Israele prova a trattare, ma la Palestina vuole il riconoscimento dell'Onu
Dopo i blitz notturni dei diplomatici americani, il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha provato a mandare un messaggio a distanza ad Abu Mazen per abbandonare la richiesta di riconoscimento dello stato palestinese all’Onu: “Offro al presidente Abbas la possibilità di lanciare negoziati di pace”, ha detto. Leggi l'intervista a Yossi Klein Halevi “L’Onu istiga contro Israele” - Leggi Perché con il voto all’Onu per lo stato palestinese il medio oriente cambierà per sempre - Leggi No a uno "stato" palestinese dal blog Zakor
19 AGO 20

Dopo i blitz notturni dei diplomatici americani, il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha provato a mandare un messaggio a distanza ad Abu Mazen per abbandonare la richiesta di riconoscimento dello stato palestinese all’Onu: “Offro al presidente Abbas la possibilità di lanciare negoziati di pace diretti invece di perdere tempo per futili passi unilaterali”, ha detto. La risposta è arrivata su Fox News, dove il presidente dell’Autorità palestinese si è detto disposto ad incontrare i funzionari israeliani, ma non si aspetta che il contatto possa cambiare la candidatura che ieri ha confermato di persona al Segretario generale Ban Ki-moon: “Mi sembra che non ci sia via per il negoziato perché l'amministrazione americana, compreso il presidente Obama, ha esaurito tutti gli sforzi per portare Netanyahu al tavolo del negoziato. Non sono riusciti a convincerli di cessare l'attività negli insediamenti”.
I palestinesi sembrano lasciare aperto uno spiraglio all’iniziativa americana e del Quartetto – nella notte un diplomatico americano ha detto che “le trattative stanno dando buoni risultati”, ma nulla di concreto s’è visto – ma contemporaneamente contano i voti al Consiglio di sicurezza, l’unico consesso che può concedere la “full membership” a un aspirante stato. Per l’approvazione servono nove voti favorevoli e il ministro degli Esteri palestinese, Riad Malki, dice che al momento ne hanno in mano “sei o sette” sicuri, e stanno facendo pressione su tre stati ancora indecisi (Gabon, Nigeria e Bosnia).
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