Abbuffata di mutui a Wall Street
Il mutuo è il prodotto bancario sul quale si è innestato il germe della crisi finanziaria, in quegli anni e mesi in cui le grandi banche americane concedevano vantaggiosi prestiti sugli immobili con risibili richieste di garanzie in cambio; allora il termine “subprime” è entrato nell’uso comune e si è iniziato a discutere di derivati tossici e altre complesse (e insostenibili, come si è visto) operazioni finanziarie. Dopo il crollo dell’impalcatura di Wall Street il mercato dei mutui è tornato a uno stato di normalità apparente.
19 AGO 20

Il mutuo è il prodotto bancario sul quale si è innestato il germe della crisi finanziaria, in quegli anni e mesi in cui le grandi banche americane concedevano vantaggiosi prestiti sugli immobili con risibili richieste di garanzie in cambio; allora il termine “subprime” è entrato nell’uso comune e si è iniziato a discutere di derivati tossici e altre complesse (e insostenibili, come si è visto) operazioni finanziarie. Dopo il crollo dell’impalcatura di Wall Street, le reprimende, la lotta senza quartiere ai banchieri avvoltoi e alle loro voglie speculative, l’occupazione, anche fisica, dei luoghi simbolici di Wall Street, il mercato dei mutui è tornato a uno stato di normalità apparente.
L’arresto cardiaco del sistema ha costretto le banche americane a chiedere nuovamente garanzie adeguate ai clienti, rendendo da una parte più complicato l’accesso al credito per chi cerca un finanziamento sulla casa, ma estremamente più conveniente il prezzo del prestito per chi ha i requisiti. Sostenuto dalla politica monetaria della Fed, che ha portato i tassi d’interesse vicino allo zero, l’interesse dei mutui ha raggiunto il minimo storico: il costo medio di un “mortgage” spalmato su trent’anni è del 3,55 per cento, percentuale che ha reso estremamente appetibile l’operazione per gli americani che non sono rimasti schiacciati dalla crisi. Gli americani che hanno mantenuto un posto di lavoro stabile, dunque un introito fisso, si trovano un tasso d’inflazione basso e un altrettanto basso costo dei finanziamenti sulla casa. A prima vista sembra una specie di ammenda delle grandi banche, in cerca di perdono proprio a partire da quel segmento sul quale si era sviluppata la logica speculativa. Il New York Times spiega che non è proprio così, anzi. “I tassi d’interesse su mutui e rifinanziamenti sono al livello più basso degli ultimi decenni, e questo è un motivo di gioia per i clienti. Ma i grandi vincitori sono i banchieri che concedono i prestiti”, scrive il Times. Se i mutui sono così convenienti, com’è possibile che siano (ancora una volta) gli istituti di credito i veri vincitori? La risposta è nel margine. Le banche guadagnano fette percentuali più grandi sui mutui rispetto a qualche anno fa, e la pubblicazione Inside Mortgage Finance stima che i banchieri potrebbero offrire tassi al 3,05 per cento (mezzo punto percentuale in meno rispetto al mercato reale) per fare profitti da era pre crisi.
Allo sportello, insomma, le banche spiegano ai clienti che quello è un tasso che non si può rifiutare, un regalo della banca pentita e con il capo cosparso di cenere, ma gli americani potrebbero ottenere mutui ancora più economici. E ugualmente la banca realizzerebbe un congruo profitto. Risultato: le banche americane guadagnano soldi a palate, ma senza caricare i clienti di ulteriori spese; è attraverso investimenti dei guadagni sul mutuo in altri titoli e fondi, poi rivenduti agli investitori, che la banca realizza i veri profitti. Più è alto il gap fra l’interesse che il cliente paga sul mutuo e l’interesse del prodotto che la banca acquista, più la banca guadagna. E così Wall Street è ritornata al suo business as usual. La Mortgage Bankers Association, che rappresenta gli interessi delle banche che offrono mutui, si difende dicendo che le regole imposte al mercato dopo la crisi finanziaria comportano nuovi oneri per gli istituti di credito, i quali sono costretti a rifarsi sui clienti. Ma Wells Fargo, l’unica delle grandi banche che ha accettato di parlare con il New York Times, non s’azzarda a dichiarare che questi sono tempi di vacche magre: “L’unico modo in cui possiamo accrescere il nostro business è offrire ottimi servizi ai clienti e proporre costi competitivi”. Ma nel mercato dei mutui americani il concetto di competizione è leggermente sfumato dietro alla repentina scomparsa di vari player dalla piazza. La scomparsa dei piccoli prestatori dal mercato ha canalizzato il flusso dei mutui su alcune grandi banche: JPMorgan Chase, Bank of America, U.S. Bancorp e Wells Fargo; quest’ultima ha guadagnato 4,8 miliardi di dollari nel primo semestre del 2012, il 115 per cento in più rispetto allo stesso periodo nel 2011. E su simili margini di profitto si muovono anche gli altri “competitor”.