Internet, le bufale e il feticcio dell’anonimato

La vera piaga è l’irresponsabilità di chi diffonde notizie false e il fatto che spararla grossa sia privo di conseguenze. Ma esiste un diritto all'anonimato?

 

 

La maschera di Guy Fawkes, il membro più noto della congiura delle polveri, utilizzata da Anonymous per poi diffondersi e diventare un simbolo delle proteste come Occupy Wall Street

La maschera di Guy Fawkes, il membro più noto della congiura delle polveri, utilizzata da Anonymous per poi diffondersi e diventare un simbolo delle proteste come Occupy Wall Street (foto di Alf Melin

Dunque ci siamo, con l’elezione di Trump il mondo si è finalmente accorto dell’esistenza delle bufale online e di quanto possa essere pericoloso disintermediare l’informazione privando i cittadini di ogni garanzia di veridicità di quanto pubblicato. Non possiamo sapere con certezza se la circolazione di false notizie abbia davvero e in che misura determinato l’esito elettorale, ma il solo dubbio è più che sufficiente ad alimentare seri interrogativi sul rapporto tra democrazia e web, posto che certamente l’opinione pubblica si forma anche, se non soprattutto, nella rete.

 

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La discussione è ormai aperta: addirittura Google e Facebook si cospargono il capo di cenere e propongono interventi che probabilmente solo poche ore prima non avrebbero esitato a definire censori. Ed in effetti, al di là del segnale di buona volontà riscontrabile nella proposta di bloccare la pubblicità sui siti che propongono notizie farlocche, non è dato capire quali sarebbero i criteri di selezione idonei a discernere tra siti meritevoli di fiducia e teppisti del web, con il rischio di creare anomale funzioni paragiurisdizionali in seno ad aziende, come già accaduto in tema di privacy e oblio.

 

Tali proposte comunque non appaiono efficaci dato che non mettono davvero il dito nella piaga, spiegando per quali ragioni nel web circolino impunemente tante bufale e, conseguentemente, quali potrebbero essere i rimedi quanto meno per arginare il fenomeno.

 

La vera piaga è l’irresponsabilità, vera o percepita, di chi diffonde le false notizie e di chi ne agevola più o meno consapevolmente la divulgazione. Spararla grossa, talora anche diffamando intenzionalmente, insomma, appare privo di conseguenze, al contrario di quanto avviene nei media tradizionali nei quali, chi diffonde una notizia o esprime un’opinione ci mette sempre il nome e la faccia, rischiando brutte figure o conseguenze peggiori in caso di diffamazioni o altri illeciti.

 

Il tassello fondamentale di questa impunità, lo scudo protettivo dei divulgatori delle notizie è l’anonimato: restano sconosciuti, quasi sempre, gli autori materiali delle notizie e spesso anche i gestori dei siti e dei portali si nascondono dietro sedi esotiche o servizi di tutela dell’anonimato di assai dubbia liceità.

 

Ma esiste un siffatto diritto all’anonimato? La risposta è no, certo che no. Per gli autori esiste il sacrosanto e costituzionale diritto di manifestazione del pensiero, non il diritto di manifestarlo con il passamontagna calato sul volto. E per i titolari e gestori dei siti che diffondono notizie o alimentano dibattiti in rete, esiste il diritto di esercitare l’attività imprenditoriale liberamente, ma anche in questo caso in modo trasparente e nel rispetto delle leggi.

 

A ben vedere, poi, l’anonimato garantito su internet agevola non solo la divulgazione di notizie false, ma la commissione di un numero impressionante di reati, quali estorsioni, ricatti, frodi, contraffazioni e tanti altri. Superare il feticcio dell’anonimato consentirebbe di contrastare con efficacia fenomeni estremamente dannosi per la collettività, senza minimamente comprimere la libera manifestazione del pensiero.

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