Il debate e la tempesta

Il settimanale New Yorker non metterà in copertina un’altra eastwoodiana sedia lasciata sguarnita da Barack Obama, perché al secondo dibattito il presidente è pervenuto e ha mostrato di padroneggiare ancora le qualità comunicative attorno alle quali ha creato il suo personaggio. I liberal di Msnbc esultano, il New York Times e l’Huffington Post celebrano il ritorno di Obama, Andrew Sullivan del Daily Beast, forse l’obamiano rimasto più scottato dopo l’imbarazzante sconfitta nel primo dibattito, è “bloody elated”, euforico, come ha detto con lo slang britannico che gli compete.
22 AGO 20
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New York. Il settimanale New Yorker non metterà in copertina un’altra eastwoodiana sedia lasciata sguarnita da Barack Obama, perché al secondo dibattito il presidente è pervenuto e ha mostrato di padroneggiare ancora le qualità comunicative attorno alle quali ha creato il suo personaggio. I liberal di Msnbc esultano, il New York Times e l’Huffington Post celebrano il ritorno di Obama, Andrew Sullivan del Daily Beast, forse l’obamiano rimasto più scottato dopo l’imbarazzante sconfitta nel primo dibattito, è “bloody elated”, euforico, come ha detto con lo slang britannico che gli compete. I sondaggi di Cnn e Cbs dicono che il presidente ha vinto la sfida del gradimento con sette punti di distacco, molti meno di quelli che si percepiscono leggendo i commenti di area democratica o osservando le reazioni dei consiglieri: gli uomini di Obama che nel post dibattito di Denver erano schivi e irritabili l’altra notte hanno iniziato a parlare ai giornalisti prima ancora che il dibattito finisse; quelli di Mitt Romney erano sulla difensiva.
Sul palco della Hofstra University si è visto un dibattito aggressivo, a viso aperto, con i candidati che grazie al formato “townhall” danzavano uno attorno all’altro come boxeur in fase di studio e si è visto qualche picco di tensione immortalato dagli sfidanti che a distanza ravvicinata puntano il dito l’uno contro l’altro. Ma una vittoria ai punti non pareggia il knock out di Denver. Il format aiutava il presidente e le domande “amichevoli fatte da una platea ovviamente orientata a sinistra”, come ha detto il commentatore liberal Jonathan Chait, hanno messo a proprio agio un Obama rinvigorito ma non trionfante. Romney ha avuto alcuni buoni momenti sulla politica economica, specialmente quando gli è riuscito di fare un’impietosa radiografia del record di Obama su disoccupazione e debito pubblico, o nell’insistere sulla concorrenza sleale della Cina, argomento che non buca lo schermo ma fa presa dove serve, cioè in Ohio, Pennsylvania e Michigan. Lo sfidante si è perso però dalle parti di Bengasi, dove affondare il colpo sembrava più facile. Gli applausi della sala (tecnicamente proibiti) quando la moderatrice ha corretto in diretta Romney dicendo che Obama aveva definito un atto terroristico l’assalto al consolato sono il simbolo del peggiore momento di un Romney a volte troppo aggressivo per apparire presidenziale. Lo sfidante non è riuscito a reagire, non ha spiegato che l’espressione “acts of terror” (plurale) usata nel Rose Garden era genericamente riferita a qualunque atto terroristico e veniva dopo i richiami alle Torri gemelle, all’Iraq e all’Afghanistan, non era legata all’assalto libico; e qualche paragrafo prima il presidente aveva detto che gli Stati Uniti “rispettano tutte le religioni” e “rifiutiamo tutti i tentativi di offendere le altre religioni”. Riferimento abbastanza chiaro al film su Maometto che l’Amministrazione per due settimane ha accusato di essere all’origine della strage. Se Romney è riuscito a mettere a sistema la vittoria schiacciante di Denver, si tratta di capire se un successo di misura può diventare, come scrive New Republic, il propulsore di una rielezione che nelle ultime settimane si è allontanata dall’orbita di Obama.