Foto LaPresse/Vincenzo Livieri

Un referendum per privatizzare l'Atac

Francesco Del Prato

L’unica soluzione venuta fuori per risolvere i problemi della municipalizzata dei trasporti a Roma è dei Radicali. Parla Riccardo Magi

Con un’affascinante coincidenza statistica, martedì 21 marzo ha preso fuoco a Roma il ventunesimo bus Atac in servizio negli ultimi ventuno mesi. È la paradossale punta di un enorme iceberg fatto di inefficienze e disservizi della mega-municipalizzata del Comune di Roma, concessionaria dell’80 per cento del trasporto pubblico capitolino. Ad affrontare questo eterno problema e il malcontento che trascina con sé ci provano i Radicali Italiani, con un referendum consultivo, dallo slogan “Mobilitiamo Roma”, in cui si propone di mettere a gara il servizio di trasporto pubblico urbano. Gara a cui, dice il segretario di Radicali Italiani Riccardo Magi, “potrà partecipare naturalmente Atac stessa. Ma vogliamo rompere l’automatismo del circolo vizioso che lega Comune e società pubblica, cioè controllore e controllato”.

 

Un legame non molto proficuo: dal 2006 al 2015 l’offerta complessiva di Atac si è ridotta di 13 milioni di vetture-km; mentre nel periodo 2009-2015 il deficit è arrivato a superare gli 1,2 miliardi di euro, con una perdita annua da centinaia di milioni e un’invidiabile serie di scandali e inefficienze, a fronte dei quali l’azienda ha ricevuto, nello stesso periodo, circa 5 miliardi di denaro pubblico. L’attuale amministrazione comunale si è posta in disinvolta continuità con le precedenti: “Atac bene comune” è lo slogan usato dal blog di Beppe Grillo per lanciare un’interrogazione all’assemblea capitolina nel 2014; e lo stesso sindaco Raggi non ha mai messo in discussione il sistema di assegnazione del servizio di trasporto pubblico. “Il bene comune dovrebbe essere il servizio, non l’azienda”, continua Magi, “ma Atac è una gallina dalle uova d’oro dal punto di vista politico”. Insomma, passano le amministrazioni, ma a Roma si continua ad assegnare un servizio vitale per la Capitale a un’azienda, di fatto, fallita. La strada per arrivare al referendum sembra però più accidentata del percorso di un autobus romano: dopo aver raccolto le prime mille firme, e incassata l’ammissibilità del quesito proposto da una commissione apposita, i promotori avranno tempo tre mesi per raccoglierne altre trentamila circa. Ma se arriveranno ammissibilità e firme, e dunque se ci sarà la consultazione popolare, la sensazione è che per Atac si tratterà del capolinea. Una bella grana per il sindaco Raggi, ma in fondo per tutta la politica romana.

Di più su questi argomenti: