Mai vendere la pelle di un giornale

Sono stati celebrati almeno quattro funerali di Newsweek: il primo a maggio del 2009, quando il settimanale omnibus si è trasformato in raffinatissimo collettore di saggi da leggere nella torre d’avorio, con l’obiettivo dichiarato di “perdere la metà dei lettori”; a maggio di quest’anno l’operazione ha mostrato tutti i suoi limiti e la Washington Post Co., che lo aveva comprato nel 1961, lo ha messo in vendita. Leggi Why Newsweek has been sold (and how it will become stronger)
21 AGO 20
Immagine di Mai vendere la pelle di un giornale
Sono stati celebrati almeno quattro funerali di Newsweek: il primo a maggio del 2009, quando il settimanale omnibus si è trasformato in raffinatissimo collettore di saggi da leggere nella torre d’avorio, con l’obiettivo dichiarato di “perdere la metà dei lettori”; a maggio di quest’anno l’operazione ha mostrato tutti i suoi limiti e la Washington Post Co., che lo aveva comprato nel 1961, lo ha messo in vendita. Il chairman Donald Graham – uomo noto per gli slanci culturali, non per il senso degli affari – ha annunciato l’operazione con l’aria di chi manda all’ospizio la nonna malata. Si voleva liberare da un peso, non fare fruttare un brand che, per quanto impietosamente indebitato, ha fatto la storia del giornalismo americano. E via con il secondo funerale. Il terzo è stato celebrato all’acquisto di Newsweek da parte di Sidney Harman, novantaduenne principe degli hi-fi nonché marito del deputato democratico Jane Harman, al modico prezzo di un dollaro. Era l’unico imprenditore disposto ad accollarsi i debiti e a mantenere i 379 dipendenti del settimanale sparsi nel mondo. Nella sua orazione funebre su Repubblica, Vittorio Zucconi ha anche instillato il legittimo sospetto che “la cessione all’industriale degli altoparlanti e degli amplificatori, Harman, della Harman-Kardon e soprattutto alla moglie, la deputata della California Jane Harman, segnali la sua trasformazione in giornale di famiglia, piegato a interessi di partito extra giornalistici, secondo criteri più italiani che anglosassoni”. L’ultimo funerale si è tenuto giovedì sera, quando l’accordo fra la Washington Post Co. e Harman è stato formalizzato, dopo mesi in cui un’ottantina di redattori – i più talentuosi – hanno abbandonato la nave; soprattutto ad abbandonare è stata la diarchia formata dal direttore Jon Meacham e Fareed Zakaria, capo dell’edizione internazionale, che diventerà columnist per il concorrente Time.

“L’industria dei media in crisi” è una frase ricorrente che purtroppo non contiene notizie; ma Newsweek era davvero morto? Era davvero l’ultimo sigillo dell’apocalisse editoriale che i giornali hanno descritto? Probabilmente no. Newsweek ha chiuso il bilancio del 2009 con un debito di 30 milioni di dollari, cifra considerevole ma non paragonabile ai 54 milioni che la testata del Washington Post ha perso nei primi tre mesi dello stesso anno. Nel primo quarto del 2010 Newsweek ha perso 2,3 milioni, contro i 13,8 milioni persi dal giornale di bandiera. Dato però che di vendere la testata del Washington Post non se ne parlava proprio, Donald Graham ha deciso di vendere il settimanale. Non solo, ma ha gestito l’operazione insinuando sentimenti apocalittici sia all’interno sia all’esterno, con il risultato che i media inconsolabili piangevano la morte del martoriato settimanale, mentre i redattori più esperti cercavano lavoro altrove. Newsweek è diventato il capro espiatorio del male editoriale, la bad company in cui stoccare gli asset tossici della finanza cartacea. Anche per questo Harman, quando ha iniziato ad alzare i tappeti della compagnia per vedere quanta polvere c’era sotto, ha notato che la situazione non era poi così male. E forse tutti quei giornalisti con gli scatoloni in mano se ne stavano andando per motivi diversi da quelli finanziari.

“La partenza di Jon Meacham e Fareed Zakaria, così come di altri giornalisti di primo piano, è stata raccontata come un disastro”, spiega al Foglio un importante reporter di Newsweek. “In realtà, la loro partenza aiuterà il giornale. Nell’ultimo anno e mezzo, cioè dal restyling del giornale, gli ego litigiosi e le aspirazioni intellettuali di Meacham e Zakaria hanno dominato il giornale, come se loro fossero gli unici veri talenti, e come se non riuscissero mai a prendersi abbastanza sul serio. Il risultato era scontato, pesante, serioso, a volte completamente sconnesso dagli interessi dei nostri lettori e spesso monotono. Tutto questo è sintetizzato nell’arrogante slogan su cui si sono accordati: ‘What matter most’ (ciò che conta di più). Una ragione per cui molti altri talenti se ne sono andati da Newsweek è perché erano talmente demoralizzati dal regime Meacham–Zakaria che avevano soltanto voglia di cambiare aria”.

Il progetto di Harman su Newsweek è a suo modo rivoluzionario. Innanzitutto la carta: tornerà a essere più spessa e di qualità migliore, cosa che fa bene alle fotografie e agli inserzionisti, soprattutto quelli nell’ambito del lusso che dopo decenni di carriera nella tecnologia di alto livello ha imparato a conoscere bene. Le persone che hanno parlato con Harman dicono al Foglio che la sua idea non è “reinventare”: vuole che il magazine ritrovi un po’ di umanità e di umorismo, e che sia capace di “unire i puntini”, come lui ama dire. Sul riposizionamento politico alcuni insider di Washington spiegano che non cambierà poi tanto. Jane Harman non dovrebbe interferire nella vita editoriale ed essendo lei una democratica di scuola realista è certo che la storica linea di Newsweek convergerà naturalmente verso gli interessi di Jane. La sintesi la fanno le stesse fonti: saremo liberal su molti temi, ma la sicurezza nazionale non si tocca.

Rimane ancora da decidere chi sarà il direttore. Diverse voci confermano che le quotazioni di Tina Brown stanno salendo e la nomina potrebbe essere annunciata a breve. L’eccentrica Brown ha fatto la fortuna di Vanity Fair e New Yorker e ora dirige il suo sito, The Daily Beast, che ha risultati impressionanti dal punto di vista dei contatti e della pubblicità, ma subisce il gap di autorevolezza per la mancanza di un brand globale. Se sbarcasse a Newsweek potrebbe integrare il The Daily Beast nella piattaforma web del settimanale sotto la testata Newsweek’s Daily Beast. “Non tutti sarebbero felici di averla al comando”, dice al Foglio un giornalista che ha lavorato con lei in passato, “è un vero tiranno e, a modo suo, un’artista. E’ capace di alzarsi una mattina, mettere la testa sul giornale, decidere che non va e buttare tutto nel cestino. Per chi lavora con lei è molto stressante. Ma i risultati possono essere straordinariamente buoni, come ha già dimostrato nei suoi progetti precedenti”.