Quello che i salotti buoni dimenticano sul Myanmar

In Birmania la transizione democratica non è ancora conclusa. Il peso determinante delle forze armate e quello dell'opinione pubblica occidentale

Quello che i salotti buoni dimenticano sul Myanmar

Personale militare del Myanmar partecipa alla cerimonia di chiusura della seconda riunione della conferenza di Panglong a Nay Pyi Taw (foto LaPresse)

Al direttore - Nei salotti buoni di quell'Italia che sa localizzare su una mappa il Myanmar ci si indigna davanti ad un premio Nobel per la Pace incapace di gestire e condannare la violenta repressione della minoranza Rohingya presente nel Paese. Le recenti notizie di cronaca non sono altro che l'ultima tappa di un conflitto a bassa intensità che indigna il mondo intero. Aung San Suu Kyi, che tanto ci ha fatto sognare, resistendo per quasi due decenni agli arresti domiciliari, diventa ora il carnefice della principale emergenza umanitaria del Sud-est asiatico. Una storia che intriga, che trasforma l'eroe in mostro. L'ennesimo sogno democratico sfumato nei deliri di onnipotenza di un nuovo leader. Una storia avvincente, quanto falsa. Se l'indignazione è doverosa, così lo è la verità che in molti tendono ad ignorare.

 

La Signora - così ci si riferisce alla de facto leader del Paese - ben poco può di fronte a una situazione tanto complessa. Prima di precipitarsi a conclusioni affrettate è bene ricordarsi che il Myanmar è una democrazia giovane, frutto di un precario equilibrio tra governo eletto e militari. La transizione democratica avviatasi nel 2008 e culminata nelle elezioni generali del 2015 non è ancora conclusa. La Costituzione garantisce alle forze armate un peso determinate. Il 25 per cento dei seggi viene allocato d'ufficio ai militari, che controllano inoltre tre ministeri cardine: interni, frontiere e difesa. Le decisioni riguardanti la pubblica sicurezza vengono pertanto prese dai generali, con o senza il beneplacito del governo. Chi oggi critica la Signora sembra ignorare questo dettaglio fondamentale. Emblematici i fischi ad Aung San Suu Kyi nella sua ultima visita istituzionale in Europa, contrastati da un silenzio disarmante quando Austria e Germania hanno accolto calorosamente Min Aung Hlaing, comandante in capo delle forze armate.

  

Quei salotti buoni che la offendono senza cognizione di causa minano la credibilità di un premio Nobel che con impegno si batte ogni giorno per il processo di riconciliazione di un Paese divorato da 70 anni di guerre civili. Ignorano la Conferenza di Panglong del XXI secolo, ignorano le commissioni di inchiesta sul Rakhine autorizzate dal Governo, ignorano i progressi umanitari riconosciuti dalle Nazioni Unite, ignorano il complesso tessuto sociale birmano, ignorano il potere dei militari e, soprattutto, ignorano quanto le loro illazioni danneggino un processo democratico estremamente precario. La Lady rappresenta ancora la migliore speranza per il Myanmar. Schiacciata tra l'incudine e il martello dell'esercito e dell'opinione pubblica occidentale è quanto mai necessario che Aung San Suu Kyi sia supportata. Imperativo è impedire che i giochi sporchi di un élite militare calpestino i sogni di un intero Paese, vanificando 15 anni di arresti domiciliari di un premio Nobel che ha ancora tanto da dare al mondo.

  

Giulio Gubert

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