Ottaviano Del Turco (foto LaPresse)

Del Turco, c'è un giudice al Palazzaccio? Cassese e la partita del sud il 4 dicembre. Lettere al direttore

Chi ha scritto a Claudio Cerasa mercoledì 30 novembre

Al direttore - Tra pochi giorni la Corte di cassazione dirà una parola definitiva nel processo contro Ottaviano Del Turco, dopo due condanne: in primo grado e in appello. Del Turco ha alle spalle una storia personale di tutto rispetto. Leader sindacale di grande prestigio, è stato parlamentare, presidente della commissione Antimafia, ministro delle Finanze. Eletto al Parlamento europeo si dimise per candidarsi alla presidenza della regione Abruzzo, portando alla vittoria la coalizione di centrosinistra. Il 14 luglio del 2008 venne arrestato e carcerato sulla base di gravi accuse che non vennero mai provate al di là di ogni ragionevole dubbio. Chi, come me, lo conosce da quasi mezzo secolo, ha lavorato al suo fianco, gli è stato e gli è amico e ha sempre creduto nella sua estraneità ai fatti contestati, non può che auspicare che Ottaviano trovi, all’interno del Palazzaccio, un giudice giusto, che abbia il coraggio e l’onestà di riconoscergli quell’onore che nessuno ha potuto o potrà mai togliergli, nonostante la durezza delle prove che ha dovuto sopportare. E che finisca il calvario a cui è stato sottoposto da più di otto anni.

Giuliano Cazzola

 

Al direttore - Matteo Righetto, sul Foglio del 25 novembre scorso, ci informa che i millennial americani – non i professori! –, stanno ripensando le conseguenze negative del “politically correct”: forse, ma nottetempo, stanno rileggendo Allan Bloom, trafugato ai loro padri che lo avevano occultato nel fondo delle cassapanche per libri da macero.

Serafino Penazzi

 

Al direttore - In effetti quando Grillo dice votate con la “pancia” e non con la testa ammette implicitamente che se si votasse razionalmente sul merito della riforma l’elettore potrebbe trovare nella stessa aspetti positivi, come tali degni di approvazione. Invece le motivazioni devono essere istintuali, dettate dal rancore e dal risentimento, contro qualcuno, la famosa casta (che poi non si sa quale e dove sia esattamente).

Enrico Venturoli

 

Al direttore - Il prossimo 4 dicembre avranno termine i funerali di Fidel Castro, un simbolo del Novecento e un suo retaggio i funerali cubani del líder máximo si prospettano molto lunghi, come del resto, nel mondo intero, quelli del secolo breve nella stessa data, il prossimo 4 dicembre, nel nostro piccolo qui in Italia, dopo lunghi decenni di attesa, speriamo di celebrare le esequie (per rinnovarla) di una parte importante e frenante del contenuto ordinamentale della Costituzione, pigramente incardinata nel cuore del nostro Novecento affidarsi all’esoterismo numerologico? Meglio attivarsi e votare e far votare Sì.

Enrico Bono

 

Al direttore - Don Gigino De Magistris e don Michele Emiliano sono attestati sul fronte del No non solo alla riforma della Costituzione ma a ogni prospettiva di sviluppo del sud. Il “Masaniello” di Napoli intende bloccare il progetto del governo di rilancio dell'area di Bagnoli, mentre il “cacicco” pugliese è contrario al passaggio, nel Salento, di un gasdotto, di 3.500 chilometri, che attraverserà 6 paesi, assicurando cospicui vantaggi energetici all’Italia. La bandiera di 231 ulivi leccesi, che verrebbero spostati, agitata come quelli di Gioia Tauro che, nei primi anni 70, contribuirono a fermare l’industrializzazione della Calabria. Il localismo e il ribellismo velleitario hanno danneggiato, sempre, l’avanzamento del Mezzogiorno. L’auspicio, sentito, è che la maggioranza dei meridionali bocci gli slogan incendiari dei “cacicchi” e approvi una riforma, che consentirà il coordinamento, indispensabile, degli interessi delle regioni, nel quadro dei programmi per tutto il paese. Sì a uno sviluppo ragionato, No a istituzioni deboli, a personale politico mediocre, eterno questuante di briciole, No a un sud schierato, come ha bene osservato il prof. Sabino Cassese, “contro se stesso”.

Pietro Mancini

 

In Campania, quanto meno, c’è De Luca che riequilibra De Magistris, Don Gigino nostro. La Puglia, invece, è diventata il gran ducato del No: Emiliano, Fitto, Quagliariello, D’Alema, Vendola. La storia merita un supplemento d’indagine.

Di più su questi argomenti: