I padroni della ripresa

Negli anni della crisi il capitalismo italiano si è mosso, eccome. E molte imprese sono venute fuori dal tunnel più forti di prima. Dalla Brembo di Alberto Bombassei alla farmaceutica Recordati

I  padroni della ripresa

Alberto Bombassei con Jean Todt (foto LaPresse)

A leggere quelle percentuali c’è da non crederci. Indicano come è cambiato il prezzo delle azioni in Borsa di alcune importanti società quotate sulla piazza di Milano dall’agosto 2007, quando si manifestarono i primi gravi segni del successivo collasso, all’agosto di quest’anno: Brembo (sistemi frenanti) +578 per cento; Recordati (farmaci) + 526; Campari (liquori) + 200; Terna (rete elettrica ad alta tensione) + 97; Luxottica (occhiali) + 87; Exor (finanziaria degli eredi Agnelli) + 80; Azimut (risparmio gestito) + 79; Fiat Chrysler (automobili, controllata da Exor) + 72; Prysmian (la ex Pirelli cavi) + 45, Snam (rete gas) + 41; Mediolanum (banca) + 32; Atlantia (autostrade e aeroporti del gruppo Benetton) + 23; StMicrolectronics (microprocessori) + 12. Il calcolo lo ha pubblicato Milano Finanza e non c’è da dubitare che sia accurato. Il parterre in questo teatro della rinascita economica è davvero vario: industria, infrastrutture, finanza, mancano i servizi veri e propri a cominciare dai trasporti e dalle telecomunicazioni, ma non è un caso perché la debolezza dell’Italia non sta nella manifattura, la quale, anzi, ha compiuto un vero balzo in avanti, ma proprio nel terziario tradizionale, dal quale provengono pur sempre due terzi del prodotto lordo. Il capitale s’è mosso eccome e molti capitalisti vecchi e nuovi sono usciti dal tunnel più forti di prima. Illusione finanziaria? Eccezioni che non fanno la regola? Lo vedremo. I media si occupano degli sconfitti (e sono tanti) o di chi ha venduto per lo più all’estero (si pensi a Loro Piana, a Bulgari o ai Pesenti che hanno fatto la storia dell’industria). Adesso è giunto il momento di chi non ha mollato.

 

La debolezza dell’Italia non sta nella manifattura, ma nel terziario tradizionale. Bene le esportazioni, si risveglia la domanda interna

Mediobanca con la sua analisi annuale sui maggiori gruppi, la Fondazione Edison con le sue nicchie di eccellenza, Fulvio Coltorti che ha scovato il quarto capitalismo, e ancora la Banca d’Italia con le sue indagini strutturali sull’economia e sull’industria italiana, il Censis, l’Istat, Borsa italiana, insomma le fonti non mancano, a immergersi nei dati c’è rischio di affondare. L’analisi di 2.065 società italiane condotta dall’area studi di Mediobanca ci dice che l’anno scorso, dunque quando la ripresa italiana era ancora a zero virgola qualcosa, le imprese manifatturiere per lo più a controllo privato hanno aumentato il fatturato di quasi due punti percentuali. Sono andate molto meglio le grandi (+4,4 per cento), smentendo la diffusa convinzione che piccolo è bello. I dati contrastano con un altro luogo comune nel quale cadono spesso anche rinomati economisti: cioè che scarseggiano gli investimenti (lo si sente in televisione, lo si legge sui giornaloni). Ma quali investimenti e da parte di chi? Le imprese private li hanno aumentati del 4.9 per cento e in particolare la manifattura del 7,3 per cento, raggiungendo il massimo dal 2010. Un crollo vero, invece, c’è stato nel settore pubblico (-26,9 per cento) e nel terziario (-13,4 per cento). Sono andate molto bene le esportazioni (+2 per cento), si è risvegliata però anche la domanda interna. A tirare forte è la filiera automobilistica, trascinata soprattutto dagli eccellenti risultati della Fiat Chrysler. Ottime anche le prove della farmaceutica, del vetro, dell’alimentare, dell’abbigliamento. Malissimo l’energia, gli elettrodomestici, le costruzioni, l’editoria. Nell’insieme il fatturato resta inferiore di 6 punti al livello raggiunto prima della crisi, ma la vera palla al piede è il settore pubblico, sotto di ben 17 punti. Volendo vedere vincitori e vinti in questi dieci anni, al top troviamo le pelli e il cuoio, l’alimentare, la farmaceutica, l’automobile, i grandi costruttori di opere pubbliche. In fondo al pozzo sono precipitati metallurgia, impiantistica, elettrodomestici, edilizia stampa, petrolio, tutti comparti che hanno perso da un quarto alla metà del fatturato.

 

 A tirare forte è la filiera dell’auto, trascinata da Fiat Chrysler. Ottime le prove dell’alimentare, del vetro, dell’abbigliamento

Non ci sono in Italia né Google né Apple (ma non esistono in nessun altro paese europeo, nemmeno in Germania) tuttavia esistono imprese di una certa taglia e in comparti come siderurgia, impianti, robot, elettronica. Non solo pasta, scarpe e lusso, insomma. Il nord resta “il granaio meccanico d’Europa” come disse Vittorio Valletta nel 1946 alla Costituente, citando “un americano e non un coreografo”. Siamo davvero regrediti in serie B come ha scritto Giuseppe Berta, uno dei più solidi storici dell’economia industriale? Varchiamo i cancelli di alcune delle imprese che hanno fatto meglio, scegliendo chi è meno sotto i riflettori dell’attualità (i Benetton, i Rocca, gli Agnelli, i Berlusconi, Armani o Della Valle). Prendiamo la Recordati, azienda di famiglia che dieci anni fa fatturava 600 milioni di euro e ora il doppio. Quando il giorno di ferragosto 2016 si è spento a 66 anni Giovanni, i suoi figli Alberto e Andrea hanno preso in mano le redini (il più grande come presidente e il giovane come amministratore delegato) e un patrimonio da 4 miliardi di euro condiviso con la madre Hillary e la sorella Cristina. Nell’azienda fondata dal nonno, Giovanni era entrato come ricercatore nel 1974, tre anni dopo arrivò con il 50 per cento l’Eni. All’uscita del gruppo petrolifero di stato, nel 1984, ecco la quotazione in Borsa. Sembrava un azzardo, ma è stata la chiave del successo insieme alla ricerca che nel comparto farmaceutico assorbe la maggior parte delle risorse, delle intelligenze, degli sforzi, del rischio anche perché chi non innova muore, ma i frutti dell’innovazione si vedono nel lungo periodo. Negli ultimi quindici anni, Giovanni aveva condotto in porto ben 22 acquisizioni trasformando il gruppo in una vera multinazionale sia pur lontana dai colossi americani e tedeschi.

 

La Recordati è l’unico gruppo farmaceutico italiano quotato in Borsa (l’altra grande impresa, la storica Menarini nata nel 1886, che fattura 3,5 miliardi, è una srl della famiglia Aleotti) e manca un “effetto traino”. Eppure, il settore ha prodotto altri successi non solo nella produzione di farmaci, ma nelle apparecchiature o nella distribuzione. Spiccano alcuni nomi come DiaSorin (strumenti per la diagnostica) il cui patron Gustavo Denegri vale in Borsa un miliardo e 700 milioni o Amplifon, leader negli apparecchi acustici, che ha una storia singolare. Era stata fondata nel secondo dopoguerra da Algernon Charles Holland, un soldato inglese delle forze speciali che aveva combattuto in Spagna e in Grecia, poi con i partigiani italiani ed era rimasto colpito dalla sordità provocata dal conflitto e dalla difficoltà di procurarsi degli apparecchi acustici. Mago del marketing, decide di venderli in modo capillare in tanti negozi vicini ai clienti. Muore nel 2001, ma la sua azienda continua a espandersi. La vedova Anna Maria Formiggini Holland oggi può contare su un patrimonio di quasi due miliardi di euro.

