Ultimi malinconici scampoli di sinistra

Bocciati i i fuoriusciti dal Pd che non sono usciti dal cono d’ombra dove sono stati risucchiati; promosso il M5s a cui va dato il merito di avere introdotto l’argomento del reddito di cittadinanza. Il Pagellone alla settimana politica

Ultimi malinconici scampoli di sinistra

Foto LaPresse

C’è chi marcia e chi cupamente riflette. Per i fuoriusciti dal Pd trovare l’ubi consistam, dare un senso alla presenza in politica è quanto mai urgente. Finora hanno fatto polemiche di risulta che non hanno inciso né consentito di uscire dal cono d’ombra dove sono stati risucchiati dopo aver lasciato la casa madre. Ora si sono riuniti tre giorni per discutere di “fondamenta”. Hanno fatto bene se cercano argomenti forti.

 

Finora abbiamo sentito Speranza dire che gli sarebbe davvero piaciuto discutere di cose di serie A, lavoro sanità e scuola pubblica, ma che per colpa del babbo Renzi e del babbo Boschi si vedeva costretto a parlare di familismo: ma se la considera una cosa da Lega Pro avrebbe anche potuto astenersi, non glielo ha ordinato il dottore. 

 

Abbiamo visto Gotor gonfiare minaccioso il petto contro ogni ipotetica riedizione di intese con la destra e al solo rievocare Silvio Berlusconi: come se non avesse convintamente sostenuto, con tutta Forza Italia e Alfano e Berlusconi stesso, il solo governo autenticamente di grande coalizione che ci sia stato: il governo Monti.

 

Bersani, che parla poco e esce ancora meno, continua a rimuginare sui pericoli della leadership solitaria e arrogante, proprio quando Renzi è stato rieletto segretario a stragrande e adorante maggioranza.

 

Si dirà, erano già marginali, con la scissione si sono condannati definitivamente all’irrilevanza. Forse.

 

Però la domanda rimane. Ha ancora senso dirsi di sinistra, credere possibile in Europa una prospettiva di genuina socialdemocrazia? Il partito socialista francese è a rischio estinzione. Quello spagnolo tiene oggi le primarie per eleggere il nuovo segretario, è anche lui in preda a crisi irreversibile e a un passo dall’implosione. In Germania la stella di Martin Schultz, candidato socialdemocratico alla cancelleria, ha già smesso di brillare, è probabile che alle elezioni di settembre la Spd prenderà l’ennesima batosta.

 

Da quando Norberto Bobbio scrisse il fortunato pamphlet “Destra sinistra” tutto sembra andare a favore della progressiva scomparsa delle differenze per la buona ragione che sta scomparendo la sinistra legata alla redistribuzione del reddito, ai diritti e a un’idea passatista di eguaglianza. Negli anni Ottanta, durante la presidenza Mitterrand, per quattordici anni governi socialisti si alternarono a governi di destra ma la politica economica rimase sostanzialmente identica. Chiesero allora a un noto intellettuale ed eminenza grigia del presidente che differenza ci fosse fra le due storiche categorie, rifletté un po’ poi disse: la generosità. Ancora uno sforzo, compagni.

 

INTANTO MACRON...

Il governo che doveva essere oltre la destra e la sinistra, e perciò né di destra né di sinistra, sembra né di sinistra né di sinistra: la boutade con cui alcuni giornali francesi hanno accolto la presentazione del primo governo dell’era Macron ha un fondo di vero. Il presidente è andato ben oltre l’intento pedagogico di dimostrare che sinistra e destra hanno perso significato e persino oltre la necessità impellente che “La République en marche”, il suo movimento, peschi il più largo possibile negli elettorati concorrenti, sottragga voti a gollisti e socialisti e conquisti a giugno la maggioranza assoluta all’Assemblea nazionale. La destra al governo è moderata ma agguerrita e ben rappresentata, primo ministro e ministri importanti tra cui quello dell’economia sono ex repubblicani, ci sono i centristi e democristiani, molte personalità della società civile. I socialisti hanno due ministeri di peso, gli interni e gli esteri, dove però non si fanno sogni né progetti: ne sono titolari personalità che non furono centrali nella vita del partito né nell’apparato che infatti li ha subito espulsi. 

Se Macron gliela farà, se davvero riuscirà a innovare la politica, se riformerà un paese sclerotizzato, se non sarà travolto dal conflitto sociale che in Francia è sempre particolarmente tignoso e già ha affondato buone riforme: troppi se, certo, ma se il prossimo decennio sarà macroniano, la gauche scomparirà dalla scena.

 

MARCIA 1: POVERELLO E GIULLARE

Beppe Grillo and friends marciano da Perugia ad Assisi per il reddito di cittadinanza. 

E’ un percorso che non porta molto bene: è meta preferita e simbolica di manifestazioni pacifiste, dai tempi di Aldo Capitini non ci sono mai state così tante guerre.

