Raggi e il Capodanno romano, la festa è finita

A Roma va in scena la prova generale di un mondo dominato da decrescita felice e no logo

raggi roma

Virginia Raggi (foto LaPresse)

Prima l’albero di Natale senza palle, poi il divieto dei fuochi d’artificio, poi il Capodanno dal basso, gratuito, a chilometro zero. A Roma Capitale va in scena la prova generale di un mondo dominato da decrescita felice, disintossicazione dai consumi, bandi pubblici bloccati e ricorsi al Tar, come quello depositato dall’Associazione pirotecnica italiana. Tutti i giornali parlano di gaffe, errori di comunicazione, inesperienza nella gestione degli eventi. Sono giovani, si faranno. In pochi invece colgono la straordinaria coerenza ideologica dei Cinque stelle, che possono essere rimproverati di molte cose tranne che di provare con tenacia a realizzare i loro programmi elettorali. Come aveva ammonito Di Battista, “se vinciamo a Roma, la festa è finita”. Nel comunicato ufficiale in cui si invitano i cittadini a voler “condividere il proprio talento” esibendosi sui ponti sopra il Lungotevere, ovviamente a titolo gratuito, non c’è inadeguatezza ma semmai la limpidezza di un movimento che mette in pratica l’economia del dono di Latouche, o quantomeno prova a prenderla sul serio. Se Di Maio può fare un giorno il ministro degli Esteri, chiunque può mettere in scena uno spettacolo per l’ultimo dell’anno. E’ la democrazia diretta, bellezza. Se uno vale uno, vale uno sempre.

 

E allora non si capisce l’indignazione, non si capisce lo stupore, non si capisce cosa si aspettassero i romani votando in massa la Raggi: Totti e Kim Kardashian calati su un elicottero a piazza del Popolo sopra un orso polare? Il Capodanno di Roma senza sponsor non è solo un segno inequivocabile della punta di massima irrilevanza raggiunta dalla città, pardon, del “momento un po’ complesso” che sta attraversando Roma, come dice Virginia Raggi tra le lacrime. Il punto è un altro. Fatta salva l’inadeguatezza, l’idea di gestione della città che prende forma tra il cupo albero natalizio e il Capodanno da centro sociale viene fuori dagli universi distopici della “Scommessa della decrescita” di Latouche e di “No Logo” di Naomi Klein, perché come scrive la teorica della lotta alla globalizzazione, “si sa che i soldi degli sponsor finiscono sempre offshore”. Virginia Raggi lo sa.

Recensione (seria) delle proposte (serie) per il programma grillino

Quelle in gara fino alle 19 di ieri erano 105. Le più convincenti sono state selezionate attraverso il Sacro Blog. Uno spasso

Meno sponsor, più onestà. L’assessore alla Crescita culturale, Luca Bergamo, si adegua. Non c’è crescita culturale senza decrescita felice. Può parlare quanto vuole di “fraintendimenti” su quell’“a titolo gratuito” del comunicato e di paragrafi sugli “artisti di strada” che sono saltati durante la pubblicazione. Ma nell’anticapitalismo grillino la festa non è concepibile se non come evento comunitario, ecosostenibile, orizzontale. Ovvero, ventiquattro ore di musica e balli e reading, “da ognuno secondo le proprie capacità, a ognuno secondo i propri bisogni”, ma sempre con Ascanio Celestini e l’Orchestra di Piazza Vittorio, di cui è chiaro che non ci libereremo mai.

 

Ma c’è l’esempio di Appendino a Torino, dirà qualcuno. A Torino, col bando è andata meglio. Ma per vincere era richiesta la presentazione di proposte culturali che prevedevano l’esibizione di “talenti locali” in ambito rock e hip hop. Sonny Rollins avrebbe perso, a meno che non fosse nato a Bardonecchia.

 

Bisognerebbe prendere sul serio la gestione grillina degli eventi. Bisognerebbe prendere sul serio la loro idea di “spettacolo” e “festa”. L’ossessione della trasparenza, l’ecologismo delirante, la retorica anticonsumista che porta a risparmiare sulle palle dell’albero di Natale si saldano all’idea del cittadino rousseauiano che si immerge nella differenziata ma diffida delle mollezze dell’arte, delle imposture della cultura e della scienza che “rafforzano la schiavitù dell’uomo, anziché aiutarlo a liberarsi”. Un obiettivo della futura civiltà della decrescita, scrive Latouche, sarà la “riabilitazione dei falliti”. In un mondo dominato dalla logica del dono, dall’economia relazionale, i falliti spariscono e diventano felici. Per ripresentarsi in massa la notte dell’ultimo dell’anno a fare le capriole sopra ponte Sisto.

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Commenti all'articolo

  • gaetano.tursi@virgilio.it

    gaetano.tursi

    30 Dicembre 2016 - 12:12

    La decrescita felice. Ovvero la versione 2.0 della socializzazione della povertà. O, se preferite, il comunismo senza il mito del comunismo. Più che sprovveduti, depressi a loro insaputa (i cinquestelle, intendo). E con effetti deprimenti: che è la malattia del secolo, no?

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    • guido.valota

      30 Dicembre 2016 - 18:06

      Ottima sintesi. Falliti prima ancora di cominciare a pensare come.

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