Che cosa si beve a Milano
Milano è diventata all’improvviso una città estremista abbandonando la lunga tradizione di egemonia moderata e del ceto medio? Nella foga di una campagna elettorale un po’ sgangherata se ne sono sentite di tutti i colori.
22 AGO 20

La vicenda Tobagi si inserisce nel primo dei grandi fenomeni nazionali che, nel giro di relativamente pochi anni, ebbero il proprio epicentro a Milano: il craxismo, il leghismo, il berlusconismo. All’origine di questi fenomeni c’è il fallimento dell’ipotesi del compromesso storico a Milano, che fu una delle cause non secondarie della sua rapida archiviazione anche a livello nazionale. I comunisti milanesi si rifiutarono, a metà degli anni Settanta, di accettare la direttiva di Armando Cossutta di costituire una giunta comunale con socialisti e democristiani, preferendo costituirne una di sinistra con l’apporto di transfughi democristiani e socialdemocratici. Si trattava in sostanza del primo successo della linea dell’alternativa sostenuta da Bettino Craxi, leader allora di una corrente minoritaria del Psi ed eletto segretario del partito nella convinzione, del tutto errata, che sarebbe stato solo un leader di transizione. Craxi diede una lettura nuova della società milanese, non più legata allo schema tradizionale della città operaia, ma basata sul riconoscimento delle nuove figure professionali, del design, dell’innovazione nel terziario, poi irrisa con la formula polemica della “Milano da bere”.
La società milanese si è divisa verticalmente sull’esperienza craxiana. Nel sindacato la decisione di Pierre Carniti, che a Milano era stato l’esponente più unitario della sinistra della Cisl, di aderire al patto di San Valentino, provocò tensioni e persino una scissione tra i metalmeccanici della confederazione bianca. Negli ambienti dell’organizzazione culturale e informativa, nelle casematte del Corriere, della Scala, del Piccolo teatro, si sentiva l’aria di fronda, espressione di un dissenso aristocratico della borghesia intellettuale nei confronti di una concezione della società non più ancorata alle tradizionali categorie di analisi.
La modernizzazione craxiana aveva un carattere sostanzialmente centralista e “garibaldino”, che lasciò spazio alla rivendicazione autonomista della Lega, che fece allora le sue prime prove, e Craxi non riuscì a corrispondere, per i limiti dell’alleanza di pentapartito e le resistenze che venivano soprattutto dalla sinistra democristiana, alle spinte sociali che avrebbero poi costituito, dopo la sua caduta, la base strutturale del berlusconismo.
Quando l’azione della procura milanese, che è un altro ingrediente fondamentale del panorama ambrosiano, decapitò i partiti della prima Repubblica, toccò al leghismo e al berlusconismo indicare ai milanesi una nuova prospettiva, sempre largamente osteggiata da settori della grande borghesia soprattutto bancaria e dai ceti intellettuali di Milano. Il leghismo fu la risposta all’oppressione fiscale, considerata conseguenza del finanziamento a pioggia del mezzogiorno. Il berlusconismo era nato dall’esigenza di liberalizzazione: delle telecomunicazioni, dei fondi di investimento, del sistema di collocamento. La logica del compromesso storico aveva mantenuto il monopolio, ormai storicamente obsoleto, dell’emittente pubblica, dell’intermediazione bancaria, degli inefficienti uffici di collocamento, per citare solo i casi più evidenti e meno tollerabili da una società in evoluzione.
I settori tradizionali della grande borghesia finanziaria e intellettuale milanese hanno sentito come una specie di usurpazione e di assedio la lunga fase di egemonia berlusconiana e leghista, espressione di una piccola borghesia e di un elettorato popolare considerati sempre con una certa alterigia. D’altra parte grandi centri come le banche, la cattedra curiale ambrosiana, il Corriere, oltre alle istituzioni culturali universitarie e al fortilizio del Palazzo di giustizia, non sono stati intaccati dalla nuova fase, l’hanno subita ma mai accettata.
Leggere la neutralità di alcune di queste istituzioni e l’appoggio più o meno esplicito di altre alla candidatura di sinistra come una sorta di improvviso tradimento, addirittura come una conversione all’estremismo di sinistra, significa trascurare la complessità e le contraddizioni di una città che non riesce da tempo a definire una prospettiva di crescita che corrisponda al ruolo che ha nella società nazionale e nell’economia internazionale. Anche se a prima vista può apparire stravagante, a Milano si può prendere il caffè nei centri sociali e l’ammazzacaffè nei salotti buoni della grande borghesia. Se poi sia possibile dare risposte convincenti alle esigenze di innovazione e di sicurezza di una grande metropoli partendo da queste basi, naturalmente, è tutto da dimostrare.
La società milanese si è divisa verticalmente sull’esperienza craxiana. Nel sindacato la decisione di Pierre Carniti, che a Milano era stato l’esponente più unitario della sinistra della Cisl, di aderire al patto di San Valentino, provocò tensioni e persino una scissione tra i metalmeccanici della confederazione bianca. Negli ambienti dell’organizzazione culturale e informativa, nelle casematte del Corriere, della Scala, del Piccolo teatro, si sentiva l’aria di fronda, espressione di un dissenso aristocratico della borghesia intellettuale nei confronti di una concezione della società non più ancorata alle tradizionali categorie di analisi.
La modernizzazione craxiana aveva un carattere sostanzialmente centralista e “garibaldino”, che lasciò spazio alla rivendicazione autonomista della Lega, che fece allora le sue prime prove, e Craxi non riuscì a corrispondere, per i limiti dell’alleanza di pentapartito e le resistenze che venivano soprattutto dalla sinistra democristiana, alle spinte sociali che avrebbero poi costituito, dopo la sua caduta, la base strutturale del berlusconismo.
Quando l’azione della procura milanese, che è un altro ingrediente fondamentale del panorama ambrosiano, decapitò i partiti della prima Repubblica, toccò al leghismo e al berlusconismo indicare ai milanesi una nuova prospettiva, sempre largamente osteggiata da settori della grande borghesia soprattutto bancaria e dai ceti intellettuali di Milano. Il leghismo fu la risposta all’oppressione fiscale, considerata conseguenza del finanziamento a pioggia del mezzogiorno. Il berlusconismo era nato dall’esigenza di liberalizzazione: delle telecomunicazioni, dei fondi di investimento, del sistema di collocamento. La logica del compromesso storico aveva mantenuto il monopolio, ormai storicamente obsoleto, dell’emittente pubblica, dell’intermediazione bancaria, degli inefficienti uffici di collocamento, per citare solo i casi più evidenti e meno tollerabili da una società in evoluzione.
I settori tradizionali della grande borghesia finanziaria e intellettuale milanese hanno sentito come una specie di usurpazione e di assedio la lunga fase di egemonia berlusconiana e leghista, espressione di una piccola borghesia e di un elettorato popolare considerati sempre con una certa alterigia. D’altra parte grandi centri come le banche, la cattedra curiale ambrosiana, il Corriere, oltre alle istituzioni culturali universitarie e al fortilizio del Palazzo di giustizia, non sono stati intaccati dalla nuova fase, l’hanno subita ma mai accettata.
Leggere la neutralità di alcune di queste istituzioni e l’appoggio più o meno esplicito di altre alla candidatura di sinistra come una sorta di improvviso tradimento, addirittura come una conversione all’estremismo di sinistra, significa trascurare la complessità e le contraddizioni di una città che non riesce da tempo a definire una prospettiva di crescita che corrisponda al ruolo che ha nella società nazionale e nell’economia internazionale. Anche se a prima vista può apparire stravagante, a Milano si può prendere il caffè nei centri sociali e l’ammazzacaffè nei salotti buoni della grande borghesia. Se poi sia possibile dare risposte convincenti alle esigenze di innovazione e di sicurezza di una grande metropoli partendo da queste basi, naturalmente, è tutto da dimostrare.