Obama arriva all’Onu in versione falco, più con la Siria che con l’Iran

Dopo le esibizioni di debolezza, i ripensamenti, i vuoti strategici, gli interventi militari minacciati e ritirati, le lezioni di Putin e le moine dell’Iran, Barack Obama si è presentato all’Assemblea generale dell’Onu in versione “leader del mondo libero”. “Anche quando gli interessi americani non sono minacciati direttamente siamo pronti a fare la nostra parte per prevenire le atrocità di massa e per proteggere i diritti umani”, ha detto, riecheggiando l’idealismo, fin qui umiliato nei fatti, dei suoi consiglieri più interventisti, a partire dall’ambasciatrice Samantha Power.
12 AGO 20
Immagine di Obama arriva all’Onu in versione falco, più con la Siria che con l’Iran
New York. Dopo le esibizioni di debolezza, i ripensamenti, i vuoti strategici, gli interventi militari minacciati e ritirati, le lezioni di Putin e le moine dell’Iran, Barack Obama si è presentato all’Assemblea generale dell’Onu in versione “leader del mondo libero”. “Anche quando gli interessi americani non sono minacciati direttamente siamo pronti a fare la nostra parte per prevenire le atrocità di massa e per proteggere i diritti umani”, ha detto, riecheggiando l’idealismo, fin qui umiliato nei fatti, dei suoi consiglieri più interventisti, a partire dall’ambasciatrice Samantha Power. Obama ha detto che un disimpegno dallo scenario mediorientale potrebbe creare “un vuoto di leadership che nessuna altra nazione è in grado di riempire” e ha risposto alle critiche di Vladimir Putin sull’eccezionalismo americano: “Alcuni potranno dissentire, ma credo che l’America sia eccezionale, perché abbiamo mostrato la volontà di impegnarci non solo per il nostro interesse, ma per gli interessi di tutti”.

La via diplomatica con l’Iran. L’America presentata da Obama alla comunità internazionale è il faro dei valori universali e l’argine di difesa dei diritti umani, almeno in linea di principio. Quando si tratta invece di dettagliare la strategia sui dossier più caldi della politica estera, Siria e Iran, il discorso obamiano si fa più circospetto e le vie multilaterali decisamente preferibili: il presidente ha chiesto una risoluzione “forte” del Consiglio di sicurezza per costringere Bashar el Assad a mantenere gli impegni di consegna e smantellamento delle armi chimiche. Sull’Iran ha ricordato che l’America “si oppone allo sviluppo di armi nucleari” e contemporaneamente rispetta “il diritto di produrre energia nucleare”. Quella diplomatica è la via privilegiata per risolvere la questione o smascherare l’eventuale bluff del presidente Hassan Rohani, che si è presentato a New York con fare conciliante e aperturista.

Niente pranzo con Ban Ki-moon. Il ministro degli Esteri iraniano, Javad Zarif, ha parlato di una “opportunità storica per risolvere la questione nucleare” e il dialogo preliminare avverrà domani al tavolo del 5+1 combinato da Catherine Ashton. Si proseguirà poi a ottobre sotto la guida del segretario di stato, John Kerry. I diplomatici iraniani hanno ascoltato con estrema attenzione il discorso di Obama. L’attivissimo Zarif – ieri ha partecipato a dodici incontri bilaterali – ha seguito il copione della rassicurazione scritto da Rohani a suon di lettere, interviste, editoriali e attivisti liberati. Il presidente iraniano ha incontrato anche il direttore del Fmi, Christine Lagarde. Il dilemma intorno a un’eventuale stretta di mano simbolica con Obama – mal vista da Israele: del discorso di Obama Benjamin Netanyahu ha apprezzato soltanto la parte in cui chiede che alle parole seguano i fatti e la delegazione ha abbandonato la sala durante il discorso di Rohani – non è stato infine risolto, come ipotizzato, con una convergenza dei leader al pranzo organizzato da Ban Ki-moon. Il presidente iraniano non ha risposto all’invito del segretario generale. Obama ha poi incontrato Abu Mazen e si è diretto alla Clinton Global Initiative.

Letta a Wall Street, Bonino da Brahimi. La giornata del premier Enrico Letta, che oggi interverrà all’Assemblea, è iniziata con un discorso al Council on Foreign Relations. Lo scopo era innanzitutto rassicurare gli interlocutori americani sulle condizioni economiche dell’Italia e ribadire il suo impegno per la stabilità. Nella platea fitta di imprenditori e player istituzionali c’era anche Massimo D’Alema, a New York per partecipare alla conferenza di Clinton. Questa mattina Letta suonerà la campanella del New York Stock Exchange prima di sedersi per un’intervista con Maria Bartiromo, il termometro di Wall Street. Nell’agenda, assai fitta, del ministro degli Esteri, Emma Bonino, l’appuntamento più importante era quello con l’inviato dell’Onu e della Lega araba per la Siria, Lakhdar Brahimi. Fonti diplomatiche dicono che l’inviato ha spiegato che l’accordo fra Russia e America per negoziare a Ginevra non c’è ancora, ma la strada è quella giusta. Rimane il nodo della partecipazione iraniana (il francese François Hollande ha detto ieri che l’Iran potrà sedersi solo dopo aver acconsentito alla dipartita di Assad) e quello dei portavoce dei ribelli, che Brahimi giudica non rappresentativi del popolo siriano. Fra i dialoghi di domani e l’incontro dell’inviato con le delegazioni di Russia e America venerdì dovrebbe uscire l’agenda dei colloqui di Ginevra. Almeno questa è la speranza.