Iowa pazzerello
Mitt Romney ha vinto, cioè ha perso. Rick Santorum ha perso, cioè ha vinto. L’unico vincitore pieno del caucus dell’Iowa è il candidato ignoto, quel repubblicano senza volto che non si è ancora presentato e che probabilmente non si presenterà mai, l’unico al quale i conservatori attribuiscono la capacità di cementare ciò che al momento è drammaticamente fluido nel partito. Oltre al dettaglio cinematografico delle otto schede di scarto, il voto di Des Moines – voto simbolico ma che ha il potere di dare o togliere “momentum”, il vento favorevole – offre diversi spunti. Leggi L'uomo di latta
9 AGO 20

New York. Mitt Romney ha vinto, cioè ha perso. Rick Santorum ha perso, cioè ha vinto. L’unico vincitore pieno del caucus dell’Iowa è il candidato ignoto, quel repubblicano senza volto che non si è ancora presentato e che probabilmente non si presenterà mai, l’unico al quale i conservatori attribuiscono la capacità di cementare ciò che al momento è drammaticamente fluido nel partito. Oltre al dettaglio cinematografico delle otto schede di scarto, il voto di Des Moines – voto simbolico ma che ha il potere di dare o togliere “momentum”, il vento favorevole – offre diversi spunti, il primo dei quali è Santorum, un candidato che fino a un mese fa era poco più di una sagoma cartonata per fare conto pari nei dibattiti televisivi. Santorum è un candidato di maniera ancorato in modo quasi esclusivo alle questioni etiche e sociali. La Cnn ha incrociato tutti i discorsi politici pronunciati da Santorum dall’inizio della campagna: il 58 per cento delle parole è dedicata all’aborto (gli altri viaggiano abbondantemente sotto il 10). In uno stato agricolo e wasp orfano di un candidato naturale (il Mike Huckabee di quattro anni fa, ad esempio) Santorum ha fatto da surrogato cattolico per quella fascia protestante che da mesi si interrogava perplesso sull’inconsistenza sociale di Romney, Gingrich, e persino di Rick Perry. Ron Paul, terzo con un buon 21 per cento, ha convogliato l’altra anima dell’Iowa, quella ultralibertaria che più di ogni altra cosa vuole il collasso del centralismo di Washington.
Nate Silver, il cervellone che elebora i numeri elettorali per il New York Times, scrive che per Romney è stata una vittoria minima, ma pur sempre una vittoria, perché gli permette di superare la soglia psicologica di uno stato ostile alla sua cultura di ragazzo del Michigan educato a Stanford e Harvard. Il numero che però sfugge è il 66: sono i voti che Romney ha guadagnato rispetto alla tornata del 2008, quando sfidava un avversario localmente imbattibile. Questa volta gli imbattibili in Iowa non c’erano, eppure l’ex governatore del Massachusetts si è migliorato di soli 66 voti.
Nate Silver, il cervellone che elebora i numeri elettorali per il New York Times, scrive che per Romney è stata una vittoria minima, ma pur sempre una vittoria, perché gli permette di superare la soglia psicologica di uno stato ostile alla sua cultura di ragazzo del Michigan educato a Stanford e Harvard. Il numero che però sfugge è il 66: sono i voti che Romney ha guadagnato rispetto alla tornata del 2008, quando sfidava un avversario localmente imbattibile. Questa volta gli imbattibili in Iowa non c’erano, eppure l’ex governatore del Massachusetts si è migliorato di soli 66 voti.
Santorum si è giocato bene il suo quarto d’ora di gloria, imbastendo un discorso tutto cuore e occhi lucidi disegnato per fare a pugni con l’andamento meccanico di Romney. Non è un caso che ieri Santorum abbia incassato l’appoggio dell’amico Newt Gingrich: “Farei squadra con lui contro Romney, certo”, ha spiegato. A bilanciare il conto è arrivato l’endorsement di John McCain a Romney. Nella notte dei conteggi l’ex speaker ha tirato dardi intinti nel curaro all’avversario, colpevole di aver lanciato una campagna denigratoria contro di lui. Che si preparino le contromosse è il minimo. Per il resto, si segnala il ritiro ufficiale di Michele Bachmann e quello semiufficiale di Perry, che ha annunciato un suo ritorno in Texas per meditare sul da farsi e ha confermato il ritiro su un account Twitter che nemmeno il suo portavoce sa se sia vero o finto. Tanto per dire della situazione. E’ comunque in quei due bacini fatti di middle class religiosa – che difficilmente voterebbe un tecnocrate mormone – che Santorum può pescare con profitto a partire dalla South Carolina. Il New Hampshire è affare romneyano.
Perché i repubblicani anelano al candidato ignoto eppure non l’avranno lo spiega al Foglio Geoffrey Kabaservice, autore di “Rule and Ruin: The Downfall of Moderation and the Destruction of the Republican Party, From Eisenhower to the Tea Party”, libro uscito ieri in America che ha l’inestimabile pregio di spiegare con un fiume di dati come i conservatori sono finiti su un binario politicamente morto e il perdonabile difetto di non dire se e come potranno uscirne. “La tentazione di guardare a personaggi moderati tipo Chris Christie, Jeb Bush o Mitch Daniels c’è ed è molto sensata nella logica delle elezioni generali: loro potrebbero giocarsela con Obama, gli altri no. Il problema del partito è che finché le primarie sono aperte c’è la gara a chi tira più a destra, a chi è più puro ideologicamente. Non credo proprio che i moderati vogliano infilarsi in questo gioco al massacro”, dice Kabaservice. Cosa ha cambiato il voto in Iowa? E’ sempre Romney il candidato inevitabile? “Santorum è andato forte perché ha saputo toccare una corda giusta in uno stato come l’Iowa, ma bisogna vedere se è in grado di reggere sul lungo periodo. La sentenza che ha riaperto di fatto i finanziamenti potrebbe aiutarlo a trovare soldi per la corsa, ma secondo me una lotta equilibrata a tre finirà per danneggiare il partito in generale”. E perché? “Finché continua la guerra fratricida giorno per giorno nessuno potrà spostarsi al centro. Le primarie si vincono a destra, le elezioni generali al centro, è una vecchia regola. Se Romney riuscisse ad affermarsi nel giro di pochi stati, potrebbe rimodellare la sua immagine in senso moderato, del resto lui viene da una famiglia di moderati, ma se deve continuare a lottare con Ron Paul e gli altri dovrà rimanere sul terreno della purezza delle idee”. Paul ha capitalizzato l’organizzazione capillare dei suoi, anche se è tacciato di eterodossia dagli stessi libertari. Il fenomeno resisterà?
“Nel Partito repubblicano oggi esistono tre livelli: ci sono gli attivisti, c’è la base elettorale e l’establishment. In questo momento gli attivisti sono quelli che muovono le opinioni e infatti chi come Paul o anche Santorum dispone di una rete di persone convinte e dedite alla causa ottiene dei risultati. La base elettorale, quella dei repubblicani mainstrem, è drammaticamente confusa e sta alla finestra a vedere cosa succede. L’establishment è sostanzialmente inesistente, anche se Romney e Gingrich sono, in modi diversi, espressioni dell’establishment. Quello che vedo è una guerra di fatto fra queste tre componenti e credo che quello che i repubblicani dovrebbero augurarsi sia che si trovi un giusto equilibrio. Credo anche che alcuni candidati vogliano l’esatto contrario, lo scontro duro. Paul non è un libertario con il pedigree, è ovvio. Ma c’è qualcuno di più libertario fra i candidati? E’ altrettanto ovvio che non c’è, quindi lui sa di avere dalla sua un’aura di simpatia politica più ampia della cerchia stretta dei suoi attivisti”. In questa situazione si può finire però in un cortocircuito in cui le possibilità di essere eletti alle primarie sono inversamente proporzionali a quelle di battere Obama a novembre, no? “Esatto. Il problema che io chiamo del ‘crollo della moderazione’ coincide proprio con l’estensione del ruolo degli attivisti. Le idee di compromesso politico e i calcoli pragmatici sono guardati con sospetto, e per questo credo che i vari Christie, Daniels e Bush staranno alla larga dalle primarie”.
Perché i repubblicani anelano al candidato ignoto eppure non l’avranno lo spiega al Foglio Geoffrey Kabaservice, autore di “Rule and Ruin: The Downfall of Moderation and the Destruction of the Republican Party, From Eisenhower to the Tea Party”, libro uscito ieri in America che ha l’inestimabile pregio di spiegare con un fiume di dati come i conservatori sono finiti su un binario politicamente morto e il perdonabile difetto di non dire se e come potranno uscirne. “La tentazione di guardare a personaggi moderati tipo Chris Christie, Jeb Bush o Mitch Daniels c’è ed è molto sensata nella logica delle elezioni generali: loro potrebbero giocarsela con Obama, gli altri no. Il problema del partito è che finché le primarie sono aperte c’è la gara a chi tira più a destra, a chi è più puro ideologicamente. Non credo proprio che i moderati vogliano infilarsi in questo gioco al massacro”, dice Kabaservice. Cosa ha cambiato il voto in Iowa? E’ sempre Romney il candidato inevitabile? “Santorum è andato forte perché ha saputo toccare una corda giusta in uno stato come l’Iowa, ma bisogna vedere se è in grado di reggere sul lungo periodo. La sentenza che ha riaperto di fatto i finanziamenti potrebbe aiutarlo a trovare soldi per la corsa, ma secondo me una lotta equilibrata a tre finirà per danneggiare il partito in generale”. E perché? “Finché continua la guerra fratricida giorno per giorno nessuno potrà spostarsi al centro. Le primarie si vincono a destra, le elezioni generali al centro, è una vecchia regola. Se Romney riuscisse ad affermarsi nel giro di pochi stati, potrebbe rimodellare la sua immagine in senso moderato, del resto lui viene da una famiglia di moderati, ma se deve continuare a lottare con Ron Paul e gli altri dovrà rimanere sul terreno della purezza delle idee”. Paul ha capitalizzato l’organizzazione capillare dei suoi, anche se è tacciato di eterodossia dagli stessi libertari. Il fenomeno resisterà?
“Nel Partito repubblicano oggi esistono tre livelli: ci sono gli attivisti, c’è la base elettorale e l’establishment. In questo momento gli attivisti sono quelli che muovono le opinioni e infatti chi come Paul o anche Santorum dispone di una rete di persone convinte e dedite alla causa ottiene dei risultati. La base elettorale, quella dei repubblicani mainstrem, è drammaticamente confusa e sta alla finestra a vedere cosa succede. L’establishment è sostanzialmente inesistente, anche se Romney e Gingrich sono, in modi diversi, espressioni dell’establishment. Quello che vedo è una guerra di fatto fra queste tre componenti e credo che quello che i repubblicani dovrebbero augurarsi sia che si trovi un giusto equilibrio. Credo anche che alcuni candidati vogliano l’esatto contrario, lo scontro duro. Paul non è un libertario con il pedigree, è ovvio. Ma c’è qualcuno di più libertario fra i candidati? E’ altrettanto ovvio che non c’è, quindi lui sa di avere dalla sua un’aura di simpatia politica più ampia della cerchia stretta dei suoi attivisti”. In questa situazione si può finire però in un cortocircuito in cui le possibilità di essere eletti alle primarie sono inversamente proporzionali a quelle di battere Obama a novembre, no? “Esatto. Il problema che io chiamo del ‘crollo della moderazione’ coincide proprio con l’estensione del ruolo degli attivisti. Le idee di compromesso politico e i calcoli pragmatici sono guardati con sospetto, e per questo credo che i vari Christie, Daniels e Bush staranno alla larga dalle primarie”.
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