La politica dell’ottimismo è l’antidoto contro le balle del populismo

Compito delle classi dirigenti è fornire ragioni positive sull’avvenire. Il rischio della stagione della post verità è che ad essa faccia seguito una stagione di autoritarismi. Un saggio

Lla politica dell’ottimismo è l’antidoto contro le balle del populismo

“La globalizzazione ha prodotto vasti e indiscutibili benefici, ma le sue dinamiche appaiono soverchiare e schiacciare strumenti e capacità dei decisori nazionali eletti”

Francesco Rutelli, ex sindaco di Roma, ex leader della Margherita, ex vicepresidente del Consiglio, attualmente è presidente dell’Anica, Associazione Nazionale Industrie Cinematografiche Audiovisive e Multimediali, e cofondatore e presidente del Partito democratico europeo (PDE) presso il Parlamento europeo. Il discorso che pubblichiamo è il testo del suo documento politico presentato il 15 dicembre a Roma: “Manifesto per i democratici nell’Europa del XXI secolo”

 

Gli apparati ideologici ereditati dal XIX e XX secolo non riescono più ad interpretare i fatti e le dinamiche storiche, politiche, sociali e culturali del nostro tempo. La catena di comando delle istituzioni politiche sull’Economia e quella dell’Economia sulla Finanza sono state sostanzialmente rovesciate. Restano forti i riferimenti che ci legano allo Stato-Nazione, ma è evidente l’insufficienza delle decisioni che possono essere prese da un singolo Stato.  L’emersione di una classe media globale è stata una novità economica rilevante degli ultimi vent’anni. In parallelo, si è però registrata una grave stagnazione economica delle classi medie nei paesi occidentali, associata all’affermazione inarrestabile di una plutocrazia formata dallo 0,1 per cento della popolazione. Nel motto di Gandhi, “Il mondo è abbastanza ricco per soddisfare i bisogni di ciascuno, ma non l’avidità di tutti”, possiamo sostituire le ultime parole con “l’avidità di pochi”. La prevalenza dello status quo in politica è esaurita. La fine dei grandi riferimenti e contrapposizioni politico-ideologiche non è stata certo sostituita in modo permanente da un “new normal”, basato su una crescita economica diffusa e costante, e sul ruolo delle istituzioni multilaterali – anche a causa di uno slittamento verso forme di fondamentalismo neo-liberista. La ricerca di una rassicurante stabilità non è più premiante nei momenti elettorali. L’offerta e i processi politici vengono giudicati, nel suffragio universale, in base a suggestive e spesso infondate promesse per il domani, piuttosto che per i meriti dimostrati.

E’ sempre più difficile, per chi governa, realizzare le soluzioni promesse, salvo interpretare – e non di rado cavalcare – la protesta anti-élite. Si esaspera così la profezia democratico-liberale di John Stuart Mill sui rischi di “Tirannidi della maggioranza”. La natura e la dimensione del consenso conseguito dalle maggioranze elettorali nei regimi democratici – necessario ad assicurare il governo della cosa pubblica – produce spesso un governo di minoranze. In prospettiva, cresce il rischio di “Tirannidi di minoranze”, mentre si moltiplicano le minoranze inespressive, senza tutele né reale possibilità di ascolto.

 

Il non-pensiero della crisi

Da dove nasce la lunga rivolta populista. Se chi ha fatto scorta di brioche (Clinton) “deplora” chi è senza baguette, Trump è inevitabile. Serve una nuova ideologia forte

 

Per guidare i complessi processi contemporanei sono necessarie, più ancora che in passato, conoscenze e competenze articolate e interdisciplinari: economiche, tecniche, internazionalistiche, culturali, oltre che specificamente istituzionali. Spesso, le dinamiche elettorali portano nella direzione opposta, scontrandosi con una basilare realtà: è impossibile rendere facile ciò che è complesso. L’alimentazione dell’ignoranza può essere elettoralmente pagante (al termine delle elezioni Presidenziali, solo il 44% degli elettori repubblicani accettavano il fatto che Obama è nato negli USA). Ma nel rapporto con la cittadinanza, la politica è comunque sfidata – spesso, col passo di soli 140 caratteri – a cercare di rendere comprensibile il difficile.

Alla scala-mondo, l’ultima generazione ha vissuto una produzione di complessità maggiori rispetto a qualunque altro periodo della Storia umana, senza che siano stati costruiti strumenti adeguati ad affrontarle. Le sfide più difficili per la politica democratica sono dunque tre: governare sia con il consenso che con sufficiente stabilità; governare l’economia senza soccombere alle scorrerie finanziarie; costruire partecipazione civile e classi dirigenti, plurali e capaci.

 

La democrazia è la migliore creazione della storia umana

La democrazia è una visione, e un’incessante conquista. Fondata sul suffragio universale e l’equilibrio tra i poteri, vive dell’autorità delle istituzioni rappresentative. Funziona come efficiente organizzazione dello spazio pubblico. La Democrazia non è una formula astratta, stabilita una volta per tutte, ma un complesso, faticoso, affascinante esercizio collettivo svolto da moltitudini di persone: un processo, diretto da leadership dedite al bene comune, consapevoli delle esperienze, dei progressi, dei drammi del passato. Essa non può vantare una “superiorità morale”: se primeggia, è attraverso un profilo civile e umanistico. Vive, in ogni tempo, se si dimostra efficace, e non solo perché il male minore (Churchill: “E’ stato detto che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte le altre forme sperimentate di volta in volta”). Negli ultimi 15 anni, sono state eluse le profezie su una “Fine della Storia”, come trionfo irreversibile della democrazia liberale. Si è indebolita la forza attrattiva globale delle forme democratiche di governo; sono numerosi i paesi che hanno registrato un regresso delle libertà fondamentali e una crescita di politiche autoritarie, mentre sono entrati in crisi alcuni processi democratici che si erano aperti. Nei paesi a regime democratico, si sta diffondendo sfiducia verso le classi dirigenti pubbliche – viste da molti come élite, colpevoli in particolare dell’impoverimento delle prospettive di avanzamento economico delle classi medie e dei ceti più disagiati.

La crescita delle disuguaglianze sta gradualmente minando la fiducia nella democrazia, il suo prestigio e la sua capacità di consolidamento ed espansione in molte parti del mondo. Cresce piuttosto – anche su basi razionali di polemica verso le involuzioni delle nostre democrazie – la considerazione verso sistemi non-democratici, in cui forme di consultazione pubblica e meritocrazia nei vertici si intrecciano con aspetti di dinamismo economico di mercato. Sempre più, espressioni di populismo si espandono in alternativa alla percezione – convenzionale, o fondata – di una politica come establishment chiuso: queste dinamiche possono velocemente minare le libertà e le responsabilità democratiche. Il male dei populismi è nell’illudere il popolo sull’esistenza di soluzioni semplici a problemi difficili.

In parallelo, cresce l’iper-personalizzazione mediatica delle leadership, che diviene strumento di fatto indispensabile anche nelle democrazie parlamentari. Non si può non ricordare che, in contesti di criticità economica e sbandamento nazionale, demagogia nazionalistica e personalizzazioni pseudo-taumaturgiche furono alle origini delle dittature del secolo scorso. La crisi sostanziale della democrazia risiede nella distanza tra le articolazioni del potere politico e i poteri economico-finanziari esercitati nei processi della globalizzazione: molti tra i problemi maggiormente sofferti dai cittadini non trovano soluzioni efficaci e soddisfacenti da parte della rappresentanza politica, che perde così legittimità e credibilità. La globalizzazione ha prodotto vasti e indiscutibili benefici, ma le sue dinamiche appaiono soverchiare e schiacciare strumenti e capacità dei decisori nazionali eletti.

Paradossalmente, i grandi benefici della Società Aperta e l’accesso universale alle nuove piattaforme tecnologiche e della comunicazione – in modi che avremmo definito ‘miracolosi’ appena 15 anni fa – non sempre contribuiscono ad allargare e migliorare la partecipazione democratica. Non di rado, portano a radicalizzazioni, false leggende, forme di rigetto della complessità e delle diversità, sino a fenomeni di auto-esclusione sociale. Possono trasformarsi in fattori decisivi di esasperazione e sfiducia nella democrazia (l’Oxford Dictionary ha scelto, come espressione-chiave per il 2016, “Post-truth”, post-verità). Linee di frattura profonde si manifestano dunque nelle nostre democrazie. Alimentate da preoccupazioni e paure legittime, da semplificazioni strumentali e infondate, da drastiche chiusure e strumentalizzazioni culturali e politiche, queste fratture possono mettere in causa l’essenza stessa della Democrazia nel XXI secolo.

 

Mondi nascenti

I mercati globalizzati – finanza, divisione del lavoro, competizione tecnologica, accesso alle materie prime, massicci spostamenti delle persone – hanno consentito l’uscita dalla povertà per almeno un miliardo di persone. Negli ultimi 20 anni, la povertà è dimezzata a livello globale, e le persone che vivono con meno di 2 dollari al giorno sono passate dal 37% della popolazione mondiale a meno del 10% (a inizio anni ‘70, il rapporto tra PIL pro capite USA e cinese era di 20 ad 1; 40 anni dopo, si è ridotto a 4 ad 1). La modificazione degli equilibri geopolitici avviene più velocemente che in tutte le precedenti epoche della Storia moderna. Abbiamo compreso che economia di mercato e società aperte, una buona organizzazione, e una decente regolazione dei conflitti sono in grado di risolvere problemi che per secoli apparivano insuperabili. Già nel 1983, Amartya Sen aveva analizzato le maggiori tragedie moderne di carestie e fame, ricavandone un’amara verità: che in ognuno dei casi vi era abbastanza cibo per tutti, e che le sofferenze inflitte a centinaia di milioni di persone erano a maggior ragione ingiuste. Oggi, l’intollerabile persistenza di malnutrizione e fame dovrebbe essere impossibile utilizzando in modo risoluto, efficiente, trasparente gli esistenti poteri e strumenti politici, economici, militari, logistici.

Con i Sustainable Development Goals la comunità internazionale ha definito un cammino razionale e fattibile per l’uscita dalla mancanza di dignità della vita umana. Il cambiamento demografico in atto porterà i nati nel XXI secolo nelle nazioni più sviluppate a vivere circa 100 anni, con un generale invecchiamento della popolazione e vasti fenomeni migratori come fattori permanenti. Il 3% della popolazione mondiale vive oggi in un altro paese rispetto a quello di nascita, ma il 13% degli adulti (secondo un recente sondaggio Gallup) vorrebbe muoversi, per ragioni (non facilmente separabili tra loro) di tipo economico, umanitario, ambientale. Necessità e difficoltà dell’integrazione imporranno di superare sia la pretesa dell’assimilazione egemonica – talvolta, xenofobica – che la teoria del multiculturalismo, ovvero di una astratta fusione, se non “meticciato”, di culture. Ciò renderà indispensabile nelle democrazie un pluralismo interculturale, associato al rispetto delle regole dello Stato di diritto; in particolare, rispetto a costumi che pretendano di cristallizzare un’inferiorità della condizione femminile, o a dettami che rifiutino il primato della laicità nello spazio pubblico.

Una criticità maggiore risiederà nel contrasto fra globalizzazione della finanza, dei commerci, dei beni e servizi, della tecnologia, delle idee, e quella delle persone. Complessità e contraddizioni riguardanti le migrazioni umane si stanno traducendo nella quotidiana erezione di muri e barriere di contenimento, in selezioni ed esclusioni. Crescerà la difficoltà di governare il fondamentale Diritto dell’Uomo alla libertà di movimento, che porta con sé indispensabili regolazioni, e richiede sanzioni per le migrazioni clandestine e criteri di eleggibilità per profughi e rifugiati.

Il fattore religioso è in ripiegamento nelle società occidentali secolarizzate (anche se resta una pretesa discutibile presentare come ‘progressi’ cultural-sociali le loro trasformazioni in regimi di dogmatismo antireligioso). Sarà fortemente interpellato il ruolo dell’Islam, le cui maggioritarie componenti di equilibrio e responsabilità non potranno eludere la sfida proveniente dai gruppi fondamentalisti,?con le loro pratiche violente ed oscurantiste, le loro affermazioni di potere simbolico-ideologico, la volontà di diffondere conflitti anche nelle comunità musulmane nei paesi di emigrazione. 

Avremo meno breakthrough, svolte tecnologiche e produttive epocali, come le abbiamo sperimentate dalla Rivoluzione Industriale in avanti. Avremo ulteriori aperture nell’accesso alle tecnologie (ha ricordato il segretario dell’OCSE J. A. Gurria che nel 1992 erano necessari 360 anni di salario medio per comprare un computer con le capacità di un Ipad); e crescenti capacità disruptive – distruttive - proprie delle forme innovative di organizzazione di nuove offerte e domande sul mercato digitale. Lo sviluppo rapido di un’economia che è stata definita, talvolta impropriamente, collaborativa (sharing economy), apre rilevanti esperienze sociali nei mondi interconnessi, spesso a beneficio delle classi medie, ed anche aspre controversie sugli strumenti di assicurazione sociale e correttezza fiscale.

Non avremo nuove generazioni di robot alla presa del potere. Ma la crescita costante dell’automazione e l’Intelligenza Artificiale cambierà?profondamente la determinazione e l’offerta del lavoro, le sue forme e le sue retribuzioni. Spariranno molte decine di milioni di impieghi tradizionali (dalle amministrazioni, alla logistica, alla diagnostica medica, solo per fare alcuni esempi).?Saranno richieste nuove competenze, nei mestieri di cura delle persone, nei servizi per la sicurezza fisica e cibernetica, nelle industrie della qualità (alimentare, della gestione del tempo libero, del turismo e della cultura), nei settori creativi e dell’innovazione.

Sarà necessario – a fronte di drammatiche perdite di occupazione per la rapida scomparsa di impieghi produttivi e professionali a bassa qualificazione – sopperire con sussidi pubblici. Ma andrà scongiurata, attraverso una formazione permanente direttamente connessa con le nuove domande di lavoro, una frattura radicale tra settori e lavori ad alta specializzazione e sistemi di emarginazione assistita della “ex-classe media” e dei giovani, con perdita dirompente della dignità del lavoro fisico. Mai dimenticare ciò che scrisse Freud: “Amore e lavoro… lavoro e amore, questo è tutto ciò che esiste”.

La grande novità, nel rapporto tra amore e lavoro, è rappresentata dall’irruzione delle nuove conoscenze, in relazione trasformativa con i processi economici e tecnologici. Con un enorme impatto in virtù dell’allungamento della durata dell’esistenza umana attorno – e oltre – i cento anni. Dai tre stadi tradizionali dell’esistenza attiva (formazione, lavoro, pensione) e dallo svolgimento tradizionale, in Occidente, delle relazioni affettive e familiari (nella giovinezza, con il matrimonio e la nascita di figli, nella vecchiaia), stiamo passando a realtà molto più articolate. Non solo con riferimento ai generi, ma, appunto, a stagioni, sempre meno compartimentate, dell’esistenza umana.

L’apprendimento dovrebbe durare tutta la vita. Il lavoro non sarà più lo stesso per tutta la vita. La pensione potrà non essere sufficiente ad assicurare la vecchiaia. Questi fatti sono clamorosamente evidenti per l’Europa, che attualmente ha circa il 7% della popolazione, il 20% del PIL, il 50% della spesa sociale a livello mondiale. In termini di opportunità, il passaggio ad una vita più lunga accrescerà il valore del tempo, se consentirà maggiori flessibilità ed opzioni in termini di esperienze, conoscenza ed interrelazioni. Grazie alla scienza e alla medicina stiamo anche conoscendo una riduzione della morbilità (malattie invalidanti) e della non-autosufficienza degli anziani. Una vita decente e soddisfacente per gli anziani è favorita da servizi e prestazioni che hanno grande valore, anche se non vengono calcolati nel Prodotto Interno Lordo. Seppure la misurazione (aggiornata) del PIL rimarrà indispensabile, essa sarà davvero meno importante per la qualità della vita delle persone, come nella celebre espressione usata da Robert Kennedy a proposito di una “vita che sia degna di essere vissuta”.

Quello che spesso viene chiamato “populismo” si tradurrà in molti Paesi nell’inedito potere di protesta – e nell’influenza, rilevante, e spesso preziosa – dei ceti esclusi dai dividendi della globalizzazione. I cicli politici del potere democratico saranno più brevi. Finita l’età degli arcana imperii, il pubblico esigerà promesse semplificate nell’arena mediatica, con un rischio crescente di irresponsabilità politica – talvolta, auto-incendiaria; spesso, insoddisfacente. Tra i risultati: frequenti ricambi della classe politica, e un radicale indebolimento della terzietà delle istituzioni, come “casa di tutti”; una minaccia fondamentale per l’efficienza del pluralismo (o Poliarchia, secondo la lettura di Dahl). Diviene ancora più stringente la profezia di John E. Acton: “Il potere corrompe. Il potere assoluto corrompe assolutamente”. (…)

I principali luoghi del cambiamento, pur nella moltiplicazione delle ‘piazze virtuali’, rimarranno le città. Si affermeranno quelle comunità che sapranno combinare identità territoriali e dinamismo trasformativo. Come città-guida, città-mondo, prevarranno quelle in grado di combinare innovazione nel volto fisico e nei servizi, e nella concentrazione di conoscenze e capacità creative. Il cambiamento globale sarà dirompente: 1,4 milioni di persone si sposteranno ogni settimana, da oggi al 2050, nelle città. Ogni persona attiva dovrà dunque cercare di pensare ed agire sia localmente che globalmente. Le tradizioni regionali, locali e di gruppo – e anche di moderne “tribù”- conquisteranno maggiore peso.

La partizione politico-istituzionale si misurerà su tre livelli: territoriale, statale, sovranazionale. Il primo, basato sulla prossimità. Il secondo, sull’organizzazione nazionale. Il terzo, sulla sfida a non soccombere rispetto a poteri transnazionali privi di responsabilità generale. Come ha detto Mario Draghi (richiamando De Gasperi) a proposito delle priorità su cui basare le scelte): “Le sfide comuni andranno affrontate con strategie sovranazionali, anziché intergovernative”.

 

La politica ha perduto il suo potere?

Solo i partiti, come parti politiche, potranno anche in futuro organizzare un motivato, diffuso e libero impegno nello spazio pubblico. Solo un impegno collettivo può consentire di perseguire opportunità di crescita e liberazione individuale, e maggiori traguardi per le nostre comunità. Ma i partiti esistono se sono Parti in causa; muoiono, se sono inconsistenti nel pensiero e come comunità di persone che cooperano anche quando confliggono. Vivono, se sono progettuali. Si affermano, grazie a leadership capaci e coraggiose, se stabiliscono legami di fiducia fondati sui propri progetti, e se dimostrano capacità di governo. Per quanti meriti e demeriti si possano loro attribuire, i partiti sorretti dalle ideologie totalizzanti e le visioni semplificate del XIX e XX secolo non esistono più.

Non è ripetibile la capacità di ideare e gestire la partecipazione organizzata di massa che si è affermata nella seconda metà del Novecento. Se la politica ha perduto il potere di padroneggiare la finanza, sta perdendo – ed è molto peggio – il potere dell’immaginazione. I partiti politici del XX secolo sono stati rimpiccioliti dalle incapacità di guidare o almeno condizionare i grandi processi economici nel mondo globalizzato e di limitare le crescenti diseguaglianze. Sono stati indeboliti dalla difficoltà di rappresentare efficacemente interessi diffusi ed organizzare, in forme nuove, una partecipazione costruttiva dei cittadini. Vengono sostanzialmente esclusi dai dialoghi sociali che scorrono – curiosi, sentimentali, o, nelle vicende pubbliche, prevalentemente animati da espressioni di rancore - sulle piattaforme di comunicazione digitale. Senza esercitare il Potere delle Idee, il partito politico soccombe inesorabilmente all’antiPolitica. Se movimenti e aggregazioni sociali, culturali, di volontariato sono fondamentali, in quanto autonomi e – meglio - separati dai Partiti, una Politica incapace di contribuire al senso del destino personale e collettivo delle persone è condannata al fallimento.

 

L’Europa è unica e preziosa. Ma rischia di essere travolta

L’Europa è un’idea antichissima. Basata, alle origini, anche su una sorta di contrapposizione tra civiltà occidentale e dispotismi orientali. Un’idea che è risorta nel secondo Dopoguerra, dopo le catastrofi del secolo scorso che hanno visto il Vecchio Continente al centro di aberrazioni nazionalistiche e orribili stragi, con decine di milioni di morti nelle due Guerre, sino alla Shoah.

Il successo dell’integrazione europea è stato grande: pace stabile nei suoi confini, affermazione di sistemi democratico-liberali anche dove vi erano dittature, crescente e diffuso benessere economico.

Questo successo, accelerato nell’ultimo trentennio del XX secolo, è stato consacrato con la caduta della Cortina di Ferro e l’unificazione tedesca; ha segnato una pagina storica con la creazione dell’euro.

Qualcuno ha immaginato che fosse un successo definitivo. Invece, la capacità dell’Europa di avanzare nelle crisi – che ha accompagnato la crescita di questo processo - non va più data per scontata. L’efficacia del processo di integrazione, tra Nazioni e popoli di 440 milioni di persone – dopo l’uscita del Regno Unito - rappresenta l’unica strategia possibile, nell’interesse di noi cittadini e delle future generazioni. L’alternativa è la rassegnazione: alla crescente sfiducia della cittadinanza e all’inesorabile perdita di influenza dell’Europa nel mondo. Ovvero, una crisi radicale dell’Unione. Solo un’Europa unita, democratica, dinamica può progredire. Un’Europa divisa è condannata a regredire.

L’umanità va verso i 9 miliardi di abitanti. I rivolgimenti geopolitici si moltiplicano. Dunque, è l’unione che fa la forza. A dimostrarlo, sono evidenti le ragioni dell’economia (i Paesi europei membri del G7 sono destinati ad uscire tutti, nei prossimi decenni, da questa graduatoria mondiale); e le ragioni della demografia (a metà secolo, un abitante del mondo su 4 vivrà in Africa; la sola Nigeria avrà più abitanti dell’UE). Un destino di irrilevanza nella scena internazionale si staglia sulla nostra Europa.

L’Europa è tuttora il continente della Poliarchia, anziché delle oligarchie o dei dispotismi. Le nostre ricchezze sono pluralismo e diversità: ci rendono meglio attrezzati per affrontare sfide e complessità del secolo. Siamo uniti dai valori dei nostri Trattati; ma i valori non sono un diritto di nascita, e i Trattati possono cambiare., Occorrono quindi decisioni strategiche della leadership europea, strumenti istituzionali e procedure profondamente rinnovati, coinvolgimento del demos europeo – non meno che dei demoi nazionali - all’altezza di queste sfide. Altrimenti, dalla ‘crisi esistenziale’, sarà breve il passo verso il crollo verticale, e la disgregazione. Per l’Europa, il celebre motto di H. G. Wells, “Adattarsi, o perire” è ormai mutato in “Cambiare, o perire”? Una crisi è esistenziale se si smarriscono valori e princìpi. Noi europei siamo cresciuti perché abbiamo assunto i valori cristiani, ma senza l’Oscurantismo e il potere temporale; i valori illuministici, ma senza sopraffazione e Terrore. Abbiamo conosciuto e vissuto il Male più atroce; guai a dimenticare gli Alleati che, nella II Guerra Mondiale, ci hanno aiutati a sconfiggerlo. Abbiamo sperimentato i guasti dell’esasperazione nazionalistica, dei rancori e delle esplosioni della violenza. Guai a riaprire quelle porte. Abbiamo conquistato una dimensione di collaborazione e integrazione che si è dimostrata anticipatrice rispetto ai tempi attuali: non possiamo regredire a dimensioni palesemente inadeguate e insufficienti. Tuttavia, solo evocare le intuizioni, le visioni e il coraggio dei Padri Fondatori, non serve praticamente a nulla. Viviamo, e vivremo, tempi molto diversi. L’Europa non potrà convincere nessuno della sua utilità, se la sua economia sarà stagnante, e le sue istituzioni saranno vissute come un armamentario lontano, inefficiente - se non controproducente - rispetto alla vita concreta delle persone. Secondo la rilevazione dell’Eurobarometro 2016, solo un cittadino su tre ha fiducia nella UE. Se Washington è vista dagli americani come il labirinto delle lobby senza controllo, Bruxelles sta purtroppo assumendo la stessa fisionomia agli occhi degli europei. Per fare avanzare la grande conquista europea dell’Unione in una democrazia sociale di mercato, per riconquistare cuori e menti degli europei, occorre dimostrare che, grazie all’Europa, il nostro avvenire sarà migliore. Il Capitalismo nel XXI secolo ha gli stessi fondamenti dei secoli passati, ma dinamiche e meccanismi nuovi. L’assicurazione politico-istituzionale-economica UE rispetto ai fallimenti del mercato è più che mai importante. Forme di regolazione efficienti lo sono altrettanto, per non cadere in un fondamentalismo neo-liberista che pretende di ignorare la crescita di radicali ineguaglianze. Un’Europa rifondata dovrà essere più trasparente nei suoi meccanismi, superando l’insostenibile segretezza dell’organo più potente – il Consiglio Europeo. Più semplice nelle normative, formate di troppe decine di migliaia di pagine. Più democratica, integrando in alcuni momenti decisionali le rappresentanze dei Parlamenti nazionali interessati; assicurando che almeno il 15% dei deputati europei sia eletto su base proporzionale in un’unica circoscrizione europea, con un candidato Presidente dell’UE come capolista; attribuendo il potere di iniziativa anche al Parlamento. Rafforzando e semplificando i poteri dell’iniziativa dei cittadini europei previsti dal Trattato di Lisbona, e il ruolo dei partiti politici europei. Rafforzando – oltre che il Presidente – la compagine della Commisione, incluse stringenti verifiche sui possibili conflitti di interessi dei suoi componenti. Nel governo delle migrazioni, occorre subito un controllo rigoroso con una comune polizia delle frontiere, il contrasto diretto e severo della regia dei traffici illeciti dei migranti da parte di organizzazioni criminali e corruttrici (anche attraverso il coordinamento delle intelligence), una gestione coordinata degli arrivi, dei controlli, dei rimpatri, e il supporto alle politiche di integrazione. L’Europa dovrà distinguere tra coloro che entrano per cercare rifugio, da quelli che non ne hanno diritto, e incoraggiare fortemente quanti vogliono diventare europei, attraverso una Dichiarazione di Cittadinanza di condivisione di valori, diritti e doveri, principi di pluralismo e coesione sociale europei. Gli “anelli” esterni all’Unione vanno integrati con strategie di medio-lungo termine, concentrando le risorse per la cooperazione e lo sviluppo sull’attuazione e la verifica dell’efficacia di queste strategie, a partire dall’Africa, le sue esigenze e le sue opportunità economiche, energetiche, agricole, commerciali. L’Eurozona non può rimanere a metà. Non si deve rinnegare la stabilità: il controllo dei deficit – come, nel passato, dell’inflazione – significa un dovere di serietà da parte di ciascuno dei contraenti di un Patto sovranazionale; evitare eccessivi avanzi di bilancio ed assicurare la mutua garanzia del debito proveranno la solidità del patto, e ridurranno i rischi di speculazioni finanziarie. Il Patto deve orientarsi immediatamente verso strumenti efficaci per la crescita economica e la riduzione della disoccupazione. Un’equa Unione bancaria è indispensabile. Una strategia per il commercio internazionale che porti l’UE fuori dalle paludi di nuovi protezionismi, robusti programmi di investimenti sia pubblici che privati – attentamente monitorati - sono essenziali. Politiche industriali alla scala europea, investimenti in ricerca, avanzamenti tecnologici e nei servizi a beneficio del cittadino-consumatore, sono urgenti. L’EuroUnione, unione sociale ed economica a un tempo, è l’unica risposta credibile al rischio di sgretolamento della zona Euro. Lo sviluppo coraggioso di progetti di “europeizzazione” e internazionalizzazione degli studi, della formazione e dell’accesso al lavoro dei giovani è essenziale, per abbattere l’intollerabile tasso di disoccupazione giovanile in diversi paesi, per accrescere vantaggi e buona percezione dell’integrazione tra i giovani europei, e superare qualche eccesso retorico sulla “fuga dei cervelli”. Se l’Europa ha iniziato il proprio cammino con la CECA (Comunità del Carbone e dell’Acciaio), ora tocca all’Unione Energetica, ovvero la capacità di immagazzinare e trasmettere energia sufficiente per assicurare la sicurezza energetica, prevenendo crisi e minacce esterne su ciascun paese UE; di realizzare gli obiettivi stabiliti di riduzione delle emissioni inquinanti e climalteranti; di investire e creare posti di lavoro permanenti nei settori produttivi e dei servizi ambientali ed energetici, facendo della ‘crescita Verde’ una cifra determinante della nuova identità europea. Più che un “esercito europeo”, occorre una Difesa europea, attraverso?una Cooperazione strutturata, secondo quanto previsto dai Trattati. Si tratta di raccogliere un insegnamento profondo – anche perché nato nelle macerie della II Guerra e dei totalitarismi – del Manifesto redatto a Ventotene da Ernesto Rossi e Altiero Spinelli. E’ demenziale che gli europei spendano quasi la metà degli USA per la difesa, con una capacità militare di poco superiore al 10 per cento. Consolidando su nuove basi l’Alleanza Atlantica, realizzando l’interoperabilità, e le capacità di intervento con comando unico per il mantenimento della pace nelle crisi esterne e un’efficiente prevenzione unitaria ed azione anti-terrorismo per la sicurezza interna dell’Unione. Se nel 1949 Robert Schuman ammise, con coraggio, che il piano per la CECA era un “salto nel buio”, oggi è compito della politica europea dimostrare la credibilità, l’attrattività e la convenienza di un salto verso il futuro. Paesi membri e Istituzioni dell’Unione debbono agire senza indugio e senza paura. Se alcuni Paesi vorranno ritirarsi, faranno parte di livelli di cooperazione differenziati: così si realizzerà l’Europa a più “cerchi” che la Brexit ha reso inevitabile. Solo così il cuore unitario dell’Europa troverà la forza per tornare a fare cose grandi.

 

Perché il Partito Democratico Europeo

Creato a Bruxelles nel 2004, il PdE è un Partito politico Democratico e pro-Europeo. Animato da forti convinzioni, il PDE è organizzato in modo semplice e trasparente. Questo documento illustra alcune analisi, idee, proposte che ci accomunano. E’ possibile per ciascun cittadino europeo (anche se fa già parte di un altro soggetto politico, nazionale o internazionale) aderire personalmente al Partito Democratico Europeo, per contribuire a renderlo migliore. Con queste pagine, vogliamo contribuire a definire un’avanzata Piattaforma pro-democratica, pro-europea, per la riscossa della partecipazione e la nascita di nuove energie politiche, in spirito di larga unità e per contrastare i veleni delle divisioni faziose e del rifiuto dell’ascolto degli altri. Compito di una politica democratica e umanistica è fornire ragioni di ottimismo sull’avvenire. Il vero rischio della stagione dei populismi è che ad essa faccia seguito una stagione di autoritarismi.

Il principale conflitto tra i politici del XXI secolo sarà tra ottimisti e pessimisti: con i secondi a gettare il nero allarme sui problemi e alimentare le divisioni nelle nostre società. I primi, dovranno dimostrare credibilità nell’affrontare i problemi e nelle capacità di risolverli, coinvolgendo la grande opinione pubblica, non offrendo solo formule mediatiche solitarie. Altrimenti, il pessimismo del popolo sommergerà ogni possibile ottimismo del potere. Se l’Educazione si diffonderà nel terreno digitale (con l’incessante alternativa tra avvelenamento dei pozzi della conoscenza, e cicli produttivi e creativi nella società aperta), la Cultura si confermerà come il potere di riconoscersi, senza neppure conoscersi. La perdita di molti tradizionali legami cultural-popolari interpella specialmente il trasferimento alle nuove piazze virtuali di inediti processi di apprendimento e giudizio: la Rete per la Conoscenza, non per l’Ignoranza.

L’uomo – “animale politico” secondo Aristotele – ha il diritto, ma ancor più il bisogno, di partecipare alla vita pubblica. Hannah Arendt sostiene da parte sua che “L’Uomo non è zoon politikon”; che “la politica nasce tra gli uomini; e si afferma come relazione”. La sintesi, sempre con Arendt, è che il senso della Politica è la libertà, e il suo scopo è nella parola latina agere, ovvero avviare; dunque, scatenare un processo. Il suo contenuto è nel pluralismo umano, con la costante presenza degli altri, e la comunicazione tra eguali nello spazio pubblico.

Come tornare a far incontrare le persone su progetti che accomunino generazioni diverse, e interessi differenziati? Dove ritrovare un senso della Politica? Nella crescita dei radicamenti locali. Oppure, in nuove visioni ideali, umanistico-universalistiche. Nella ri-definizione etico-politica dei valori economici e della ricchezza. Nell’organizzazione complessa e “contemporanea”dei rapporti dare/avere tra le persone. Oppure nella re-invenzione di missioni collettive organizzate su basi e mezzi nuovi? E’ imprescindibile una nuova classe politica. E occorre prepararla alle responsabilità pubbliche. Non solo nel senso generazionale, se è vero che le nuove generazioni hanno guidato le maggiori rivoluzioni storiche, mentre è vero, oggi, che nelle società avanzate prevalgono numericamente le generazioni mature: mentre, purtroppo, si registra un diffuso ritrarsi dei giovani dalla partecipazione politica. Il cambiamento delle leadership politiche sarà dunque effimero, se non sarà frutto di condivisione tra generazioni. La politica non sarà più necessariamente una professione a vita; né potrà essere dominata da brevi avventure dilettantistiche. Le classi dirigenti politiche saranno sempre più parte della società reale, e dovranno essere capaci di suonare sull’intera tastiera delle materie economiche, amministrativo-gestionali, istituzionali, sociali e culturali. Sfide molto difficili, che richiederanno nuovi processi di selezione e formazione politica e nuovi processi di qualificazione di servitori pubblici competenti, indipendenti dalla partigianeria politica. (…)

Concepite come critica al rifiuto della trascendenza, si possono applicare oggi alla politica le eterne parole di Socrate a Fedone: “Sarebbe ben comprensibile se uno, in ragione dell’irritazione per tante cose sbagliate, per il resto della sua vita prendesse in odio ogni discorso sull’essere e lo denigrasse. Ma in questo modo perderebbe la verità dell’essere, e subirebbe un grande danno.” Parole che risuonano bene, sia rispetto ai populismi – che si sono già presentati molte volte negli appuntamenti della storia moderna - che all’impoverimento drammatico della dignità e autonomia delle Istituzioni.

Se cresce la distanza tra la richiesta da parte della cittadinanza di soluzioni politiche vicine, e concrete, il consenso è breve, e “nervoso”. La cosa più importante da fare è costruire la solidità, l’autorevolezza, la fisicità di una moderna organizzazione politica. Il compito più importante, quello di cui nessuno parla, e da cui tutti fuggono, è dunque la nuova organizzazione della politica. La missione più alta è la formazione di nuove generazioni disponibili all’impegno politico, e l’aggregazione di personalità e competenze capaci di svolgere bene il servizio pubblico. Iniziatori, creatori, organizzatori, formatori, attori: questi saranno i leader del XXI secolo. La competizione tra loro, alla ricerca del bene comune, sarà la condizione per la riscossa e la rifondazione, oppure per il fallimento della Politica nella nostra Europa.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    01 Gennaio 2017 - 16:04

    Eh sì, l'ozio è il padre dei vizi, Rutelli è da tempo un "oziante" della politica, ergo, pratica il "vizio". La presunzione di credersi in grado di elaborare analisi e giudizi e proposte “alte, auliche, nobili, apodittiche”: la quadratura del cerchio. Ora, a parte il rilievo che quando a proporre ottimismo era un altro, lo stesso veniva tacciato d’imbecillità, rimane oscuro capire come non ci stanchiamo mai, proprio mai, di prenderci per culo tra noi e, soprattutto, perché tutti lo pratichino appassionatamente. Capisco l’inevitabile ricorso alla suggestione, al suscitare speranze, prospettive, illusioni, e a proporre sempre il “come dovrebbe essere”. La Storia dell’uomo ce lo ha raccontato il mille modi, ce lo ha dimostrato abbondantemente: “il come dovrebbe essere” è forma mentis individuale, soggettiva, opportunistica: mai potrà avere valenza collettiva. Allora? “Avanti indré, avanti indré, che bel divertimento. Avanti, avanti indré, la vita è tutta qua”. Un sorriso, suvvia!

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  • Nambikwara

    Nambikwara

    01 Gennaio 2017 - 11:11

    Molto tempo disponibile: saggio o son desto? Una "nuova iniziativa" si è profilata: fare un nuovo partito all'estero; molto global bravo.

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