Dàgli al gaffeur repubblicano
Lo scampanellìo che ha indotto nei commentatori politici – non solo democratici – una salivazione simultanea è il seguente: “Il 47 per cento degli americani voterà per il presidente in ogni caso. Il 47 per cento è con lui, e dipende dallo stato, sono persone che credono di essere delle vittime, che credono che lo stato abbia la responsabilità di prendersi cura di loro, che credono di avere il diritto alla copertura sanitaria, al cibo, all’alloggio e a qualunque altra cosa. Pensano che sia un diritto. E che lo stato debba loro questi servizi. Loro voteranno il presidente comunque. Quindi il nostro messaggio di abbassare le tasse non funzionerà”. Leggi Il quarto potere è obamiano di Dorothy Rabinowitz
7 AGO 20

New York. Lo scampanellìo che ha indotto nei commentatori politici – non solo democratici – una salivazione simultanea è il seguente: “Il 47 per cento degli americani voterà per il presidente in ogni caso. Il 47 per cento è con lui, e dipende dallo stato, sono persone che credono di essere delle vittime, che credono che lo stato abbia la responsabilità di prendersi cura di loro, che credono di avere il diritto alla copertura sanitaria, al cibo, all’alloggio e a qualunque altra cosa. Pensano che sia un diritto. E che lo stato debba loro questi servizi. Loro voteranno il presidente comunque. Quindi il nostro messaggio di abbassare le tasse non funzionerà”. Infine: “Non è compito mio preoccuparmi di queste persone. Non le convincerò mai che devono prendersi le loro responsabilità personali e prendersi cura delle proprie vite. Quello che devo fare è convincere quel 5-10 per cento di indipendenti al centro”.
Mitt Romney ha detto queste cose il 17 maggio nel salotto del manager Marc Leder, a Boca Raton, in Florida, durante un incontro a porte chiuse con alcuni finanziatori della campagna elettorale repubblicana. La scena è stata surrettiziamente filmata e grazie alla mediazione del nipote di Jimmy Carter, un “oppo researcher” che fra poco non sarà più disoccupato, è arrivato al magazine ultraliberal Mother Jones, per la gioia di Barack Obama, che ha parlato di “sdegno e disgusto”, e di tutti i critici dello sfidante. Per Romney è l’ennesima stazione di una via crucis elettorale: il linguaggio è almeno “inelegante”, come ha ammesso lui stesso, la retorica spigolosa, la visione del mondo che fa emergere è intrisa di una forma di manicheismo in chiave economica. Da una parte ci sono i “makers”, i responsabili produttori di ricchezza, dall’altra i “takers”, le “vittime” che non pagano le tasse e sguazzano nei programmi assistenziali dello stato. Prima di giudicare l’accuratezza delle affermazioni di Romney, bisogna dare un’occhiata al contesto per scoprire che lo scandalo d’immagine che rischia di affossare la sua campagna elettorale forse uno scandalo non è. E’ un grosso guaio per le reazioni che ha suscitato, per i riflessi, per l’involontaria esplicitazione del non detto, per la spocchia da 1 per cento che traspare in questo discorsetto sul 47 per cento, e commentatori come David Brooks hanno maltrattato Romney, da destra, per le implicazioni culturali e personali del filmato, al prezzo però di elidere il contesto.
Il candidato parlava a porte chiuse, pensando legittimamente di non essere spiato, e la dimensione della riservatezza è fondamentale per qualunque campagna elettorale. Un candidato per definizione tiene vari registri narrativi, non dice ai comizi quello che dice ai collaboratori, e non dice ai finanziatori quello che dice ai collaboratori. I finanziatori, poi, mettono soldi a palate nella campagna, e quando fanno una domanda in privato al candidato sulle sue possibilità di elezione, o su quali gruppi elettorali intende puntare, il minimo che si aspettano è una risposta sincera. Per uno “stump speech” basta accendere la Cnn. Se Obama ai suoi eventi di fundraising fa sequestrare con sovietica precisione i telefoni di tutti i presenti ci sarà un motivo, no?
