenta il leader della Lega. 

"L’11 settembre 2001 ricordo perfettamente il momento in cui tornai a casa mia, a Pontassieve. Mio figlio -racconta Matteo Renzi all'Adnkronos- aveva pochi mesi e sentii il bisogno fisico di prenderlo in braccio. Quella data segnò tutti noi e aprì una stagione di terrore che poi rivivemmo negli anni in cui ero premier con gli attentati che insanguinarono l’Europa. Allora come oggi occorre rispondere al terrore con la forza delle misure di sicurezza certo, ma anche con quella potentissima della nostra identità: libertà e diritti sono ciò che gli islamisti odiano. Ciò che noi dobbiamo coltivare e difendere", rimarca l'ex presidente del Consiglio. 

 

10 set 2026

Elementi totali: 20
Vai a