Madiba e il Che

Siamo nati al mito politico con il medico argentino Ernesto Guevara, ne moriamo con il regale profeta della libertà e autodeterminazione del Sudafrica Nelson Mandela (1918-2013): questo è un beatifico progresso, per una generazione che ne ha sbagliate parecchie e che, almeno per una parte di essa, ha bruciato nel nichilismo e nell’utopia le mito-ideologie del Novecento. Sono gretti e un po’ stupidi quanti polemizzano sul concetto di riconciliazione politica e civile, che è centrale nella figura di Madiba ed è stato evocato, prima che dalla destra italiana, dagli editorialisti del New York Times (in modo peraltro impeccabile).
14 AGO 20
Immagine di Madiba e il Che
Siamo nati al mito politico con il medico argentino Ernesto Guevara, ne moriamo con il regale profeta della libertà e autodeterminazione del Sudafrica Nelson Mandela (1918-2013): questo è un beatifico progresso, per una generazione che ne ha sbagliate parecchie e che, almeno per una parte di essa, ha bruciato nel nichilismo e nell’utopia le mito-ideologie del Novecento. Sono gretti e un po’ stupidi quanti polemizzano sul concetto di riconciliazione politica e civile, che è centrale nella figura di Madiba ed è stato evocato, prima che dalla destra italiana, dagli editorialisti del New York Times (in modo peraltro impeccabile).
Il Che fuggì una rivolta caudillista destinata a estinguersi nell’autoritarismo castrista e credette fervorosamente, mettendo in campo sé stesso, in una specie di rivoluzione permanente, in una teoria dei fuochi e dei cerchi concentrici di propagazione della guerriglia contadina, a partire dalla Bolivia, cuore di una rivoluzione latinoamericana che non c’è mai stata e avello cristico del combattente indomito. Il contrario della calma, della infinita resistenza e pazienza, del realismo di Mandela, che sfidò l’eternità di una repressione carceraria per uscirne, lui apparente leninista e comunista delle origini, come un Re o un principe nuovo della vecchia aristocrazia nera consapevole di ciò che è un disegno politico e di stato.
L’antropologia di Mandela non è quella di un moralista, non è rivolta al passato totalitario e al suo lascito, ha un tratto autenticamente liberale e riformatore, nonostante le condizioni poco più che belluine a cui fu costretta e in parte è ancora costretta la maggioranza nera del paese colonizzato e formato dalla minoranza bianca boera. Mandela voleva riuscire in un’impresa per la realizzazione della quale l’alleanza con i bianchi illuminati era il riscontro del più radicale contrasto, dei risentimenti e di uno spirito di vendetta che questo uomo profondamente capace di adoperare la bontà e il coraggio personale escludeva dal proprio orizzonte. Certo ha vissuto e ha provato tempi di ferro e di fuoco, il suo lascito, condiviso per una parte sostanziale con Frederik de Klerk, è pregno di contraddizioni e incompiutezze. Ma questo è tipico di un’opera politica autentica, della sua capacità di emozionare, di illudere, di portare in terra uno spicchio di giustizia, senza pretendere il paradiso infido dell’eguaglianza e di una pace senza speranza.
La pace di Mandela, la sua spallata storica al regime dell’apartheid e alle sue basi razziste, è la pacificazione, la cooperazione, il metodo inconfutabile ma gradualista e pedagogico dell’educazione e della coesione sociale, etnica, nazionale. Si può e si deve sperare che questi giorni di lutto internazionale, con l’inevitabile sovraccarico di bolse retoriche su un nucleo di verità non controvertibile, serva a convincere i riottosi del fatto che i rivoluzionari veri sono uomini di stato, ed è cosa buona e giusta che talvolta muoiano felici nel proprio letto. Il sorriso di Mandela, il suo distacco regale, la forza tribale del suo umanitarismo senza leziosità, ecco le meravigliose lezioni di politica e di sguardo sulla storia umana che il leader dei neri della fine del mondo ha portato in questa parte di mondo, che ne aveva bisogno.