Duello argentino

Non c’è alcuna possibilità di una ‘Cristina 2015’ per nessun incarico elettivo”. In un’Argentina dove al calore degli incendi di un’ondata di saccheggi scatenata dagli scioperi dei poliziotti è seguito il calore di un’estate australe che ha visto perfino il ritorno dei piraña e dove peraltro il Pil è cresciuto del 5,5 per cento nel terzo trimestre dell’anno, Cristina Fernández de Kirchner ha infine confermato che non si ricandiderà. E gli aspiranti successori stanno già scaldando i motori per la corsa. “El Tigre” è sceso in campo dopo aver visto il Papa in tv.
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Non c’è alcuna possibilità di una ‘Cristina 2015’ per nessun incarico elettivo”. In un’Argentina dove al calore degli incendi di un’ondata di saccheggi scatenata dagli scioperi dei poliziotti è seguito il calore di un’estate australe che ha visto perfino il ritorno dei piraña e dove peraltro il Pil è cresciuto del 5,5 per cento nel terzo trimestre dell’anno, Cristina Fernández de Kirchner ha infine confermato che non si ricandiderà. E gli aspiranti successori stanno già scaldando i motori per la corsa. “El Tigre” è sceso in campo dopo aver visto il Papa in tv. “El Rockero” spiegava l’economia a suon di chitarra. El Tigre nel 2015 si candiderà alla presidenza per porre termine a quella che in Argentina è stata ribattezzata “l’“era K”. El Rockero potrebbe essere colui che si candiderà per farla continuare. Fu proprio El Tigre a presentare ai Kirchner El Rockero e a lanciarlo in politica, quando questi si occupava solo delle sue dodici chitarre elettriche, di andare in Harley-Davidson e del suo lavoro di analista economico. Peronista l’uno, peronista l’altro, in un’Argentina dove tutto il gioco del potere si fa tra peronisti, così come in Italia, da cui provengono gli avi di più della metà degli argentini, quasi tutto si fa tra ex democristiani.
Da studenti, entrambi militarono in un partito di destra liberista allora di gran moda tra una gioventù dorata che del peronismo non ne poteva più. Unión del Centro Democrático si chiamava quell’antesignano platense di Fare per Fermare il Declino. Simbolo un pollice e un indice che formavano la L di Liberalismo, più largamente indicato con l’acronimo di UCeDé, dopo la transizione alla democrazia fu per un po’ il terzo partito argentino, dopo radicali e peronisti. In puro stile locale, anche i suoi militanti venivano ai comizi col tamburo. Solo che invece di inneggiare a “Perón primer trabajador” scandivano: “¡Pro-prie-dad pri-vaaa-daaa! ¡Li-ber-tad de em-preee-saaa!”.
Sergio Massa, El Tigre, nato il 28 aprile 1972 in un sobborgo della Grande Buenos Aires intitolato a San Martín, padre prospero costruttore, nonno muratore immigrato dall’Italia, entrò nella Juventud Liberal, come si chiamava l’ala giovanile dell’UceDé, a 17 anni. Da studente della Facoltà di diritto, per fare il vicepresidente e presidente della Juventud Liberal della provincia di Buenos Aires finì per non laurearsi. Gli ultimi quattro esami che gli mancavano per diventare avvocato li ha fatti durante questa campagna elettorale.
Amado Boudou detto Aimé, El Rockero, aveva invece avi francesi, e un padre sostenitore del regime militare di Videla di cui però non si sa che cosa facesse esattamente. Secondo il figlio era avvocato ma il suo nome non risulta negli elenchi professionali, e neanche è stata confermata una proprietà terriera del nonno in Paraguay. Comunque, la famiglia aveva parecchi soldi. Nato a Buenos Aires il 19 novembre 1962, a cinque anni andò a Mar del Plata, la Rimini argentina. Dopo un’adolescenza da vitellone playboy e capellone, con esperienze da organizzatore di eventi sulla spiaggia, disc jockey e suonatore rock di chitarra e basso, ha militato anche lui nell’UceDé, ma senza impegnarsi troppo, e senza particolare zelo si è dedicato agli studi universitari. Iscritto a Ingegneria, dopo due anni è passato a Economia. Però s’è laureato, a 28 anni. In seguito ha ottenuto anche un Master e insegnato Microeconomia all’Universidad Argentina de la Empresa. Impiegato otto anni in imprese che si occupano di igiene urbana, nel 1998 è assunto come analista alla Anses: la Administración Nacional de la Seguridad Social. E appunto in questo Inps argentino ritrova il vecchio compagno di militanza Sergio Massa. Che, peraltro, da presidente dei giovani liberali nel 1996 è passato armi e bagagli al Partito giustizialista: come gran parte della dirigenza e militanza della UceDé, folgorato dalla svolta liberista di Carlos Saúl Menem.
