Il pene? "Causa il global warming"

Due geniali professori e la grande balla dei "gender studies". La beffa che umilia le riviste accademiche

Il pene? "Causa il global warming"

Nel 1997 il fisico Alan Sokal realizzò una beffa clamorosa, presentando a una rivista di ermeneutica un saggio volutamente infarcito di stupidaggini agghindate nel miglior filosofese, che fu immediatamente accettato e pubblicato come se niente fosse. Social Text, la prestigiosa rivista che aveva contribuito a riscrivere i programmi nelle università americane, ospitò così un pomposo saggio pieno di svarioni e nonsense. Sokal e molti altri ne dedussero che certa filosofia contemporanea era un’impresa di “impostori intellettuali” nascosti dietro a un linguaggio parascientifico per dare lustro alle idiozie.  Il titolo stesso di Sokal, “Transgressing the boundaries: towards a transformative hermeneutics of quantum gravity” (Oltrepassando i confini: verso un’ermeneutica trasformativa della gravità quantistica) avrebbe dovuto far sorgere più di un sospetto. Sokal spiegherà che l’articolo, infarcito di linguaggio derridiano-lacaniano, voleva dimostrare la vuotezza del postmodernismo e di ritenere che fosse stato pubblicato solo perché “suonava interessante”.

 

Vent’anni dopo, una nuova burla è stata ripetuta ai danni degli “studi culturali” che vanno per la maggiore nelle università. Avrebbe dovuto destare lo stesso sospetto nei redattori della rivista Cogent Social Sciences il saggio intitolato “The conceptual penis as a social construct” (Il pene concettuale come costruzione sociale). Portava la firma di Jamie Linsday e Peter Boyle, due pseudonimi dietro cui si nascondevano lo studioso James Lindsay e Peter Boghossian, professore di Filosofia alla Portland State University. “Tutte le prove della scienza androcentrica secondo cui il pene è un organo riproduttivo maschile sono considerate incontrovertibili”, recita l’incipit del folgorante articolo accademico. “Noi concludiamo che il pene è una costruzione sociale che danneggia le società e le generazioni future. Il pene concettuale presenta problemi significativi per l’identità di genere, è fonte di abuso per le donne e altri gruppi di gender marginalizzati, è l’origine universale dello stupro e il motore di gran parte del cambiamento climatico”. E ancora: “La letale ipermascolinità sostiene il materialismo neocapitalista, motore del cambiamento climatico”.

 

Chi mai avrebbe immaginato che una rivista accademica, redatta da professori e ricercatori, finanziata da importanti case editrici, avrebbe mai pubblicato una simile fregnaccia intellettuale? Eppure, pochi giorni dopo, Lindsay e Boghossian vedono il saggio stampato e pubblicato. Così decidono di venire allo scoperto. “Avete letto bene, abbiamo scritto che il cambiamento climatico è ‘concettualmente’ causato dal pene”. E la rivista accademica se l’è bevuta. I due professori rivelano allora che intendevano mettere a nudo “la tentazione di sostenere in modo acritico qualsiasi nonsense moralmente alla moda. Abbiamo potuto pubblicare una sciocchezza assoluta, a patto che rappresentasse le convinzioni morali dei redattori”.

 

Ma c’è una beffa più grande di quella orchestrata da Lindsay e Boghossian. Sono i saggi autentici pubblicati dalle riviste accademiche e smascherati dal prode account Twitter New Real Peer Review. Come quello uscito sull’International Journal on Nursing Studies a firma di Abbey Hyde. Vi si denuncia il fatto che, nelle analisi sul cancro che colpisce le donne, “l’eterosessualità fallocentrica è privilegiata e il contesto socio-politico della disparità di potere di genere è largamente escluso”. Più efficace di una chemioterapia può essere un corso di autoconsapevolezza gender.

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Commenti all'articolo

  • guido.valota

    23 Maggio 2017 - 23:11

    Dev'essere partita così anche la storia dei vaccini e dell'autismo. Poi un popolo di analfabeti funzionali l'ha presa per vera e ora i vaccini sono diventati la causa di ogni nefandezza.

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  • GianniM

    23 Maggio 2017 - 10:10

    Sulle armi c'è da fare un'importante distinguo. E' evidente - a chi ha un minimo di senso della realtà e di comprensione dell'animo umano - che non sono le armi a generare la violenza. E' anche vero, però, che il possesso di armi sofisticate e distruttive può allentare i freni inibitori nell'uso della violenza: come dice un vecchio proverbio inglese, "per chi ha un martello tutti i problemi sembrano chiodi". Vale per i singoli come anche per gli Stati. Inoltre, la diffusione di tali armi amplifica evidentemente le conseguenze della violenza: meglio finire nel mirino di un energumeno con la clava che di uno con un fucile a ripetizione (o di uno Stato-canaglia con missili balistici dotati di testate nucleari)...

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    • fabrizia.lucato

      23 Maggio 2017 - 18:06

      Cioè, se ho capito bene: per una donna è meglio finire nelle mani di un eunuco gay che in quelle di un soldato peace-keeper dell'Onu con un fucile a ripetizione?

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