Karzai (ri)litiga con Obama e blocca le trattative sul ritiro

Nemmeno il tempo di diramare segni di circospetto ottimismo per la dichiarazione d’intenti dei talebani e l’Amministrazione Obama s’è trovata tagliata fuori anche dai dialoghi con il governo afghano di Hamid Karzai. Martedì sera i talebani hanno aperto un ufficio di rappresentanza a Doha, in Qatar, e meno di ventiquattro ore più tardi il governo di Kabul ha detto che non parteciperà ad alcuna trattativa, e per vendicarsi delle azioni sotterranee degli americani ha sospeso i dialoghi sulla transizione delle truppe della Coalizione. Un passo avanti, due passi indietro: è il prezzo di un negoziato condotto da una posizione di debolezza. Peduzzi Le guerre per la democrazia sono una “fiction” fallimentare, dicono Romano e Zucconi. Una risposta
13 AGO 20
Immagine di Karzai (ri)litiga con Obama e blocca le trattative sul ritiro
New York. Nemmeno il tempo di diramare segni di circospetto ottimismo per la dichiarazione d’intenti dei talebani e l’Amministrazione Obama s’è trovata tagliata fuori anche dai dialoghi con il governo afghano di Hamid Karzai. Martedì sera i talebani hanno aperto un ufficio di rappresentanza a Doha, in Qatar, e meno di ventiquattro ore più tardi il governo di Kabul ha detto che non parteciperà ad alcuna trattativa, e per vendicarsi delle azioni sotterranee degli americani ha sospeso i dialoghi sulla transizione delle truppe della Coalizione. Un passo avanti, due passi indietro: è il prezzo di un negoziato condotto da una posizione di debolezza. Sia i talebani sia Karzai sanno di avere tra le mani leve più vantaggiose di quelle a disposizione di Obama. I talebani hanno usato il loro potere negoziale per trasformare un neutro tavolo di rappresentanza in qualcosa di più simile a un’ambasciata oltreconfine dell’emirato islamico dell’Afghanistan, come ai tempi in cui erano al potere, presa di posizione intollerabile per Karzai e che “è in totale contrasto con le garanzie promesse dagli Stati Uniti”. Per il governo afghano la colpa della legittimazione dei talebani è soltanto dell’America, che ha lavorato nell’ombra per organizzare dialoghi che hanno spezzato il fragile asse fra Washington e Kabul prima ancora di sedersi al tavolo. “Alla luce delle contraddizioni fra i fatti e le dichiarazioni degli Stati Uniti sul processo di pace, il governo afghano ha sospeso i negoziati”, ha dichiarato l’ufficio di Karzai. Qualche ora più tardi, mentre la delegazione americana guidata dall’inviato James Dobbins atterrava a Doha, Kabul ha confermato le condizioni: “Se il processo di pace non sarà guidato dagli afghani, il Consiglio per la pace non parteciperà ai negoziati del Qatar”. Negoziati che, dicono i talebani, inizieranno oggi anche senza i rappresentanti afghani, una specie di incontro bilaterale che taglia fuori Karzai da un gioco delle tre carte pericoloso per la Casa Bianca. Il congelamento del negoziato sulla transizione delle truppe rischia di soffocare l’exit strategy di Obama, ammesso che il presidente ne abbia una. Uscire, dire “fate i bravi” e chiudere la porta non è una strategia.
Entro la fine del 2014 le truppe della Nato lasceranno l’Afghanistan, ma da mesi è aperta una sotterranea linea di comunicazione fra Obama e Karzai per concordare una discreta presenza militare che potrà trattenersi oltre il limite che Obama ha promesso – al governo afghano e ai suoi elettori – di rispettare. La Casa Bianca non vuole che si ripeta in Afghanistan quello che è successo con il ritiro delle truppe dall’Iraq: la posizione di debolezza americana ha consentito al governo iracheno di ridurre drasticamente la presenza militare che il Pentagono suggeriva di lasciare sul territorio. A Washington ci si domanda se il prezzo della nuova rottura con Karzai non sia troppo alto rispetto al guadagno di aprire un’improbabile trattativa con i talebani. I tentativi occidentali di una “reconciliation” sono falliti, le conferenze di pace non hanno avuto conseguenze, i dialoghi segreti sono sfumati e quelli espliciti sono saltati prima ancora che gli americani mettessero piede in Qatar. Quando ci sono arrivati sono stati accolti dalla notizia che durante la notte quattro militari americani sono stati uccisi in un attacco alla base di Bagram. Il giorno prima a Kabul, poco dopo la cerimonia per l’inizio dell’ultima fase della transizione, uno dei rappresentanti del Consiglio di pace di Karzai è scampato a un’imboscata.
Così mentre un portavoce di talebani in Qatar annunciava l’inizio dei dialoghi con gli americani, un altro portavoce rivendicava l’attacco di Bagram e tutti insieme disconoscevano di fatto la legittimità del governo di Kabul; allo stesso tempo il governo di Karzai condannava il tentativo talebano di porsi come struttura di potere alternativa allo stato e incolpava gli americani di non aver mantenuto la promessa di lasciare il volante delle trattative. La simultaneità degli eventi mostra in modo efficace chi capitalizza al meglio il polverone diplomatico-militare: quelli che lanciano razzi contro i soldati americani; che preparano attentati per minare i dialoghi che a parole dicono di voler promuovere; quelli che nemmeno il più invitante dei tavoli diplomatici potrebbe convincere a un compromesso, come diversi funzionari di Washington ammettono esplicitamente.