L’ex giovane liberale Massa si è legato allora a Luis Barrionuevo: potente sindacalista il cui curriculum è una specie di museo degli orrori peronista. Leader sindacali avversari affrontati a revolverate; inviti a bruciare le urne dopo un risultato elettorale sfavorevole; modeste proposte ai colleghi politici: “Per far sviluppare il Paese proviamo a smettere di rubare per due anni”. Già tifoso di quel San Lorenzo de Almagro oggi famoso in tutto il mondo come squadra di Papa Francesco, Massa si converte al Club Atlético Chacarita Juniors di cui Barrionuevo è presidente. E con il decisivo appoggio di Barrionuevo diventa sottosegretario al ministero dell’Interno, consigliere al ministero dello Sviluppo sociale, deputato della provincia di Buenos Aires. Finché nel 2001, Menem in persona tra gli invitati, non sposa Malena Galmarini: figlia di un deputato peronista che è anche un influente consigliere di Eduardo Duhalde, presidente dopo che la crisi del peso costringe alle dimissioni il radicale Fernando de la Rúa. Base del potere di Fernando “Pato” Galmarini è Tigre: sobborgo della Grande Buenos Aires, che si chiama così per i giaguari mangiatori di uomini che vi abbondavano ancora nell’800. Per la sua posizione sul fiume Paraná fu anche un centro di attivissimi contrabbandieri, ma il passato salgariano è oggi trasfigurato nella vocazione commerciale e turistica di una cittadina famosa per i suoi negozi di antiquariato e i suoi ristoranti sul lungofiume. Va da sé che una volta trasferito lì, Massa cambia tifo calcistico per la terza volta, spostandolo su quel Club Atlético Tigre dove gioca il cognato Martín. E del Tigre diventerà dirigente e presidente.
Proprio il suocero al tempo della presidenza di Duhalde lo fa nominare direttore esecutivo della Anses, e gli argentini iniziano a notarlo. Massa si presenta infatti in radio e tv con un pc in grado di accedere direttamente agli archivi dell’ente, e risponde in diretta agli ascoltatori ansiosi di decifrare la propria posizione pensionistica. Nel 2002 proprio Massa designa Boudou alla gestione del bilancio: a quel punto l’economista già liberale si impegna a sua volta nella politica peronista. Nel 2002 è segretario alle Finanze di La Costa, altro “partido”, cioè municipio, della Grande Buenos Aires. Nel 2006 torna alla Anses, come segretario della Cassa Previdenziale. Nel 2008 Cristina Kirchner lo designa come direttore. E’ stato proprio Massa a presentarglielo, e la futura presidentessa ne è rimasta folgorata. Anche troppo, secondo il libro del giornalista Franco Lindner, uscito in aprile, che si intitola senza troppe perifrasi “Los amores de Cristina”. Intanto, nel 2005 Sergio Massa è stato eletto deputato nazionale, ma Néstor Kirchner lo ha convinto a rinunciare per rimanere all’Anses. Il suocero però ha premura di passare a Sergio l’eredità del suo feudo elettorale, ed è così che nel 2007 Massa è eletto per la prima volta intendente di Tigre con un voto a valanga: il 46,3 per cento.
Questa volta deve lasciare la Anses, aprendo la via per la futura designazione di Boudou. Ma dà le dimissioni quando il 23 luglio 2008 Cristina gli offre il posto di capo di gabinetto, dopo che il titolare precedente ha perso un duro braccio di ferro con gli agricoltori, che lo hanno obbligato a cancellare un progetto di imposte sull’export. Alle elezioni del 28 giugno 2009, un voto per il rinnovo parziale di deputati e senatori equiparabile al midterm statunitense, Sergio Massa è eletto di nuovo deputato per il Fronte della vittoria kirchnerista, ma di nuovo preferisce rinunciare, pur di restare consigliere a Tigre. I Kirchner peraltro sono ancora frastornati per la sconfitta con gli agricoltori, e la loro lista perde 19 deputati e 4 senatori. Contro la lista di cui lui stesso fa parte assieme a Néstor Kirchner, Massa presenta a Tigre un’altra lista di cui fa parte la moglie Malena, e che prende un 14 per cento di voti in più. I kirchneristi doc si infuriano, dandogli del voltagabbana e ricordando che ha cambiato non solo partiti ma perfino le fedi calcistiche: accusa che in Argentina è forse ancora più grave. Il 7 luglio 2009 dà dunque le dimissioni da capo di gabinetto e il 24 luglio ridiventa intendente di Tigre. Due anni dopo, Wikileaks rivelerà che da capo di gabinetto Massa avrebbe detto ai diplomatici americani peste e corna di Néstor, dandogli del perverso e del codardo.
