Tienimi da conto il Cav.
Appena un mese fa non sarebbe stato così, forse Fabrizio Cicchitto, Angelino Alfano e Ignazio La Russa sarebbero svenuti, ma nel frattempo è cambiato molto, i sondaggi parlano chiaro e il Pdl sfilacciato li preoccupa tutti. Così giovedì notte a Palazzo Grazioli, quando Silvio Berlusconi li ha abbracciati con lo sguardo e ha detto loro che “sono io il punto di riferimento di tutte le anime della destra”, gli uomini del Cavaliere non solo hanno capito immediatamente che il Berlusconi “allenatore” si prepara a tornare in campo da “giocatore”, e dunque da candidato premier, ma hanno pure accettato la cosa.
3 AGO 20

Appena un mese fa non sarebbe stato così, forse Fabrizio Cicchitto, Angelino Alfano e Ignazio La Russa sarebbero svenuti, ma nel frattempo è cambiato molto, i sondaggi parlano chiaro e il Pdl sfilacciato li preoccupa tutti. Così giovedì notte a Palazzo Grazioli, quando Silvio Berlusconi li ha abbracciati con lo sguardo e ha detto loro che “sono io il punto di riferimento di tutte le anime della destra”, gli uomini del Cavaliere non solo hanno capito immediatamente che il Berlusconi “allenatore” si prepara a tornare in campo da “giocatore”, e dunque da candidato premier, ma hanno pure accettato la cosa con la stessa remissività con la quale si va incontro all’ineluttabile. Ma Berlusconi ha fatto capire anche di più. Nella conversazione, che a lungo ha indugiato sulla riforma elettorale e sui negoziati con Pier Luigi Bersani, il Cavaliere è tornato a volteggiare più volte sulla suggestione che Monti non deve “essere consegnato” alla sinistra.
“Conoscendolo, posso dire che Berlusconi pensa di ricandidarsi alla presidenza del Consiglio”, ammette Maurizio Gasparri, e d’altra parte lo dice anche Alfano, il segretario del partito e candidato premier in pectore del Pdl fino a qualche giorno fa: “Non escludo più che Berlusconi si ricandidi”. E la sua è soltanto cautela linguistica, un’affettazione, una concessione ai modi orientali cui è stato educato; perché con il Cavaliere pare che invece Alfano abbia parlato a lungo di questo argomento, in un colloquio a quattr’occhi, molto franco, nel corso del quale Berlusconi, forse credendoci forse no, ha assunto un tono protettivo nei confronti del giovane segretario: “Le cose vanno male. Se dovessi ricandidarmi, sarebbe soltanto per evitare di bruciarti”.
Declinano le primarie e anche, pare, la tentazione delle liste civiche, che si accompagnava a una pulsione movimentista, di rottura, all’idea che alle prossime elezioni il centrodestra si sarebbe dovuto predisporre a lisciare per il verso giusto il pelo dell’antipolitica, e dunque: no Monti, no euro, frantumazione del Pdl in una girandola di liste pulviscolari. Le cose cambiano. Berlusconi sfoglia sondaggi, lo ha fatto anche Alfano per conto suo; pare che la più appetibile delle liste che il Cavaliere aveva immaginato di costituire, secondo Euromedia Research, non arriverebbe all’1 per cento dei consensi. “Affiancare le liste al Pdl è un gioco a somma zero”, dice Fabrizio Cicchitto. La verità è che avanza un partito della stabilizzazione anche nel centrodestra. E “stabilizzazione” è una parola che usano molto, e insieme, anche Renato Schifani e Giorgio Napolitano; è stato infatti il presidente del Senato a insistere, moltissimo, su questo punto anche con quella irrituale ma efficace lettera politica che il 6 giugno indirizzò al Cavaliere attraverso il Foglio: “Caro Berlusconi, non giocare con il caos”. Il partito della stabilizzazione s’avanza anche in casa Berlusconi, dove qualche giorno fa si sono riuniti un gruppo di banchieri, invitati dall’amico e socio Ennio Doris, e preoccupati dall’ipotesi che il Cavaliere potesse decidere di gettare ostacoli sul cammino di Mario Monti anche perché “le decisioni del vertice di Bruxelles non calmeranno lo spread”. Da qui la nuova inclinazione. “Monti va incalzato in funzione elettorale, ma abbatterlo non è un’opzione”, pensa il Cav., che anzi è ritornato a vagheggiare orizzonti grancoalizionisti e costituenti, larghe intese, quel genere di rapporto collaborativo con il Pd e l’Udc, intorno alla figura del professor Monti, che a Berlusconi piace ancora di più nell’ipotesi in cui dovesse essere ancora lui stesso a guidare il Pdl e dunque ad avvicinarsi a un’ambitissima meta: la legittimazione a sinistra (“Eccome se gli piacerebbe”, ha ammesso una volta Cicchitto quando gli si chiedeva cosa penserebbe il Cavaliere se mai Repubblica un giorno dovesse dedicargli un titolo del tipo “lo statista che non ci aspettavamo”). E così, ieri, lo ha scritto anche Vittorio Feltri, sul Giornale, cioè su quel quotidiano che più di tutti ha animato gli spiriti duri, durissimi, e antimontiani del centrodestra. “Grande coalizione. Tutti insieme per carità”, ha scritto Feltri. E la cosa ha sorpreso molti osservatori, anche tra i politici (“Deve avere letto un po’ troppo il Foglio”, scherza Gasparri).
La Borsa va male, e lo spread non arresta la sua corsa verso l’alto, ieri ha toccato la soglia allarmante dei 470 punti. Nel marasma della politica, nella temperie economico-finanziaria, nel tramestio intenso che attraversa i partiti sfarinati, il Monti vincitore a Bruxelles appare agli attori sulla scena parlamentare come l’unico tronco che si tiene a galla nelle rapide: e dunque a questo tronco tutti, più o meno consapevolmente, cercano di aggrapparsi. Per lo meno questa è l’ultima versione di un Berlusconi che più volte, dal novembre scorso, quando ha deciso di farsi da parte per sostenere Monti, ha cambiato, con l’umore, anche le idee. “E le cose possono ancora cambiare cento volte”, suggerisce con scetticismo Gasparri che non si riferisce direttamente al Cavaliere mobile, ma piuttosto all’ambiente, a quel “contesto” politico e mediatico che Berlusconi orienta e all’interno del quale tesse la sua trama politica.
Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi universitaria in Inghilterra. Ho vinto alcuni dei principali premi giornalistici italiani, tra cui il Premiolino (2023) e il premio Biagio Agnes (2024) per la carta stampata. Giornalista parlamentare, responsabile del servizio politico e del sito web, lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.
