Wikileaks, il mito della coerenza e il quarto d’ora di gogna che ci aspetta

Non ci dobbiamo stupire se i nostri telefoni, televisori e auto possono essere strumenti attivi di spionaggio. I problemi che emergono dalla vicenda sono altri. E riguardano noi

Wikileaks, il mito della coerenza e il quarto d’ora di gogna che ci aspetta

Foto LaPresse

La Cia ci spia e, fin qui, nessuna novità. Che un servizio segreto nazionale abbia come compito quello di cercare di carpire i segreti altrui e conservare i propri non rappresenta una scoperta sensazionale. Non farebbe il suo mestiere se si comportasse in altro modo. Né rappresenta una scoperta il fatto che la Cia usi i molti oggetti elettronici con cui condividiamo le nostre vite. A Chicago c’è un museo delle spie che è persino noioso nel mostrare oggetti vari di modernariato anni Sessanta-Ottanta che presentano anime segrete al servizio dello spionaggio. Solo che i libri con macchine fotografiche nascoste e le scarpe con dentro i coltelli in questo momento suscitano la compassione per i ferrivecchi più che lo stupore per l’ardimento o il timore per il pericolo.

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Le rivelazioni di Wikileaks, per ora, non sono scottanti, e il vero problema è: chi ha dato i documenti riservati a Julian Assange?

Dunque, non fingiamo di stupirci per le rivelazioni di Wikileaks che ci informano che i nostri telefoni, televisori e auto possono essere strumenti attivi di spionaggio e cerchiamo invece di capire i problemi di comunicazione e di società che emergono dalla vicenda.

 

Cominciando dai secondi, e seguendo un suggerimento del filosofo torinese Maurizio Ferraris, la vicenda della Cia ci obbliga a rivedere la frusta metafora della società liquida di Zygmut Bauman. Non c’è mai stata società così solida, in realtà. Tutto ciò che diciamo e facciamo resta lì, sulla rete, nei nostri dispositivi, immortalato per sempre. La Cia porta solo all’estremo uno dei risultati della rivoluzione elettronica: le nostre relazioni, lungi dall’essere liquide, rimangono immortalate e fissate per sempre. Si può sapere come uno la pensa andando a cercare le sue comunicazioni, ma basta anche solo analizzare i suoi follower, amici, preferenze. Anzi, le relazioni sono così cristallizzate che non è necessario neanche un essere umano per farne l’analisi. Amazon, per esempio, sa con molta precisione quali sono i prossimi libri che ci interesseranno. Pur non essendo uno psicologo della comunicazione, suppongo anche che la solidificazione elettronica delle relazioni sia in qualche modo correlata alla celebre polarizzazione politica della società. Infatti, quando scriviamo, indichiamo preferenze, ritwittiamo, condividiamo facciamo delle azioni che aumentano il nostro grado di appartenenza, e alle volte anche di conoscenza, di certe idee o argomenti. Ma ogni volta che agiamo pubblicamente in questo senso, siamo più vincolati a difendere ciò che abbiamo fatto. Cambiare idea diventa più difficile quando ci si è esposti. Lo era anche prima: se uno interveniva in pubblico, gli era poi più difficile cambiare idea. Tuttavia, era un privilegio e un onere di pochi. Ora invece siamo tutti implicati in questa dinamica di fedeltà intrinseca al dire e al preferire pubblicamente.

 

Così, nella società solidificata si staglia un altro problema, più profondo e concettuale, che la Cia non fa che sottolineare. Tutto è pubblico, relazioni amicizie preferenze e, se i telefoni o i televisori ci spiano, anche ogni conversazione o atto è potenzialmente pubblico, dal sussurro sul divano al segreto detto in auto. Allora, occorrerà riappropriarsi di un’antica saggezza umana che dice che “nessuno è perfetto”, che tutti facciamo errori o, in modo più alto, che tutti abbiamo una misteriosa sorgente di contraddizione che non ci fa vivere all’altezza di ciò che vogliamo o pensiamo. “Video meliora proboque, deteriora sequor” (vedo ciò che è meglio e l’approvo, ma poi seguo ciò che è peggio) scriveva il poeta romano Ovidio, “peccato originale” lo chiama la Bibbia. Ciò che non va d’accordo con l’onnipubblicità permessa e solidificata dalla tecnologia attuale è il moralismo della coerenza. Non che non sia importante essere coerenti, ma la coerenza è una fortuna o un dono e, in senso assoluto, è impossibile agli esseri umani. Così, occorrerà accettare di vivere in una società dove tutto è pubblico e non farsi solidificare eccessivamente lasciando spazio anche all’errore o, in positivo, al possibile cambiamento che è a sua volta una piccola fortunata incoerenza. Altrimenti, saremo condannati a vedere i difetti di ciascuno presto o tardi in prima pagina su qualche mezzo comunicativo – ognuno avrà diritto a quindici minuti di gogna oltre che di fama – o, peggio, a rimanere per sempre incasellati nella comprensione dell’universo che già abbiamo. Ricadremmo così tutti nella descrizione della persona ideologica fatta da Boris Pasternak: “Alla sua intelligenza mancava il dono del fortuito, la forza che, con scoperte impreviste, viola la sterile armonia del prevedibile. Nello stesso modo, per operare il bene, alla sua coerenza di princìpi mancava l’incoerenza del cuore, che non conosce casi generali, ma solo il particolare, ed è grande perché agisce nella sfera del piccolo”.

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