Potrebbe sembrare una battuta di arresto, ma il boom immobiliare dà a Tigre una fama glamour di Miami argentina, e alla preoccupazione dei residenti per la criminalità crescente Massa risponde creando un corpo di vigilanza e facendo installare centinaia di telecamere di sorveglianza. Il versante Law and Order è un chiodo fisso della sua immagine: in tv arriva a dire che se un giorno sorprendesse a farsi uno spinello i suoi due figli, ora di appena 10 e 8 anni, “gliela farebbe fare sotto dai cazzotti”. E nell’ultima campagna elettorale ha invitato a Tigre Rudolph Giuliani, il grande teorico della Tolleranza Zero. Nel 2011 è dunque rieletto addirittura con il 73 per cento dei voti. La fama di buon amministratore, che si diffonde in tutta l’Argentina e fa di “Tigre” il suo soprannome, è costruita anche con un’abile campagna di spot. Un’analoga ossessione per l’autopromozione hanno i Kirchner, benedetti dalla congiuntura economica che pompa l’export delle materie prime latino-americane. In un paese che con la crisi del 2001 aveva visto il pil precipitare del 28 per cento, l’economia cresce del 9,2 per cento nel 2010 e dell’8,9 nel 2011, mentre i salari reali aumentano di un terzo. “Siamo la terza economia del mondo come ritmo di crescita dopo Cina e India”, dirà Cristina dopo la trionfale rielezione del 23 ottobre 2011: il 54,11 per cento dei voti, contro l’appena 16,81 per cento del secondo arrivato. Un risultato, peraltro, pompato anche dal cordoglio popolare per l’improvvisa scomparsa di Néstor: un lutto usato da Cristina con ostentazione, malgrado la successiva scoperta delle infedeltà del marito con una segretaria.
Nello stesso giorno, il 7 luglio 2009, in cui Massa ha cessato di fare il capo di gabinetto, Boudou è diventato ministro dell’Economia, dopo che da dirigente dell’Anses ha pilotato la ristatizzazione dei fondi pensione che Menem aveva privatizzato. E’ lui, dunque, a prendersi gran parte del merito del nuovo boom, e per questo nel 2011 Cristina, al suo secondo mandato, lo vuole come vicepresidente. Possibile delfino, se non riuscirà a far passare una riforma costituzionale che le permetta una terza candidatura. Ed è proprio durante la campagna per la vicepresidenza che il fenomeno del politico pop esplode. “Ministro che suona il rock la domenica e si riunisce con gli economisti il lunedì”; che corre in Harley-Davidson e parla di “governo rock” in stile Celentano; che organizza feste assieme ai suoi follower su Twitter e si fa vedere assieme ai personaggi del jet set; appassionato di golf, tennis e sci; fidanzato con un’altrettanto glamour giornalista televisiva dai capelli ramati di 17 anni più giovane; look preferito: jeans, t-shirt e giubbotto di pelle. Boudou ama trasformare i suoi comizi in concerti, in cui si fa accompagnare dalla band “La Mancha de Rolando”. In uno dei suoi hit imbraccia la chitarra per cantare “Signor banchiere / ridammi il mio denaro”. “Arde la città”, è il titolo del suo pezzo preferito. “Arde la città / la tua squadra è tornata a vincere / ti hanno acceso mille bengala oggi / la banda grida il tuo nome e vedi / come popolare diventerà… Arde la città / piove sul tuo sguardo grigio / la gente festeggia e torna a ridere / ma questo carnevale, che oggi non ti lascia dormire / guarda dove vuoi, lei sta lì”.
Non troppo chiaro, in realtà, ma profetico. Sul popolarissimo vicepresidente si scatena infatti un’offensiva mediatico-giudiziaria che alla fine arriva a ben 54 indagini contro di lui. In 30 viene prosciolto, ma restano le altre: per reati fiscali, per mancato compimento dei doveri di funzionario pubblico, per arricchimento illecito. “Prima di diventare vicepresidente ero felice”, si sfoga con gli amici. Poco per volta il governo lo emargina, visti i sondaggi che rivelano la sua crescente impopolarità. Ma un po’ per tutta l’amministrazione di Cristina il secondo mandato è una tragedia. Dopo il boom viene infatti una inflazione che oltrepassa il 25 per cento, e che invano il governo cerca di mascherare truccando i dati e provocando i severi ammonimenti del Fondo monetario internazionale. D’altra parte le misure di controllo valutario e di contingentamento dell’import messe in campo per combatterla aumentano l’irritazione dei cittadini, che protestano con scioperi e marce. Ma crescono anche le tensioni con i partner del Mercosur: in particolare con l’Uruguay per la costruzione di una cartiera al confine considerata inquinante. Sicuramente popolare la ripresa della rivendicazione irredentista sulle Falkland, potrebbe esserlo anche la rinazionalizzazione della società petrolifera Ypf ai danni della spagnola Repsol: non fosse che poi l’Argentina si rivela incapace di valorizzare da sola i giacimenti non convenzionali di Vaca Muerta, la venezuelana Pdvsa non riesce a supplire, e bisogna allora chiamare l’americana Chevron. Ci sono poi gli hedge fund che fanno cause nei tribunali americani sui default dei tango bond. E la comunità ebraica furibonda per il riavvicinamento in corso con l’Iran, malgrado il contenzioso degli attentati anti ebraici e anti israeliani compiuti in territorio argentino negli anni Novanta. Né manca uno scontro con la chiesa, per le critiche del cardinale Bergoglio all’agenda laicista del governo. Cristina dovrà ingoiare un boccone amarissimo, quando il “cardinale oppositore” viene eletto Papa, e lei deve andarlo a riverire.
