Bravo Cav., torna allo spirito del ’94

Il momento attuale mi ha fatto ripensare a un articolo che scrissi per il Foglio il 7 febbraio 1996. L’articolo riprendeva le tesi sostenute in un pezzo, scritto l’anno precedente, subito dopo la caduta del governo Berlusconi, per la rivista americana National Review, che il direttore della rivista aveva pensato bene di intitolare ricorrendo alla parola più lunga della lingua inglese: “Antidisestablishmentarianism Italian Style”. La tesi che sostenevo era così riassunta: “Cosa sia l’establishment credo sia noto a tutti: un gruppo esclusivo e potente che controlla o influenza fortemente il governo, la società, o un settore di attività. Leggi Il Pd contro i comuni
3 FEB 11
Ultimo aggiornamento: 22:29 | 11 AGO 20
Immagine di Bravo Cav., torna allo spirito del ’94
Il momento attuale mi ha fatto ripensare a un articolo che scrissi per il Foglio il 7 febbraio 1996. L’articolo riprendeva le tesi sostenute in un pezzo, scritto l’anno precedente, subito dopo la caduta del governo Berlusconi, per la rivista americana National Review, che il direttore della rivista aveva pensato bene di intitolare ricorrendo alla parola più lunga della lingua inglese: “Antidisestablishmentarianism Italian Style”. La tesi che sostenevo era così riassunta: “Cosa sia l’establishment credo sia noto a tutti: un gruppo esclusivo e potente che controlla o influenza fortemente il governo, la società, o un settore di attività. Disestablishmentarian è chi cerca di rompere il potere dell’establishment, di spezzare il sistema di rapporti che gli consente di controllare governo e società; antidisestablishmentarians sono quanti tentano di difendere l’establishment contro la minaccia di chi vuole sovvertirlo. La parola è, volutamente, complessa e ironica; il concetto che essa esprime è, a mio avviso, appropriato al caso italiano. Berlusconi è un disestablishmentarian, i “poteri forti” dell’Italia di oggi non possono essere definiti meglio che come antidisestablishmentarians. Credo che la via d’uscita dai problemi del presente sia offerta dal recupero dell’ispirazione del 1994 che era profondamente legata alla necessità di sovvertire l’establishment, di cambiare l’esistente, non di gestirlo lasciandolo invariato. Berlusconi è stato il primo ad ascoltare le mie tesi condividendole, le ha fatte proprie e le ha adeguate alle esigenze di una battaglia politica che mi sembrava assolutamente donchisciottesca. Fu così che il neonato partito, Forza Italia, si presentò alle sue prime elezioni con un programma di riforme liberali quale non si era mai visto prima in Europa.

Berlusconi sostenne in tutti i suoi discorsi che il suo obiettivo era di restituire spazio e risorse all’economia privata, alle famiglie e alle imprese, riducendo l’invadenza dello stato sprecone e tartassatore e l’influenza della politica nella vita delle persone. Da liberale convinto sosteneva che la concorrenza non è necessaria solo per ovvie ragioni di efficienza economica ma anche e soprattutto per ragioni di libertà, per garantire alle persone la libertà di scegliere fra alternative diverse.
Per questo proponevamo il sistema dei “buoni” in alternativa all’assistenzialismo monopolistico esistente. Un buono scuola per mettere in condizioni tutte le famiglie, non solo le agiate, di scegliere fra scuole diverse.
Sottoponendo così le scuole, pubbliche o private che fossero, alla disciplina della concorrenza. Avevamo anche in mente un “buono sanità” che sottraesse questo delicato settore al malcostume e agli sprechi tipici degli apparati statalistici.
In campo tributario, fu per insistenza di Berlusconi che la proposta di ridurre il numero e il livello delle aliquote divenne rivoluzionaria, anticipando quanto è stato realizzato in molti paesi. Ma non proponevamo una finanza allegra, tutt’altro. Volevamo che la spesa pubblica in rapporto al reddito nazionale fosse fissata con una norma costituzionale e che l’articolo 81 della Costituzione venisse applicato in conformità al volere del legislatore costituente che, per bocca di Luigi Einaudi ed Ezio Vanoni, doveva essere inteso come garanzia di pareggio del bilancio su base annua.
Credevamo che dalla privatizzazione delle troppe attività statali si sarebbero ricavate risorse per ridurre l’immenso stock di debito pubblico e che, grazie anche alle liberalizzazioni, avrebbero dato un impulso alla crescita. Fin dal primo giorno sostenemmo che il principio della divisione dei poteri dovesse essere ripristinato, riconducendo l’attività giudiziaria nel suo ambito e garantendo l’indipendenza del potere legislativo ed esecutivo da inammissibili interferenze. La separazione delle carriere di accusatori e giudici è sempre stata uno dei punti centrali del nostro programma.
Tutto questo avrebbe dovuto essere realizzato grazie anche a riforme costituzionali capaci di restituire al popolo il suo inalienabile diritto a scegliere il proprio futuro attraverso il voto. Un sistema elettorale, quindi, compiutamente maggioritario (Berlusconi in diverse occasioni aveva sostenuto “il maggioritario sono io”), e una riforma presidenziale che desse al popolo la possibilità di scegliere il suo presidente, capo sia dello stato sia del governo.

Molte di queste proposte sono rimaste prive di attuazione: l’immatura fine del governo Berlusconi nel 1994, dovuta alla prepotenza dell’establishment, l’opposizione di alleati che avevano “scroccato un passaggio” per arrivare al potere solo per poi remare contro la realizzazione del programma da loro sottoscritto, nei governi del 2001-06, fino alle ultime paradossali vicende che finora hanno impedito al governo di operare al massimo delle sue possibilità.

Il passato non può essere riscritto ma possiamo ancora influire sul futuro; non possiamo lasciare incompiuta una rivoluzione che gli italiani fortemente vogliono (dal 1994 a oggi il centrodestra ha vinto tre elezioni e ne ha perse due per il rotto della cuffia). Le condizioni potrebbero non apparire ideali, data l’esiguità della maggioranza ma, sia che la legislatura venga interrotta sia che giunga al suo termine naturale, soltanto se ritroveremo l’ispirazione del 1994 e sapremo tradurla in proposte concrete seguite da risultati potremo ritenere di aver fatto il nostro dovere per il bene dell’Italia.