IL RICCIO

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Diventata miliardaria con “L’eleganza del riccio”, la scrittrice ha dichiarato guerra alla regista “che non ha colto lo spirito del romanzo”. Lo ha fatto per partito preso, o per darsi un tono, visto che il film è la fotocopia del libro. Identici i personaggi - una portinaia buzzurra fuori ma raffinata dentro, e una ricca ragazzina petulante che ha deciso di suicidarsi allo scoccare del suo tredicesimo anno. Identiche le vicende, in portineria e ai piani alti, con la sola aggiunta di un pesce rosso buttato nel gabinetto dei ricchi che miracolosamente rispunta sano e salvo nel cesso dei poveri (non sarà il ciclo dell’esistenza? certo che lo è: volendo fare un riassunto da serva, “l’adolescente scopre cos’è la morte e la portinaia scopre cos’è la vita”). Identico il deus ex machina, un ricco giapponese che viene ad abitare in un appartamento rimasto vuoto per morte del proprietario, ed è l’unico che riesce a vedere oltre le apparenze. Il film, senza le chiacchiere sulla superiorità cultura giapponese, è perfino un po’ meglio. Lo stesso tema era svolto con più sapienza e brio in “La principessa e il ranocchio”.