Pablo de León, giornalista che ha scritto su Sergio Massa la recentissima biografia “El salto del Tigre”, racconta che proprio il vedere il nuovo Papa in tv fa venire all’intendente di Tigre l’idea di scendere in campo contro Cristina. “Mi ha colpito con forza, come un cazzotto sul mento”, avrebbe detto ai collaboratori. “Prendere decisioni, questo è un segnale, ragazzi. Bisogna saper interpretarlo”. Anche il suocero la pensa allo stesso modo: “Devi giocare, Sergio, non fare il cacasotto!”. Il 27 ottobre sono in agenda nuove elezioni di mezzo termine, proprio nella data in cui con 3.808 giorni di potere i mandati dei coniugi Kirchner oltrepassano i 3.807 giorni di Menem. La presidenza più lunga di tutta la storia elettorale argentina. Ma già l’11 agosto ci sono le primarie. A tamburo battente, il 24 giugno Massa presenta un nuovo partito che si chiama Fronte rinnovatore, e con cui si candida a deputato per la provincia di Buenos Aires: 40 per cento del pil argentino, 37 per cento dell’elettorato. Già alle primarie prende il 36,7 per cento dei voti, contro il 31,3 del kirchnerista Martín Insaurralde. Al voto vero e proprio il divario aumenta ancora: il 42,6 per cento contro il 31. I media mondiali lo individuano come il prossimo presidente, e parlano di fine dell’èra K. Cristina Kirchner, tra l’altro, è a riposo per un’operazione al cranio in seguito a un ematoma.
Le cose, in realtà, sono un po’ più sfumate. E’ vero infatti che il voto kirchnerista è precipitato dal 54,41 delle presidenziali del 2011 al 33,96 per il Senato e al 29,65 per la Camera. Ma si è già ricordato che anche il mezzo termine del 2009 era stato un disastro, per cui il Fronte per la vittoria mantiene sostanzialmente i suoi seggi. Ed è vero che i kirchneristi hanno perso in 12 dei 24 distretti dell’Argentina, compresi i cinque più popolosi. Ma l’opposizione appare irrimediabilmente divisa in tre blocchi principali. Il Fronte di Massa si è infatti imposto nella provincia di Buenos Aires e a Córdoba, i due primi distretti del paese. La sinistra moderata a Santa Fe e Mendoza, terzo e quinto distretto. La capitale resta roccaforte del leader del centrodestra Mauricio Macri, il “Berlusconi argentino”. Per fare alternativa nel 2015 bisognerebbe che per lo meno due di questi blocchi si sommassero, se non tutti e tre.
Anche il kirchnerismo, però, a questo punto ha il problema di un candidato. Dopo aver fatto la figuraccia di sfidare Massa a Tigre, in agosto, con un comizio-concerto cui sono venuti in quattro gatti, sorpreso dal ricovero di Cristina mentre era in Brasile a correre in Harley-Davidson, Boudou si è insediato alla presidenza in attesa della guarigione della titolare, ma senza interferire in una campagna elettorale ormai compromessa. In compenso, una volta appresi i risultati è stato lui a scendere in piazza, invitando i militanti a festeggiare. “State allegri, siamo ancora il primo partito!”. Insomma, all’improvviso è ridiventato lui la risorsa per il 2015. Se sopravvive alle bordate della magistratura.
Nel frattempo, gli analisti si interrogano su Massa, che taglia corto: “Sono ricco perché ho tutto quello che desidero: fare una grigliata nei fine settimana con gli amici e mandare i miei figli al collegio”. Il suo programma: “L’Argentina deve uscire dalla logica dello scontro”. E di fronte al “socialismo del XXI secolo” lanciato da Chávez e fatto proprio dai Kirchner, lancia una nuova etichetta: “Il peronismo del XXI secolo”.