Un carteggio con Bobbio aiuta a capire perché il populismo trova ampio consenso anche nel campo progressista

Era il 1992 e un sondaggio condotto tra i militanti del Pds su chi fosse la personalità che meglio interpretasse “le aspirazioni al cambiamento” offrì risultati profetici

Gianfranco Funari

Gianfranco Funari nella trasmissione Apocalypse show (foto LaPresse)

Era il 1992 e un sondaggio condotto tra i militanti del Partito democratico della sinistra (Pds) su chi fosse la personalità che meglio interpretasse “le aspirazioni al cambiamento”, offrì risultati sorprendenti. In testa alla classifica svettava l’ex democristiano Mario Segni, che precedeva Nilde Iotti; terzo Gianfranco Funari e solo al quarto e quinto posto Achille Occhetto e Massimo D’Alema. Intorno a quei risultati, frutto di un’indagine assai attendibile, si aprì una discussione, sulle colonne de La Stampa, tra Norberto Bobbio e me. Una prima notazione può apparire oggi persino divertente. Nel mio editoriale scrivevo: “È l’ultimo segnale dell’avvenuta trasformazione in senso populista della politica italiana”. Pensate: un quarto di secolo fa potevamo parlare di “ultimo segnale”: intanto perché quel segnale arrivava dopo tanti, tantissimi altri; e poi perché eravamo tutti più o meno inconsapevoli (o timorosi al punto da volgere altrove lo sguardo) di quali e quante nuove manifestazioni di quel fenomeno sarebbero seguite, fino a sopraffarci.

 

Tra le cause del diffondersi di uno “stile populista” si citava “l’avvenuta integrazione tra sistema dell’informazione (sempre più esteso e sempre più dominato dalla televisione) e sistema politico”. E, a proposito di quest’ultimo fattore, si segnalava l’emergere nel discorso pubblico di due voci parallele: “la lingua domestica, gastronomica e stercoraria di Gianfranco Funari” e “la parola forte, didascalica e roca di Michele Santoro”. Significativo che, se sottoposti al “giudizio popolare” di quel campione – non si dimentichi: di sinistra – a venir privilegiato e indicato come possibile leader (addirittura al terzo posto) fosse proprio Funari. Ennesima e inequivocabile dimostrazione del fatto che se la tendenza del sistema politico, già allora prevalente, era quella alla “funarizzazione”, su quel terreno è fatale che ad avere la meglio fosse l’originale: appunto Gianfranco Funari stesso. Oppure, per esempio, un quarto di secolo dopo, un Funari più callido come è, a ben vedere, Beppe Grillo. 

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Nella sua colta replica, Norberto Bobbio mette in guardia dal paragonare il populismo del tempo a quello russo o peronista, ma anche a quello italiano dell’interventismo e del fascismo, invitando, piuttosto a concentrare l’attenzione sui tratti di novità. E tra essi il fatto che “l’opinione pubblica non si forma più attraverso i soliti intellettuali, ma attraverso intrattenitori “popolari” che si rivolgono a un pubblico culturalmente più basso”. E Bobbio aggiungeva che “ormai il principale soggetto politico, di cui la classe dominante deve tener conto, sia un insieme indifferenziato di individui, cui si dà il nome generico di “popolo”, di consumatori d’immagine più che di parole, di parole dette più che di parole scritte”.

 

Va ricordato, d’altra parte, che all’epoca – autunno del 1992 – lo stesso Grillo era impegnato nella preparazione del suo show televisivo per Rai 1, e mancava ancora un anno e mezzo alla “discesa in campo” di Silvio Berlusconi. In ogni caso Bobbio sottolineava come rispetto al precedente dibattito, quello degli anni Settanta promosso da Nicola Matteucci, non fosse facile trovare molte somiglianze tra i due populismi esaminati, se non il “generico appello al popolo, alla gente, da cui si attende fideisticamente un rimedio ai mali del Paese”. Piuttosto, ciò che è comune alle diverse definizioni di populismo “non è tanto il significato descrittivo del termine quanto il significato emotivo”. Ovvero che, “a differenza della maggior parte degli ismi politici, che hanno una connotazione ora positiva ora negativa secondo chi li usa, populismo viene usato sempre con una connotazione negativa”.

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Ed è per questa ragione che “non c’è regime, compreso il più dispotico, che non abbia fatto appello al popolo”. Ma emerge un altro dato, quello da cui sono partito, che va approfondito: allora come oggi il populismo trova ampio consenso anche in quelle aree che sono, o sono state fino a ieri, “di sinistra”. Il che smentisce quel luogo comune, così caro e confortevole per tanti, che lo indica come un classico fenomeno reazionario.

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Commenti all'articolo

  • Giovanni Attinà

    26 Febbraio 2017 - 17:05

    Non simpatizzo per i cosiddetti populismi, ma sulle analisi italiche dei commentatori sul populismo ho parecchie perplessità. Del resto , a prescindere da coloro che hanno la parola "populismo" in ogni occasione, è il popolo che sceglie. Giuseppe Mazzini, da non considerare populista, aveva coniato a suo tempo lo slogan "con il popolo e per il popolo". Infatti si governa per il popolo, non certo per la casta e per i cultori di poltrone.

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  • mario.patrizio

    26 Febbraio 2017 - 11:11

    Un vantaggio tattico alla fine si tramuta in un disastro. Penso a chi ha cavalcato il populismo, penso a chi, di fronte alla deriva, non ha capito il pericolo che l'onda avrebbe travolto tutti, accomunati in una unica specie. Vedo come più recente spartiacque le monetine del Raphael che personaggi squallidi hanno pensato di utilizzare a proprio vantaggio. Voglio sperare che l'ottimo Manconi abbia individuato i deplorevoli populisti nelle fila di chi li ha usati.

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    • Alessandra

      26 Febbraio 2017 - 15:03

      Ben detto, complimenti

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