Democratici alla convention
Sul palco di Charlotte si cerca l’agenda invisibile dell’Obama che verrà
La domanda che come una goccia scava la roccia del potere democratico è quella lanciata da Ronald Reagan agli elettori la settimana prima dell’election day di 32 anni fa: “State meglio di quattro anni fa?”. Mitt Romney, lo sfidante repubblicano di Obama, ha rilanciato la domanda la settimana scorsa a Tampa e l’imbarazzo con cui è stata accolta dagli ambienti democratici ha convinto il Gop a farne il refrain di accompagnamento alla convention di Charlotte, entrata ieri nel vivo dopo l’aperitivo festaiolo di lunedì. Dalla North Carolina il candidato vicepresidente, Paul Ryan, ha detto che “il presidente può dire quello che vuole, ma non può dire che stiamo meglio di quattro anni fa”, e ha citato gli anni non entusiasmanti di Jimmy Carter come i “good old days” se paragonati a quelli di Obama.
10 AGO 20

New York. La domanda che come una goccia scava la roccia del potere democratico è quella lanciata da Ronald Reagan agli elettori la settimana prima dell’election day di 32 anni fa: “State meglio di quattro anni fa?”. Mitt Romney, lo sfidante repubblicano di Obama, ha rilanciato la domanda la settimana scorsa a Tampa e l’imbarazzo con cui è stata accolta dagli ambienti democratici ha convinto il Gop a farne il refrain di accompagnamento alla convention di Charlotte, entrata ieri nel vivo dopo l’aperitivo festaiolo di lunedì. Dalla North Carolina il candidato vicepresidente, Paul Ryan, ha detto che “il presidente può dire quello che vuole, ma non può dire che stiamo meglio di quattro anni fa”, e ha citato gli anni non entusiasmanti di Jimmy Carter come i “good old days” se paragonati a quelli di Obama. E con un tempismo devastante per i democratici il debito pubblico ha toccato ieri i 16 mila miliardi di dollari. Per un calcolato gioco del destino Carter ha avuto – benché soltanto in video – uno slot da prima serata nella convention, evento costruito anche attorno al legame con l’epopea trionfante di un altro ex presidente democratico, Bill Clinton.
Il ritornello sull’asse Reagan-Romney contiene un elemento scivoloso per la campagna elettorale di Obama: dire che l’America è migliore di quattro anni fa rischia di assomigliare a un insulto più che a una normale rivendicazione di successo; rispondere negativamente è un’improbabile ammissione di colpa. E così la macchina della campagna elettorale dice “absolutely”, certamente stiamo meglio di quattro anni fa, il super consigliere David Axelrod fa eco, Joe Biden dice che “Bin Laden è morto e la General Motors è viva” e il governatore del Maryland, quel Martin O’Malley sul quale molti scommettono per una candidatura nel 2016, si mette di traverso con un “no” secco, benché mitigato da una postilla à la Guzzanti, “la domanda è mal posta”. Obama dà per la quarta volta in due anni il voto “incomplete” alla sua Amministrazione, tanto per ribadire che la direzione è giusta ma c’è ancora tanta strada da fare.
L’indecisione strategica sul “better off” è il segnale di un’indecisione più profonda che riguarda il programma di Obama per il secondo mandato, quella che il National Journal chiama “l’agenda invisibile”: quando la campagna si dà obiettivi del tipo “creare un’economia fatta per durare” anche uno stratega democratico come Joe Trippi deve ammettere che “nessuno sa esattamente cosa voglia dire”.
Gideon Rachman sul Financial Times scrive che il senso della sfida di Obama precipita in una singola questione: “Deve spiegare che lo stato è un alleato del sogno americano, non un nemico”. Il problema del presidente, insomma, è far capire agli elettori i fondamentali del suo programma senza perdersi nelle zuffe con gli avversari o nella navigazione a vista, e magari farlo con un linguaggio più incisivo di quello mostrato nelle 39 pagine della piattaforma democratica, largamente ispirata a quella del 2008, e dove le parti più fresche servono più che altro per ribadire che le idee di Romney e Ryan porteranno il paese alla rovina, a partire dal ceto medio indifeso. La proposta sulla riforma dell’immigrazione è vaga, e di quella sul sistema fiscale si evince qualcosa soltanto per contrasto con il piano Ryan, accusato di essere il proiettile che ucciderà la middle class americana. Sulla riforma di Wall Street i democratici non propongono altro se non quello che è già stato fatto negli ultimi quattro anni, misure considerate sufficienti per il risanamento di un sistema finito fuori strada. Nebulose sono le proposte sulle energie rinnovabili, sulle quali Obama è inciampato diverse volte nel primo mandato, dal caso dei finanziamenti a bad company come Solyndra fino al blocco del progetto Keystone XL, l’oleodotto che dovrebbe congiungere i giacimenti del Canada alle raffinerie del Golfo del Messico.
Gideon Rachman sul Financial Times scrive che il senso della sfida di Obama precipita in una singola questione: “Deve spiegare che lo stato è un alleato del sogno americano, non un nemico”. Il problema del presidente, insomma, è far capire agli elettori i fondamentali del suo programma senza perdersi nelle zuffe con gli avversari o nella navigazione a vista, e magari farlo con un linguaggio più incisivo di quello mostrato nelle 39 pagine della piattaforma democratica, largamente ispirata a quella del 2008, e dove le parti più fresche servono più che altro per ribadire che le idee di Romney e Ryan porteranno il paese alla rovina, a partire dal ceto medio indifeso. La proposta sulla riforma dell’immigrazione è vaga, e di quella sul sistema fiscale si evince qualcosa soltanto per contrasto con il piano Ryan, accusato di essere il proiettile che ucciderà la middle class americana. Sulla riforma di Wall Street i democratici non propongono altro se non quello che è già stato fatto negli ultimi quattro anni, misure considerate sufficienti per il risanamento di un sistema finito fuori strada. Nebulose sono le proposte sulle energie rinnovabili, sulle quali Obama è inciampato diverse volte nel primo mandato, dal caso dei finanziamenti a bad company come Solyndra fino al blocco del progetto Keystone XL, l’oleodotto che dovrebbe congiungere i giacimenti del Canada alle raffinerie del Golfo del Messico.
Il presidente ha affidato alla moglie Michelle, la speaker principale della prima serata nella Queen City, il compito di introdurre l’elemento introvabile di questa campagna per la rielezione: una narrazione che non sia esclusivamente basata sull’opposizione al programma repubblicano, ma introduca elementi di riconoscibilità fuori dalla logica del contrasto. Per smentire la percezione del 52 per cento degli americani (registrata in un sondaggio di The Hill) secondo cui l’America è peggiore di quattro anni fa, la macchina obamiana di Charlotte deve almeno rendere visibile l’agenda invisibile.