 

Lo shopping di Stefano Pessina (farmacie e parafarmacie), terzo italiano più ricco: dalla Francia agli Stati Uniti con Walgreens

Ancor meglio ha fatto Stefano Pessina, considerato il terzo capitalista più ricco d’Italia con 14 miliardi di dollari dopo Maria Francesca Fissolo, la vedova Ferrero (30 miliardi) e Leonardo Del Vecchio (poco meno di 20). Pessina è il re delle catene di farmacie e parafarmacie Walgreens Boots Alliance, la sua fortuna non risale al miracolo economico, ma è un prodotto degli anni Ottanta come quella di altri grandi (Silvio Berlusconi, la famiglia Benetton, Carlo De Benedetti, per fare i nomi più noti). Ingegnere nucleare nato a Pescara e sfornato dal Politecnico di Milano, a 35 anni torna a Posillipo per riorganizzare la ditta di famiglia che vende prodotti per la salute. Poco dopo, conosce Ornella Barra, “giovane e affascinante signora di Chiavari”, scrivono i biografi, e comincia la grande avventura. Nasce Alleanza salute Italia e alla fine degli anni Ottanta comincia lo shopping di aziende simili prima in Francia, poi in Inghilterra (Boots), in Russia, infine nel 2012 negli Stati Uniti con Walgreens. Pessina intanto prende la residenza a Montecarlo, ma ci sta poco, ha sette automobili e le tiene in garage, uno yacht ormeggiato in Sardegna, non legge libri e poco i giornali, lui viaggia in tutto il mondo, non dorme mai due notti nella stessa città. Workaholic, drogato di lavoro, dicono gli americani. Ma il lavoro è davvero una droga?

 

Non la pensa così Alberto Bombassei, che non solo guida l’azienda di famiglia, ma fa anche il deputato per Scelta civica fondata da Mario Monti. La Brembo prende il nome dal fiume che sorge poco lontano in una frazione di Bergamo, fondata come officina meccanica nel 1961 dal padre Emilio sotto il controllo della Breda (il marchio è anche l’acronimo di Breda Emilio Bombassei). Tre anni dopo comincia a produrre i primi freni a disco che prima erano solo importati dall’Inghilterra. Il suo è il destino di un sub fornitore che lavora per i grandi e riesce a emanciparsi. Arrivano le moto (Guzzi e Laverda) ma il salto di qualità arriva nel 1974 con la Ferrari e la Formula 1. L’azienda produce tutto dalla materia prima al sistema frenante, oggi ha 9 mila dipendenti in varie parti del mondo con un fatturato di 2,2 miliardi di euro. Una multinazionale non più solo tascabile, come del resto la Campari che, in un ramo del tutto diverso, è stata rilanciata da Luca Garavoglia, erede dello storico marchio che dalla metà degli anni Novanta lancia l’azienda in una girandola di acquisizioni in tutto il mondo, trasformandola nel più insidioso concorrente di Bacardi-Martini. Risale allo stesso decennio Novanta nel quale molti fanno cominciare il declino del capitalismo italiano che andrebbe di pari passo con le privatizzazioni dell’Iri e delle partecipazioni statali, la metamorfosi che Giuseppe De Longhi imprime all’impresa di stufe e radiatori che ha debuttato con un proprio marchio solo nel 1974. Oggi fattura quasi due miliardi, ha lanciato prodotti di successo come il Pinguino e ha fatto un gran salto producendo le macchinette da caffè per la Nestlé.

 

Con la quotazione in Borsa, i cinesi di ChemChina scendono sotto il 50 per cento in Pirelli. Il successo della banca Mediolanum

