Così si vive in Kurdistan

Sarti che fanno fortuna cucendo bandiere. Ieri col sole raggiante e oggi nere di lutto per l’addio a Talabani

Così si vive in Kurdistan

C’è una baracca, al bazar attorno alla Cittadella, che vende quasi solo chiodi, nuovi, raddrizzati o storti e da raddrizzare, con tre tariffe differenti, naturalmente. Ci passo parecchio tempo. Chi sta lontano chiede spesso come si viva in questo Kurdistan, con una sentita apprensione. Si vive così, “normalmente”, vendendo e comprando chiodi (pochi) o oro a 24 carati (di più), sul permanente rumore di fondo degli eventi clamorosi che porta ogni nuovo giorno: una guerra che si è appena spazzata via, un’altra che preme alle porte, gli aeroporti svuotati, la scommessa vinta di un referendum per l’indipendenza, il vecchio Mam Jalal che muore nel momento giusto, il viavai diplomatico del mondo intero, le minacce e le promesse, e le bandiere dappertutto, ieri col sole raggiante, oggi nere di lutto, domani chissà. Un sarto turcomanno, pur scusandosi coi suoi notabili, si è augurato un referendum all’anno per farsi ricco con le bandiere tagliate e cucite da tutta la famiglia. La cassa di Jalal Talabani era coperta dalla bandiera curda: qualche notabile iracheno e una televisione araba hanno interrotto presenza e trasmissione per protesta. Ma no, hanno detto all’indomani i curdi, strizzando l’occhio, è stata una distrazione del cerimoniale.

 

Le immagini del funerale di Jalal Talabani

A Suleymanyah migliaia di persone per l'addio all'ex presidente iracheno 

 

Al funerale di Talabani, venerdì, nessuno ha dato cifre sulla partecipazione, impressionante: “C’era mezzo Kurdistan”, ha detto qualcuno. “Il referendum aveva votato, il funerale ha ratificato”, ha detto il mio amico Lokman. Da Erbil a Suleymanyah, passando per Kirkuk e per una mezza dozzina di check-point, nessuno mi ha chiesto un documento: “Bakher beyt”, dicono, con la mano sul petto, benvenuti. La calca di Suleymanyah era tale da spaventare più di ogni aggressione esterna, e non c’è stato il minimo incidente, come nel giorno del referendum, del resto. Hanno un misterioso modo di sentirsi sicuri questi curdi. Alla solenne cerimonia funebre tenuta a Erbil ho guardato sfilare e prendere posto tutti i notabili: lo spettacolo più vicino a un congresso democristiano siciliano guardato da Leonardo Sciascia, a condizione che Sciascia potesse guardarlo con una certa simpatia. (La Dc infatti era divisa, più che in correnti, in tribù). Ognuno è a suo modo un capo, e spesso arriva col suo seguito.

 

I capi sono anziani o vecchi, il Kurdistan è un patriarcato (le donne stanno da un’altra parte). Si capisce che si conoscono tutti e che hanno in comune un lunghissimo passato, che hanno combattuto insieme o si sono combattuti alla morte, o hanno fatto e fanno affari. Hanno una fierezza così certa da non essere esibita e però mostrano di riconoscere una gerarchia indiscutibile, nel modo di salutarsi. Si saluta e si viene salutati camminando tra due ali di ospiti, alzando la mano e alternamente posandola sul cuore. All’arrivo, si rivolge quel saluto circolarmente a tutti quelli che sono già seduti, e che lo ricambiano sollevandosi a metà. Una volta seduti, lo si ripete ancora, sollevandosi, il nuovo arrivato e gli altri, sempre ripetendosi il “Bakher beyt”. I vecchi in maggioranza indossano il costume tradizionale. Arriva da solo un vecchio piccolo e minuto, in costume grigio, turbante bianco e nero, bastone. Lo salutano con un rispetto speciale, mi pare. A rischio di trasgredire la solennità della cerimonia, trovo il modo di fargli una fotografia, così potrò chiedere chi è. E’ Said Kaka, il signor Said, un combattente strenuo fin dagli anni ’60. Nessuno sa quanti nemici abbia ammazzato e quanti abbiano cercato invano di ammazzarlo. E’ anche un uomo di spirito. In parlamento, dove sedeva assiduamente senza mai prendere la parola, un giorno alzò la mano. Si fece un gran silenzio, tutti tesi ad ascoltarlo finalmente. Indicò un punto vicino e disse: “Ti è caduta una penna”. Mi giurano che è una storia vera.

 

E la guerra? Scaramucce, per ora, roboanti sono sempre le parole. Erdogan, dopo essere andato pressoché da questuante a Teheran, sta per andare a Baghdad con Rohani e Abadi, per la bizzarra Triplice turco-sciita che ho già segnalato (gli iracheni dicono di aver invitato anche il governo siriano, col che la girandola di Erdogan sarebbe completa). Scricchiola lo schieramento sunnita, compreso quello affiliato alla vecchia volpe sciita Maliki: il presidente arabo-sunnita del parlamento iracheno, al Juburi, è venuto a Erbil a incontrare Barzani, col vicepresidente Allawi, che si era già dissociato dall’oltranzismo bellicoso e dall’embargo dei suoi colleghi. Baghdad li ha sconfessati. Attorno a Kirkuk succedono “incidenti” fra milizie sciite e peshmerga: gli iracheni hanno ripreso Hawija, dove i residui adepti dell’Isis si sono consegnati piagnucolando ai curdi, per paura del peggio, cioè gli sciiti. Ma attorno a Hawija, cioè a sudovest di Kirkuk, le forze concentrate dagli iracheni sembrano troppo ingenti per non ostentare altre intenzioni.

 

Il diario del risorgimento curdo

Qui si può ancora dire che o si fa il Kurdistan o si muore. Cronaca dei giorni che hanno fatto la storia

 

La svolta, che raccoglie tutte le attenzioni, potrà venire dalle misure imminenti di Donald Trump riguardo al trattato con l’Iran sul nucleare e ad alcuni temi connessi: il programma balistico iraniano, l’inserimento dei pasdaran, i Guardiani della Rivoluzione iraniani, nella “lista nera” del terrorismo secondo il Dipartimento di stato. In quella lista stanno già da tempo le truppe iraniane di al Quds che agiscono decisivamente in Siria e in genere fuori dal paese. Simbolica com’è, la definizione dei pasdaran come terroristi avrebbe un’influenza pratica sul fronte curdo, dove quelli agiscono da primattori, con le milizie irachene di fatto ai loro ordini. I curdi (ma anche il resto del mondo) si trovano nella strana condizione di augurarsi la denuncia americana dei pasdaran, ma di temere che la disdetta dell’accordo sul nucleare rafforzi in Iran l’ala oltranzista e militare contro la presidenza Rohani, che sul trattato ha giocato tutto. Nei prossimi giorni e comunque entro questo mese Trump comunicherà le sue decisioni su ambedue i punti. Reagendo alle notizie che danno per certa la rottura, il gran capo dei pasdaran, Mohammed Ali Jafari, ha dichiarato domenica che se succederà gli americani saranno considerati dall’Iran, in ogni parte del mondo, alla stregua dei terroristi dello Stato islamico, e ha avvertito: ritirino le loro basi militari a una distanza maggiore di 2.000 km, che è la gittata dei missili iraniani. Lo stesso Jafari nel luglio scorso, sempre scongiurando l’inserimento dei pasdaran nella lista nera, aveva ingiunto agli americani di spostare le basi a 1.000 km dalle frontiere iraniane. Un raddoppio in un trimestre è, balisticamente, un notevole progresso. Al rialzo di minacce di ritorsione contro l’inclusione dei pasdaran nella lista “terrorista” ha dovuto unirsi ieri il “moderato” ministro degli esteri Zarif: “Daremo agli americani una risposta che non dimenticheranno mai”. I pasdaran, nelle varie articolazioni, sono una forza poliziesca e militare smisurata in numero, e titolare di una quota enorme della ricchezza nazionale. Oltretutto la questione iraniana è strettamente legata nell’impostazione degli Stati Uniti di Trump a quella della Corea del nord, per il traffico di materiali nucleari e una generale complicità politico-militare.

Così dunque si vive in Kurdistan: chiodi nuovi, chiodi storti raddrizzati e chiodi storti da raddrizzare.

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