Dobbiamo perciò augurare miglior sorte alla proposta del reddito di cittadinanza.

Finora c’è grande confusione: il titolo stesso è in grado di innescare uno di quei dibattiti di lana caprina di cui abbiamo il segreto, ci andranno a nozze con i distinguo tra reddito di cittadinanza, universale, minimo garantito, di inclusione, sulla platea interessata e sulle coperture.

Il M5s, a cui va dato il merito di avere introdotto l’argomento (per questo voto 8), ha portato ulteriori elementi di riflessione e di analisi. Potrebbe riguardare circa cinque milioni di persone, costerebbe 20 miliardi l’anno, il Movimento ha indicato come reperire le risorse necessarie. Anche se alcuni collaboratori del nostro Foglio non lo trovano realistico e parlano di stangata fiscale ai ricchi. Forse hanno anche ragione, ma come diceva un’amica meglio sbagliare con Sartre che avere ragione con Raymond Aron.

Il lavoro di cittadinanza proposto da Renzi è una tautologia insignificante (su questo voto 5). L’argomento delle risorse usato dai tecnocrati è pacchiano e politicamente suicida: si sono trovati somme altrettanto elevate in pochi giorni per salvare banche e imprese che avrebbero meritato di affondare perché anche il capitalismo ha una morale e non perdona gli inetti.

Non è vero che ce lo chiede l’Europa, non è vero che è in vigore in quasi tutti i paesi, e non sarà la panacea che dicono i 5 Stelle ma è l’unica proposta decente di welfare da molti anni a questa parte e con particolari accorgimenti adattabile a un’era di crisi fiscale.

Quello che temo però è che siccome ne beneficeranno in gran parte anche immigrati, non se ne farà nulla. C’è in giro non solo invidia sociale, delle élite e dei ricchi ma anche livore rancore e odio contro gli immigrati. Abbiamo anche gang di bambini lapidatori di neri.

  

MARCIA 2: MILANO IL CUORE IN MANO

E’ stucchevole la controversia sulle partecipazioni ai cortei e poi una città come Milano è bravissima ad alimentare equivoci e abbagli, ma in ogni caso la manifestazione per le porte agli immigrati è stata una grande manifestazione, tanto più che andava controcorrente rispetto alle paure dominanti. Pisapia e Grasso e Boldrini e Sala molto contenti, Salvini meno, aveva parlato di pagliacciata. Maroni ipocritamente (voto 5) aveva proposto di annullarla in solidarietà con i militari aggrediti a colpi di coltello da uno italo tunisino musulmano per caso e visibilmente fuori di balcone.

Minniti incontra capi tribù locali, ministri degli esteri dei paesi coinvolti in questa fuga biblica, cerca pazientemente di tessere una tela che regga. Sta facendo progressi ma non è saggio mettersi nelle mani di paesi che aiutano solo in cambio di soldi. Il poco nobile baratto con Erdogan dovrebbe essere un monito per tutta l’Europa.

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Commenti all'articolo

  • guido.valota

    21 Maggio 2017 - 23:11

    Ecco, appunto, dato che vi piace tanto sbagliare con Sartre pagate voi il conto. Quelli che hanno ragione con Aron sono stufi di scucire per i vostri capricci. Ci manca anche di pagarvi il reddito di cittadinanza.

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  • perturbabile

    21 Maggio 2017 - 20:08

    A Lei e alla sua amica: no, è meglio aver ragione con Raymond Aron che torto con Sartre. Ci vuole, però, un'intelligenza semplificatrice. Voto 2.

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  • mristoratore

    21 Maggio 2017 - 20:08

    Perchè meglio Sartre? La cultura francese ha spesso contrapposto Raymond Aron a Jean-Paul Sartre. Considerati tra i massimi intellettuali del secondo dopoguerra, amici nella vita, furono gli epigoni di due stili diversi: Aron l'intellettuale «controcorrente», Sartre la personificazione del «maître à penser». Nati nello stesso anno, i due effettuarono un percorso culturale comune. I differenti stili intellettuali emersero presto e le loro vicende si separarono nel 1940, quando Parigi fu occupata dai nazisti. Aron seguì Charles de Gaulle a Londra, mentre Sartre rimase nella capitale occupata dai nazisti. Dopo la guerra Aron denunciò i crimini del totalitarismo comunista. Quindi si schierò contro l'ideologia marxista, venendo a scontrarsi più volte con Sartre. Durante gli anni della contestazione, quando le piazze erano infiammate, Aron prese le distanze dai movimenti. Nel 1968 coniò il termine groupuscules per bollare la tendenza volta all'esasperazione ideologica dell'estrema sinistra

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    21 Maggio 2017 - 17:05

    Reddito di cittadinanza ?: "Spirto assistenziale sotto virginee forme"

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