Combattere come un liberal
Come ha notato anche Vittorio Zucconi su Repubblica, l’operazione “Odyssey Dawn” è lontana dall’unilateralismo delle guerre di George W. Bush fin nella scelta lessicale: le poche forze americane non sono sulle coste della Libia per instaurare la “Giustizia infinita” né per rendere duratura una libertà che i ribelli del regime di Gheddafi hanno cercato faticosamente di conquistare scoperchiando a loro rischio il calderone di Tripoli; anche la “Tempesta del deserto” di Bush senior nel Golfo, un’operazione tutto sommato chirurgica, suona minacciosa al confronto con un’odissea che all’alba porterà non si sa chi non si sa dove.
17 AGO 20

In generale Obama non è un soldato riluttante, anche se è stato vissuto dai suoi sostenitori come il salvatore pacifico di un mondo americano sfregiato dall’irriverenza unilateralista del suo predecessore. In due anni di governo ha avuto diverse occasioni per dimostrarlo: in Afghanistan il presidente ha aumentato il numero delle truppe affidandole, peraltro, alla guida generale simbolo della dottrina Bush, David Petraeus; in Pakistan i droni della Cia piovono sul suolo alleato con una frequenza sconosciuta all’Amministrazione repubblicana. Nello Yemen, molto prima dell’ondata di rivolte mediorientali, ha approvato per la prima volta operazioni clandestine per eliminare i capi di al Qaida nella penisola araba; in Iraq il presidente ha travestito la permanenza militare da ritiro in grande stile, giocando con le competenze politiche, le divise mimetiche e quelle del dipartimento di stato e il ruolo dei contractor. Con questi precedenti, l’operazione “Odyssey Dawn” è un ritorno alla guerra democratica che spicca per non avere nulla a che fare con la storia presidenziale di Obama, fatta di conflitti portati avanti così come erano stati ereditati, con le stesse difficoltà e lungaggini, persino ripetendo gli stessi errori, ma anche con la stessa carica universalista per cui l’America è titolata a portare la bandiera del mondo libero contro il fanatismo e le sue dichiarazioni di guerra.
In Libia è in atto una riedizione della guerra multilaterale benedetta dal codice onusiano e condivisa con alleati interessati ora a fare da capifila ora a cedere al passo allo zelo altrui in nome di interessi nazionali. Come hanno riportato i giornali americani, Obama ha cercato fin dall’inizio di lasciare l’iniziativa agli europei: la Libia è un problema dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo, non dell’America. Ma Obama non è riuscito a dire di no alle pressioni esterne né a quelle interne, così la ricerca del consenso si è protratta per un mese, con alterne vicende e con sostegni prima dati e poi tolti, fino a che il presidente americano si è fatto vincere da una incerta via multilaterale.
E’ una guerra che si spera sia veloce, fatta rigorosamente dall’alto, sganciando bombe strategiche ma programmaticamente orfana di un progetto e di uno scopo precisi: l’anodino Obama ha detto ieri che “la politica degli Stati Uniti è quella di costringere Gheddafi ad andarsene, ma questo non è il mandato della risoluzione dell’Onu”. Un cortocircuito politico che ripropone la domanda che l’establishment americano si sta ripetendo in queste ore: perché l’America dovrebbe impegnarsi in uno scenario ancor meno che secondario nella geografia degli interessi americani (a Washington le rivolte in Yemen e nel Bahrein sono ben più gravide di conseguenze dirette per gli equilibri politici e petroliferi, mentre un americano colto, come scrive il Daily Beast, “farebbe fatica a trovare la Libia sulla cartina geografica, anche con il nome scritto sopra”)?
“Odyssey Dawn” è una guerra condotta in stile clintoniano, più sussurrata all’orecchio di Obama dalla consigliera-attivista Samantha Power e dall’ambasciatore all’Onu, Susan Rice, che dal capo del Pentagono, Bob Gates, e dai ranghi della sicurezza nazionale; come gli interventi clintoniani degli anni Novanta, l’operazione libica ha il pregio politico immediato di risultare non soltanto tollerabile ma persino desiderabile – date le condizioni sul campo, s’intende – dalla sinistra liberal, perché assomiglia a un breve ciclo di chemioterapia a cui si affida la speranza di far scomparire il tumore. Nemmeno la fantasia del più perverso dei Michael Moore sarebbe stuzzicata dall’intervento multilaterale con scopo prevalentemente di sicurezza, un conflitto “di giorni e non di settimane”, come ha ripetuto il capo dell’esercito americano Mike Mullen nel giro dei talk show domenicali, prima di concedere ai suoi interlocutori la possibilità che Gheddafi possa essere non soltanto il passato della Libia, ma anche il suo futuro.
Peter Beinart, analista politico della New America Foundation, think tank di Washington vicino al mondo liberal, dice che l’intera operazione è “influenzata dall’eredità della guerra in Bosnia: è stato il successo della Nato che ha convinto molti in occidente che un intervento analogo in Ruanda avrebbe potuto avere successo, ed è la stessa guerra che ha convinto l’Europa a intervenire con una guerra umanitaria in Kosovo nel 1999”. Quelli che alla Casa Bianca hanno consigliato a Obama di assecondare le pressioni per un intervento sono gli stessi che negli anni di Clinton invocavano la guerra umanitaria fatta con i bombardamenti aerei, simbolo paradossale di clemenza bellica se paragonati alle invasioni via terra degli esportatori di democrazia. Si va, si sculaccia il dittatore e si torna a casa: un progetto che piace alle anime belle ma che di solito trascina con sé paludi in cui qualcuno rimane invischiato.
Nel caso della Libia Obama ha fatto una deroga alla sua consuetudine bellica, accettando a malincuore l’attivismo che il presidente francese, Nicolas Sarkozy, non ha saputo trattenere nemmeno di fronte alla cautela americana. Fonti a Washington dicono che l’appoggio americano a “Odyssey Dawn” è arrivato contro il volere del Pentagono, che sconsigliava in modo netto al presidente di infilarsi in un potenziale pantano che non avrebbe concesso né vantaggi strategici né – come conferma il vaghissimo mandato Onu – di sollevare un dittatore dal trono che ha occupato per quarant’anni a spese del suo popolo. A quel punto lo zelo francese ha costretto l’America a coinvolgersi in un conflitto a bassissima priorità, facendosi legare le mani da un mandato multilaterale che è l’ideale del presidente Obama soltanto a parole.