Com'è verde la mia moda
La maglietta che butti, il jeans che inquina, il politically correct. La scoperta della produzione sostenibile

Domenica scorsa la Milano della moda, la Milano che spinge per esserci e un po’ di ospiti stranieri di cui alcuni di gran richiamo come Andrew Garfield e il direttore di Vogue America Anna Wintour, spiritosissima, hanno festeggiato la prima edizione dei premi alla moda sostenibile, i Green Carpet Fashion Awards, al Teatro alla Scala. Ci sono state un po’ di sbavature nella sceneggiatura e un documentario sul made in Italy in stile pubblicitario italico d’antan, tutto spiritosaggini senza spirito, per fortuna azzerato all’ultimo momento. Ci si è divertiti un po’ meno del previsto a causa della solita imposizione cantoria del sovrintendente Alexander Pereira che, contando sull’ignoranza musicale dei modaioli più di quanto dovrebbe, ha piazzato in apertura un pessimo tenorino dell’Accademia e una Mimì di incontenibile buona salute e trillante come una Musetta. In generale è stato però un buon “numero zero in onda”, come ha commentato l’amica televisiva all’uscita, e il parterre meritava tutti i titoli dei quotidiani che ha ottenuto. Il presidente della Camera nazionale della moda, Carlo Capasa, osservava soddisfatto la sfilata di celeberrime bellezze di verde vestite inclusa Gisele Bundchen, attivista per la foresta amazzonica in abito eco-mozzafiato che porterà nuove e speranzose clienti a Stella McCartney, sebbene non ci siano dubbi che il colpo gobbo sia stato il premio “recognition for sustainability” grazie al quale sono saliti sul palcoscenico, per la prima volta insieme, i massimi nomi della moda italiana di questi anni, cioè Miuccia Prada, Pier Paolo Piccioli di Valentino, Alessandro Michele di Gucci, con il massimo esponente della moda italiana, Giorgio Armani. La foto ha fatto, giustamente, il giro del mondo. Ci è stato invece e miracolosamente risparmiato l’altro piatto forte dell’attuale gestione scaligera, Placido Domingo nei panni del direttore d’orchestra che dieci giorni fa, in analoga occasione strass e paillettes, ha fatto strame del “Sombrero de tres picos” di Manuel De Falla.


Domenica scorsa al Teatro alla Scala la prima edizione dei premi alla moda sostenibile, i Green Carpet Fashion Awards
Prima di entrare nel merito della moda green e del tappeto verde milanese che a noi del Foglio, iconoclasti di formazione e allergici ai luoghi comuni per nascita, hanno fatto alzare più di un sopracciò, vorrei infatti fornire due dati recenti sull’impatto che la moda mondiale ha sul pianeta. Per dirla in sintesi, a noi dell’internazionale dello chiffon e delle borsette con gli strass, Trump fa un baffo e le emissioni della Cina il solletico. La moda del no gender e dell’“evento” come unico ordine di misura di una vita di successo, in tema di inquinamento è seconda solo al petrolio, che per di più utilizza a mani basse nei trasporti. Per decenni, anzi per più di un secolo, nessuno ci ha fatto però caso e, fino a qualche anno fa, di moda etica e sostenibile parlavamo e scrivevamo davvero in pochi. Complice la crisi e il boom della moda a basso costo, che offriva a tutti la possibilità di togliersi uno sfizio con pochi euro continuando perciò a sentirsi parte del mondo benestante, a toccare il tema nei dibattiti televisivi o nei convegni si veniva insultati come biechi classisti che volevano negare anche ai meno abbienti il “diritto di cambiarsi tutti i giorni” (cito testualmente). E i coloranti al piombo buttati nei fiumi indiani a tonnellate? E le donne sfruttate nelle fabbriche pericolanti del Bangladesh per diciotto ore al giorno? Chissenefrega. Me first, io per primo, avete presente il genere, che alligna in tutte le fasce socio-culturali ma, per fortuna, non necessariamente in quelle anagrafiche.


Il cotone, nonostante i danni che produce, è tuttora considerato il non plus ultra della naturalezza nonché la fibra più adatta per i neonati


Raddoppiata dal 2000 al 2014 la produzione di abiti. La durata però si era dimezzata rispetto al ventennio precedente


Il solo riciclo del capo in sé non era una soluzione: bisognava produrre capi di maggiore durata e produrli meglio
Sfidiamo chiunque ad andare a Sant’Antioco a conoscere Chiara Vigo, tostissima nonché ultima filatrice di bisso marino, anzi li sfidiamo a cercare sulla Bibbia i riferimenti a questo meraviglioso tessuto serico: quello che conta è che la signora, col suo abito che pareva uscito dalla Medea di Pasolini, fosse lì a farsi fotografare. Quello che conta è che il premio al giovane stilista green intitolato alla memoria di Franca Sozzani, “GCC award for best emerging designer” sia andato a un trentenne, Tiziano Guardini, che usa solo seta cruelty free, cioè fatta senza bollire bachi da seta a milionate, e ritaglia paillettes da vecchi cd. Come sempre, la strada migliore per cambiare le cose è l’esempio, e anche un po’ di furbizia. Qualcuno ricorderà che un paio di anni fa, in una stazione del metro a Berlino, il collettivo ambientalista Fashion Revolution installò un distributore automatico di magliette a due euro. Prima di ottenere il capo scelto, una volta inserita la moneta bisognava però assistere a un breve filmato che illustrava come fosse stato possibile realizzarla a quel prezzo. La stragrande maggioranza sceglieva l’opzione “rinuncia” ottenendo indietro i soldi.