Le storie si potrebbero moltiplicare, storie di capitalismo familiare e non solo. Ci sono conferme come la Ferrero che compra all’estero cambiando strategia dopo la morte del vecchio Michele e nomina il primo amministratore delegato esterno alla famiglia (anche se non all’azienda). Ma emergono anche interessanti rinascite come quella della Prysmian ceduta dalla Pirelli alla Goldman Sachs nel 2005 e presa in mano dal management guidato da Valerio Battista. Ora è una public company con un fatturato di 7,5 miliardi di euro ed è leader mondiale nei cavi per le telecomunicazioni. La stessa Pirelli sta seguendo un percorso inatteso: con la quotazione in borsa pilotata da Marco Tronchetti Provera, i cinesi di ChemChina scendono sotto il 50 per cento: se esistono capitalisti italiani che hanno voglia di investire in un blasone che ha ritrovato splendore, battano un colpo. In finanza si pensi al successo della banca Mediolanum, costruita a propria immagine e somiglianza da Ennio Doris, l’unica a non aver subito la crisi del settore; o all’esperienza di Azimut sorta nel 1988 come società di consulenza finanziaria, controllata dai propri soci e tenuta rigorosamente lontana dalle banche. Il presidente Pietro Giuliani, nato a Tivoli, ingegnere meccanico che s’è fatto le ossa alla Fiat Iveco, è passato alla finanza con gli yuppies degli anni Ottanta, teorizza che bisogna investire in Borsa, non in bot e ama farsi definire l’anti-Padoan. “Mi piace il rischio non c’è dubbio – dice –. Gestiamo 40 miliardi quasi tutti collocati in Lussemburgo”. La sua visione è del tutto opposta ai pauperisti: l’Italia ha una ricchezza netta pari a 8 mila 640 miliardi di euro, quasi 8 volte il reddito disponibile, contro le 7 volte del Giappone, le 6 della Germania e le 4,8 degli Stati Uniti. Il denaro non manca, bisogna metterlo al lavoro. Stiamo diventando un paese di rentiers, come dice il Censis? Non ancora, ma il rischio esiste.

 

“Il nucleo della nostra industria – scrive Berta – è composto dalla concentrazione delle medie imprese dinamiche ed esportatrici, diffuse nel centro-nord. Non dalle piccole, che spesso arrancano con difficoltà”. Insomma, il quarto capitalismo (quarto per successione storica) è diventato l’unico capitalismo italiano. L’80 per cento del valore della produzione manifatturiera è realizzato da appena un quinto delle imprese italiane. “Il resto – aggiunge Berta – è un esercito di zombie. Le medie imprese rappresentano una base insufficiente per trainare lo sviluppo italiano nel suo complesso. Allora, si potrebbe ipotizzare la crescita di un nuovo grappolo di grandi imprese o favorire la crescita di tante medie imprese”. Una strada, quest’ultima, più realistica. Se pensiamo che l’unico grande gruppo cresciuto dagli anni ’60 in poi, cioè Luxottica, ha trasferito a Parigi il suo centro direttivo e la quotazione in Borsa (per non parlare della Fiat tra Londra, Amsterdam e Detroit), si capisce che l’Italia non è un ambiente favorevole ai grandi. E tuttavia bastano le nicchie di successo e le multinazionali tascabili a mantenere un paese da 60 milioni di abitanti nel club delle dieci potenze industriali?

 

La domanda richiede un’analisi di quelli che vengono chiamati i “campioni nazionali”, imprese a partecipazione statale se si esclude Telecom Italia che operano per lo più nei servizi in concessione (Enel, Terna, Poste, Ferrovie) con le eccezioni importanti di Eni (produzione e distribuzione di fonti energetiche) e Leonardo (sistemi di difesa, armamenti, elicotteri). Ma ci porta su un territorio diverso anche se contiguo. Abbiamo visto che sono state colpite dalla crisi più delle altre e nel loro insieme stentano a tornare ai livelli precedenti. La proprietà pubblica, si dice, è un ammortizzatore, giustificando così i salvataggi di stato, in realtà s’ dimostrata spesso una zavorra. Quanto pesano le mancate privatizzazioni? Le deprimenti vicende di Telecom Italia e della siderurgia negli ultimi vent’anni legittimano critiche e sospetti, ma poco si parla dei successi (come ad esempio il Nuovo Pignone). Ora che il peggio è alle spalle, possiamo dire ai declinisti che nella produzione di merci a mezzo di merci l’Italia è al secondo posto in Europa e ha salvato la sua quota nel commercio mondiale dove resta al livello della Francia (e anche un po’ sopra se si calcola non il fatturato, ma il valore aggiunto). Le potenzialità restano tutte. Cosa bisogna fare per tirarle fori al meglio? Ci vuole una levatrice o magari un chirurgo? Ma questo è un altro capitolo della stessa storia.

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