Duomo Fidèl

Cosa racconta la nomina di Confalonieri alla presidenza della Venerdanda Fabbrica

Duomo Fidèl

Foto di Bruno Cordioli via Flickr

“Il portentoso Duomo di Milano / non svetta verso il cielo, / ma ferma questo in terra in armonia / nel gotico bel di Lombardia”. I versi di Clemente Rebora sono forse meno conosciuti della celebre descrizione che ne fece Mark Twain, “una poesia incisa nel marmo”, ma rendono forse meglio il fascino che la cattedrale ha sempre esercitato sugli abitanti di questa città irrimediabilmente piatta, e fino a poco tempo fa assai poco verticale. Più che in altre città dotate di maestose cattedrali, il Duomo di Milano non è dei credenti, è della città: non c’è bisogno di spiegarlo. C’è però uno studio di qualche tempo fa della Camera di Commercio di Monza e Brianza e di Anholt Brand Index che valutava il brand Milano in 400 miliardi di euro, nei quali il “brand Duomo” incideva per a 82. In attesa che il 9 settembre il neo arcivescovo Mario Delpini “prenda possesso” della cattedrale (il giorno 8, festa di Maria Nascente cui il Duomo è dedicato, il cardinale Angelo Scola saluterà la diocesi), i milanesi hanno però già assistito a una diversa presa di possesso sotto la Madonnina: quella di Fedele Confalonieri, presidente di Mediaset, che martedì è stato nominato presidente della Veneranda Fabbrica del Duomo in sostituzione di monsignor Giannantonio Borgonovo, arciprete della cattedrale e stimato biblista. La notizia può apparire bizzarra solo a chi non conosce la Veneranda, ma è ugualmente degna di spiegazione, anche perché permette di capire meglio di che tipo sia, il famoso rapporto dei milanesi con la propria chiesa madre.

 

La Fabbrica fu istituita nel 1387 da Gian Galeazzo Visconti per la progettazione e costruzione, proverbialmente lunga, e da seicento anni non ha mai messo di lavorare, oggi con la conservazione e il restauro, l’attività ancora esistente delle cave, la gestione del portentoso Archivio storico, del Museo e della Cappella musicale. Riuscendo sempre, più o meno, a finanziarsi da sé. Tuttora con una capacità attorno all’80 per cento. Il Liber dati et recepti conservato in Archivio è uno documento storico unico e strabiliante, da questo punto di vista: è il registro in cui sono raccolte tutte le donazioni – cose e denari – dal 1387 ad oggi. A differenza di molte altre cattedrali italiane ed europee, Milano decise infatti all’inizio di non imporre una tassazione cittadina per la costruzione, ma di affidarsi alle offerte private, grandi o piccole: dai grandi lasciti di case, terreni, gioielli, interi patrimoni fino alle commoventi monetine del popolino, o delle prostitute che intendevano così cristianamente riscattare la propria attività. Tutto è annotato, ad maiorem gloria Dei. Il rapporto affettivo e fiduciario tra la città e il suo fabbricone non è mai venuto meno.

 

Ma da molto tempo la Veneranda Fabbrica del Duomo non è più soltanto una cosa dei milanesi, né della chiesa ambrosiana. E’ tuttora un ente ecclesiastico, dotato di personalità giuridica, ma riceve ogni anno finanziamenti sia da parte dello stato sia da parte di enti locali. Ad esempio, la legge di Bilancio del 2016 ha stanziato 15 milioni di euro in tre anni per la Fabbrica, soprattutto per i restauri. Ragion per cui, il Consiglio che governa la Veneranda Fabbrica è oggi una formazione “mista” formata da sette membri con carica triennale: due vengono nominati dall’Ordinario diocesano e cinque dal ministero dell’Interno, sentito l’Arcivescovo. Solitamente le scelte ricadono su figure di eminenti milanesi (succede più o meno lo stesso per il cda della Scala), miscelando studiosi e profili manageriali. Fedele Confalonieri era già nel Consiglio della Fabbrica, come consigliere. “Farò di tutto per essere me stesso e per rappresentare in questa presidenza tutti i milanesi”, ha laicamente dichiarato. Non che poi vada sempre tutto bene in questa amministrazione mista. Anni fa Angelo Caloia, eminenza della finanza bianca ambrosiana e non solo, da presidente della Fabbrica polemizzò a lungo accusando gli enti locali di “non fare la propria parte” nel finanziamento della costosa macchina (solo per la gestione ordinaria della cattedrale se ne vanno quattro milioni all’anno) e qualche mese fa mons. Borgonovo lanciò l’allarme sui fondi che “stanno per finire” – nonostante con l’Expo 2015 sia stato introdotto un biglietto turistico per l’ingresso al Duomo – chiedendo al Comune di ricevere una parte dei 35 milioni incassati ogni anno dalla la tassa di soggiorno. Perché il Duomo è dei milnesi, ma la Veneranda è un costo di tutti.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi