In Cina hanno uberizzato pure la bicicletta. E funziona

Ofo è la prima startup di bike sharing a raggiungere una valutazione di un miliardo di dollari. A Pechino le bici sono tornate in strada. Così la tecnologia aiuta a cambiare la mobilità

In Cina hanno uberizzato pure la bicicletta. E funziona

Foto tratta dal sito di Ofo

L’innovazione questa volta ha deciso di inforcare le due ruote più antiche, quelle a pedali, la bicicletta. Non modificando il mezzo, quello non muta mai, è praticamente identico a se stesso da sempre, eccezion fatta per piccole modifiche (dal cambio, ai freni a disco, al motorino elettrico). A cambiare questa volta è la fruizione. Non rivoluzione, bensì miglioramento di quanto c’era già, nuovo indirizzo di un sistema già conosciuto e diffuso: il bike sharing. In Cina lo hanno uberizzato, lo hanno finalmente reso efficiente e pratico. E sta avendo successo. Tanto da passare da qualche centinaia di migliaia di corse in un anno a 300 milioni, raggiungendo 20 milioni di utenti e 40 città. L’azienda si chiama Ofo e da Pechino ha raggiunto prima Singapore, poi gli Stati Uniti e infine l’Inghilterra. L’azienda si chiama Ofo, lega ai lati delle strade centinaia e centinaia di biciclette gialle sbloccabili via app al costo di uno Yuan (quindici centesimi) dopo un versamento per l’attivazione del sistema di 49 Yuan e questa settimana ha fatto un round di finanziamenti di 450 milioni di dollari, diventando la prima compagnia di bike sharing al mondo a raggiungere la quotazione di mercato stimata di un miliardo di dollari. Ofo è così il primo "unicorno" del bike sharing, gergo tech per indicare le startup miliardarie.


Foto tratta dal sito di Ofo


E non è la sola. Le strade cinesi si sono colorate anche delle bici arancioni di Mobike, di quelle blu di Bluegogo e di quelle verde flou di Forever. Per tutti lo stesso sistema: mezzi a pedali tracciati con il gps, utilizzabili grazie a una applicazione su smartphone. E così facendo, evitando le tessere ricaricabili comunali o regionali, il limite temporale massimo di utilizzo e l’obbligo di rilascio nelle postazioni fisse delle società, gli utenti hanno iniziato a servirsene. E molto. I dati parlano di un più 650 per cento di noleggi complessivi a bimestre nella Pechino rispetto agli ultimi due mesi del 2016 (quando però erano attivi solo tre dei quattro servizi), nonostante il sistema continui ad avere alcuni problemi, dal vandalismo al parcheggio non sempre rispettoso.

 

Un successo abbastanza insperato almeno sino all’anno scorso e soprattutto all’interno del mercato cinese. Secondo Martin Ulderinn, ricercatore del politecnico di Monaco di Baviera, “ci sarebbe potuto attendere la creazione di aziende tecnologiche come Ofo e similari in Europa, dove il tema della mobilità e dell’utilizzo della bicicletta è più sentito, non certo dalla Cina”. Eppure, proprio in un paese che ha visto una decrescita dell’utilizzo delle due ruote verticale – nel 1980 il 63 per cento dei cinesi si muoveva in bici, nel 2016 solo il 12, nel 1995 circolavano 670 milioni di bici, nel 2013 invece 320 milioni –, si è sviluppato un nuovo modello di ciclabilità. “La tecnologia e l’innovazione si inseriscono solitamente in un mercato per risolvere delle problematiche. E in Cina i problemi percepiti come maggiori sono la caoticità del traffico e l’inquinamento. L’utilizzo della bici è una soluzione a tutti e due i problemi eppure in pochissimi sino a poco tempo fa erano disposti a farlo. E’ qui che entra l’innovazione: nel trasformare rimedi rognosi in semplici soluzioni”.

C’è chi prova a rivoluzionare la mobilità applicando la sharing economy alla bici. Funziona

AirDonkey, è un servizio di bike sharing senza postazioni fisse, ossia il motivo principale che ha fatto sì che questo sistema di condivisione non sfondasse davvero, e senza tessere nominali e comunali/provinciali/regionali da fare.

I problemi di traffico e smog in Cina non sono risolti e probabilmente non basterà il bike sharing per limitarli, ma “è un inizio. Il punto è che in Europa e soprattutto in Italia si cerca di creare leggi per cambiare lo status quo delle cose. E soprattutto per quanto riguarda la mobilità non è sufficiente”. Le infrastrutture, siano essere dedicate (piste ciclabili) fuori dalla carreggiata, che integrate (corsie ciclabili) all’interno di questa, possono sicuramente servire, ma per mutare davvero le cose serve soprattutto mutare il modo di vivere le città, “e il modo di vivere le città cambia aprendosi alla tecnologia, al cambiamento di quello che noi consideriamo normale. E vale sia per i taxi, sia per la mobilità in generale”.

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