Perché i sogni finanziari di Fb non si trasformano in economia reale

Dopo avere aperto a 42,05 dollari sull’indice Nasdaq, 11 per cento in più rispetto al valore fissato, il titolo di Facebook è ritornato ad assestarsi attorno ai 38 dollari per poi rimbalzare di nuovo. Oscillazioni prevedibili nella giornata in cui l’incappucciato Mark Zuckerberg ha suonato la campanella delle contrattazioni da Menlo Park, visione finanziariamente emozionante incorniciata dal giovanilismo creativo solito. Con i suoi 104 miliardi di dollari, Facebook è la terza Ipo di sempre e ieri l’esordio del titolo ha occupato ogni conversazione.
22 AGO 20
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Dopo avere aperto a 42,05 dollari sull’indice Nasdaq, 11 per cento in più rispetto al valore fissato, il titolo di Facebook è ritornato ad assestarsi attorno ai 38 dollari per poi rimbalzare di nuovo. Oscillazioni prevedibili nella giornata in cui l’incappucciato Mark Zuckerberg ha suonato la campanella delle contrattazioni da Menlo Park, visione finanziariamente emozionante incorniciata dal giovanilismo creativo solito. Con i suoi 104 miliardi di dollari, Facebook è la terza Ipo di sempre e ieri l’esordio del titolo – dove 82 milioni di azioni sono passate nelle mani dei trader nei primi trenta secondi di vita del titolo – ha occupato ogni conversazione, da quelle entusiaste per l’ondata di quotazioni tecnologiche a quelle dominate dalla paura di una nuova bolla. Il problema di Facebook e dei suoi più modesti figli della Silicon Valley non è però l’impatto finanziario, quanto quello sull’economia reale.
L’esistenza di una bolla speculativa si giudicherà nel futuro, ma già oggi le aziende tecnologiche della Silicon Valley vivono di fatto in una bolla, slegate come sono dai fondamentali di un’economia tangibile e quantificabile secondo parametri tradizionali. E’ il paradosso di San Jose: mentre gli Zuckerberg sbancano Wall Street, la città che si fregia del titolo di “capitale della Silicon Valley” è sull’orlo della bancarotta; la California, patria di tutta questa eccitazione creativa, non riesce a uscire dalla crisi e nei conti dello stato c’è un buco da 16 miliardi di dollari che nessuna Amministrazione riesce a chiudere. Il mantra che si ripete in California da dieci anni suona così: il settore tecnologico farà da traino all’economia dello stato, creerà ricchezza e posti di lavoro, farà indotto, rimpinguerà le casse con i prelievi fiscali, cioè farà quello che ci si aspetta che faccia una rivoluzione industriale. La realtà è un po’ diversa. Le aziende come Facebook sono insulari per natura, innanzitutto in senso geografico: la ricchezza prodotta dal settore rimane ancorata fra Palo Alto e Mountain View, e si spinge al massimo nella parte sud di San Francisco. Nella California del sud o nell’entroterra nessuno ha mai sentito gli effetti benefici della rivoluzione tecnologica in termini di indotto o di creazione di posti di lavoro. La presenza di giganti come Google e Facebook ha fatto schizzare i prezzi degli immobili attorno alle loro sedi, ma usciti dal quadrilatero magico si trova lo stesso tetro spettacolo di case pignorate e mercato depresso che la California conosce dal 2007.

Alla radice della bolla geografica di Facebook c’è la natura volatile del suo prodotto, che per essere creato non prevede assunzioni di colletti blu né collaborazioni con aziende locali, ma soltanto impieghi altamente qualificati che i ragazzi di Zuckerberg pescano in un bacino globale. Nell’area metropolitana di Oakland, nel cuore della Bay Area, la disoccupazione supera il 14 per cento, e fra le 65 aree metropolitane più grandi d’America soltanto Detroit ha prestazioni peggiori. Nonostante l’entusiasmo da Silicon Valley, il tasso di disoccupazione nell’area è al 9,3 per cento, più basso della media dello stato ma oltre un punto sopra la media americana, e la California negli ultimi dieci anni non ha di fatto creato nuovi posti di lavoro nel settore tecnologico, contro un più 13 per cento del Texas, il forziere del sud che ha risucchiato le forze migliori dei vicini a suon di investimenti e riforme business friendly.

La Ipo di Facebook porterà nelle casse della California circa un miliardo e mezzo di dollari – e un altro miliardo nei prossimi anni, dice il Legislative Analyst’s Office – ma la natura volatile e fluttuante del suo prodotto non è in grado di indurre quel flusso di lavoro e ricchezza che è stato il tratto dominante delle esplosioni tecnologiche degli anni Ottanta e Novanta. Facebook è in California soltanto convenzionalmente, mentre nei fatti vive in una bolla di ricchezza e creatività che si estende di poco oltre i confini del suo opulento regno. Chi non ha i talenti e la preparazione elitaria che serve per accedere a quella nicchia da cui la Silicon Valley attinge, difficilmente sentirà i benefici che il settore offre di rimbalzo. Nel modello economico di Facebook i fuochi artificiali di Wall Street non bastano a fare da traino a un’economia troppo reale per l’iperuranio da cui Zuckerberg scruta il mondo. Quella celebrata ieri nel quartier generale del social network è una festa dell’ingegno addobbata con palloncini finanziari, ma la rivoluzione economica è un’altra cosa.