In Direzione ostinata e sensata. Così Renzi sfida il partito del non voto

Il sistema tedesco non ha alternativa, dice il segretario. Orlando e gli altri. In Aula la prima settimana di luglio

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In Direzione ostinata e sensata. Così Renzi sfida il partito del non voto

Matteo Renzi (foto LaPresse)

Roma. Il partito del non voto s’affaccia sulla trattativa elettorale, condizione principale per tornare alle urne in anticipo. Enrico Letta, Romano Prodi, Giorgio Napolitano, infine Andrea Orlando. Ieri si è rotta, alla prima Direzione nazionale del Pd dopo le primarie del 30 aprile, l’armonia che si era provvisoriamente instaurata nel partito di Matteo Renzi. Le minoranze che fanno capo al ministro della Giustizia e al presidente della regione Puglia, Michele Emiliano, hanno deciso di non entrare nella segreteria “unitaria” (così, almeno, se la immaginava il segretario del partito). Oltretutto, trentuno senatori orlandiani, da Vannino Chiti a Walter Tocci a Massimo Mucchetti, hanno scritto un documento per esprimere contrarietà al sistema proporzionale previsto dal modello tedesco su cui Pd, Forza Italia e M5s stanno trovando un’intesa, e contrarietà al voto anticipato.

  

Sarebbe, dicono i senatori del Pd, un “salto nel buio”. Renzi invece spiega che la legge elettorale non lo entusiasma, ma è quella su cui c’è il maggior consenso politico e ha dunque proposto di votare la relazione “per andare ad accettare il sistema tedesco”, avendo come indicazione di voto “la prima settimana di luglio, perché altrimenti non si fa più. Io non sono un entusiasta di un sistema proporzionale con soglia al 5 per cento”, ma “la nostra serietà è quella di offrire al paese un sistema che abbia un consenso più ampio possibile”. Ieri le delegazioni di Pd e Forza Italia si sono viste e, spiega il capogruppo alla Camera dei berlusconiani Renato Brunetta, l’intesa non riguarda appunto solo i contenuti ma anche i tempi di approvazione, con l’approdo nell’Aula della Camera il 5 giugno e il sì del Senato “entro la prima settimana di luglio”. 

  

Insomma, la tempistica è tracciata e già i partiti ragionano su date possibili per tornare alle urne dopo l’estate. D’altronde il voto anticipato non è un tabù per Renzi e per la prima volta lo dice chiaramente, nel suo intervento in direzione: “Sento qualcuno dire: ‘Eh ma se si va alle elezioni è un pericolo’, beh si chiama democrazia. Succede di andare alle elezioni”. E, aggiunge, “sapete perché voglio subito la legge elettorale? Perché il giorno dopo la sfida sarà sui contenuti”. Quella che arriva, garantisce sornione l’ex premier, sarà “un’estate divertente”. Un’estate di campagna elettorale, è il sottinteso. Ma se l’accordo c’è con Forza Italia e le altre forze politiche, i problemi nascono invece all’interno del Pd. Ed è qui, appunto, che si sviluppa e stratifica il partito del non voto.

 

“Do atto che Matteo non ha fatto una battaglia per il proporzionale, ma qui ci troviamo”, dice amareggiato il ministro della Giustizia nella sua risposta alla relazione del segretario, ponendo molti dubbi. “Questo sistema – spiega Orlando – non è il tedesco, è un proporzionale con uno sbarramento al 5 per cento. Ci dobbiamo porre il problema se questo sistema garantirà più o meno stabilità. Io non credo che garantirà stabilità. Sarà un problema del M5s spiegare come passare da uno vale uno ai listini ma sarà un nostro problema spiegare come l’altra forza non populista del paese, e cioè Forza Italia, sia parte di un progetto riformista del paese”. Orlando ha insomma ribadito la sua contrarietà, già anticipata al Foglio in un’intervista la settimana scorsa, all’alleanza di sistema contro i populisti a Cinque stelle.

  
Renzi però con la testa è già in campagna elettorale, come dimostra il lancio di Bob, il nuovo progetto di comunicazione su internet con cui il segretario del Pd vuole sfidare il M5s. Una campagna “virtuale” accompagnata però anche da un nuovo tour in giro per l’Italia. Stavolta in treno, in “tutte le regioni e province italiane”. Ed è con la testa rivolta alla campagna elettorale che Renzi ha costruito la sua nuova segreteria: 12 persone più 25 dipartimenti. Ne faranno parte Matteo Richetti (portavoce), Lorenzo Guerini (coordinatore), Andrea Rossi, Matteo Ricci, Tommaso Nannicini, Roberto Giachetti, Teresa Bellanova, il sindaco di Lampedusa Giusi Nicolini, l’assessora del comune di Reggio Calabria Angela Marcianò, Benedetta Rizzo, la professoressa Elena Bonetti dell’Università di Milano e, infine, Debora Serracchiani.

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Commenti all'articolo

  • lorenzo tocco

    lorenzo tocco

    31 Maggio 2017 - 11:11

    Dice il S.V, (senza vergogna) ex caro premier: “la nostra serietà è quella di offrire al paese un sistema che abbia un consenso più ampio possibile”. La stessa serietà usata per l'italicum? A posto siamo..

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  • Giovanni Attinà

    31 Maggio 2017 - 10:10

    Il sogno di Renzi è quello di tornare alla Presidenza del Consiglio, ma dubito che ci riuscirà. Del resto nel sistema tedesco non mi pare che il segretario della Cdu o dell' Spd vengano poi eletti cancellieri. More solito siamo nei sistemi all'italiana, ma avremo tempo per verificare.

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  • giantrombetta

    31 Maggio 2017 - 07:07

    Un gruppo di deputati del Pd teme di non essere rieletto, giustamente, e dunque lotta per restare in Parlamento fino alla fine. La verità politica e' che uno dei più gravi errori di Renzi e' non essere andato al voto subito dopo le europee. Mi si dirà che forse non c'è l'avrebbe fatt a far sciogliere il parlamento allora, ma avrebbe quanto meno dovuto tentare, e con tutte le forze. Infine siamo l'unico paese che considera le elezioni anticipate sempre e comunque una disgrazia da evitare. Altrove, per fortuna ora se ne e' accorto pure Renzi, sono sovente considerate un toccasana democratico.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    31 Maggio 2017 - 01:01

    Al direttore – Allegranti: partito del non voto. I più giovani, non lo sanno, quelli che sanno tacciono. La storia è questa, senza fuffa, fronzoli e divagazioni: dalla caduta del Muro, 1989, l’Italia è stata ostaggio della crisi politica/esistenziale e di potere del fu monolite PCI. La pervasività, gli intrecci, controlli culturali e pratici sulla Scuola, l’Università, sulla PA, l’alleanza strategica e ideologica con la CIGL, il patto carsico con la Magistratura, l’ossessione gramsciana del “nessuno alla mia sinistra”, la strenua difesa dei potentati regionali, provinciali, comunali e della gestione delle partecipate e, di interessi di status personali, sono state le questioni sostanziali della sinistra: dalla Bolognina ad oggi. Silvio Berlusconi è stato il sintomo evidente della crisi. Il partito del non voto, comunque distribuito, Emiliano, Bersani, D’Alema, i 31 senatori, sono gli ultimi giapponesi di un sistema del tempo che fu. Ma, non c’è molto da festeggiare. Calma e gesso.

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