Poi c’è la questione di merito sul 47 per cento di americani che non pagano le tasse, il punto che ha scatenato non soltanto i martellatori ideologici e gli osservatori culturali, ma soprattutto i collezionisti di “hard facts”, quelli che sbandierano un’enorme quantità di grafici e tabelle come patenti di oggettività giornalistica. Gli altri sono dispensatori di ideuzze opinabili e interessate, loro sono cercatori di verità al di sopra di ogni sospetto. Da Annie Lowrey del New York Times scopriamo che effettivamente il 47 per cento (in realtà 46 e rotti secondo il Tax Policy Center) degli americani non paga le tasse, epperò, aggiunge lei, si tratta dei poveri, degli anziani e di famiglie a basso reddito che godono di agevolazioni appositamente introdotte nel sistema fiscale. Senza contare che una buona parte di questo 47 per cento paga tasse sul reddito. Da suo marito, Ezra Klein del Washington Post, scopriamo poi che il maggior responsabile di questa dicotomia fra creatori di ricchezza e parassiti fiscali è niente meno che George W. Bush.
Così dagli “hard facts” discende direttamente una considerazione politica: l’inettitudine dei repubblicani ha creato questo sistema, e ora quell’avvoltoio che vuole estendere le sue truffe alla politica nazionale cerca di scaricare la parte più debole del paese. La domanda retorica da tribuni della plebe in linguaggio matematico risuona: vogliamo farci governare da uno così? Coro: “Nooo!”.
Cosa dice in realtà Romney in quella frase? Una cosa ovvia: una parte dell’elettorato americano voterà comunque Obama e il suo “New New Deal”, come lo chiama Michael Grunwald, non certo un romneyano. E da quell’ovvietà elettorale ne discende una seconda: con questo elettorato “il nostro messaggio di abbassare le tasse non funzionerà”. “Doesn’t connect” è l’espressione esatta, e il senso elettorale non è difficile da afferrare, perché se tutto il programma del Partito repubblicano è basato sull’abbassamento delle tasse e della spesa, chi paga (per qualsiasi motivo) poche tasse e gode dell’assistenza dello stato alle urne non darà la preferenza a Romney. Questo tipo di calcoli si inizia a fare più o meno alle elezioni del rappresentante di classe in quarta ginnasio e qualunqe campagna minimamente ragionevole divide l’elettorato e stabilisce quali target aggredire e quali invece lasciar perdere. Per Romney inseguire quella parte d’America sarebbe un vano dispendio di energie e soldi – parlava ai suoi finanziatori, ricordiamolo –, o almeno così calcolano i suoi strateghi. Si può rimproverare al candidato di fare calcoli sbagliati, non che il fatto stesso di calcolare sia un peccato.
Chi si straccia le vesti perché Romney odia metà degli americani dovrebbe lamentarsi allo stesso modo perché i candidati non considerano nemmeno di striscio gli elettori di stati come la California o New York, dove il risultato è sicuro. Se si divide il paese secondo una logica geografica nessuno si offende, se invece si procede per ricchi contro poveri, imprenditori contro sussidiati, ecco che Romney diventa improvvisamente un mostro, un accusatore del suo stesso popolo, un denigratore delle classi sociali più basse. Non è forse soltanto un candidato che spiega la sua strategia elettorale in un incontro a porte chiuse? E’ inelegante, il linguaggio è sconveniente? Certo.
Ma la sostanza dello scandalo svanisce appena si smettono i panni delle finte verginelle che pensano che la politica sia un’attività immacolata, senza traccia di calcolo e mercimonio. Ieri sono usciti altri pezzi del filmato incriminato e la salivazione collettiva è stata alimentata da altri passaggi controversi sul processo di pace in medio oriente. La Casa Bianca e la campagna elettorale democratica hanno spiegato che “Obama è il presidente di tutti” e hanno lanciato uno spot dove i passanti esprimono disgusto per il video. Non si è detto nulla circa l’accesso delle telecamere ai prossimi eventi privati di Obama.
Ma la sostanza dello scandalo svanisce appena si smettono i panni delle finte verginelle che pensano che la politica sia un’attività immacolata, senza traccia di calcolo e mercimonio. Ieri sono usciti altri pezzi del filmato incriminato e la salivazione collettiva è stata alimentata da altri passaggi controversi sul processo di pace in medio oriente. La Casa Bianca e la campagna elettorale democratica hanno spiegato che “Obama è il presidente di tutti” e hanno lanciato uno spot dove i passanti esprimono disgusto per il video. Non si è detto nulla circa l’accesso delle telecamere ai prossimi eventi privati di Obama.
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