L'abbandono

Sono diventata adulta dentro un mare di lacrime, fuggendo non soltanto da quelle di mia madre

L'abbandono

Edward Hopper, Interno d'estate (1909), Whitney Museum of American Art

Quando entrai nella sua stanza, lei si alzò dalla scrivania e mi tese la mano. La strinsi presentandomi: Sono Rosella. Sono Rosella, rispose lei.

 

D’istinto pensai fosse un trucco della psicoanalisi, magari per farmi sentire a mio agio, o per dirmi che d’ora in poi mi sarei trovata davanti a uno specchio, che di fronte a me stessa non avrei più avuto scampo.

 

Ero arrivata a Roma da nove mesi, la durata di una gestazione, ed era stata una gestazione difficile, che mi aveva tolto chili, fame e sonno. Non era la prima volta che cambiavo città: i miei si erano trasferiti dal sud al nord lasciando le famiglie d’origine, quand’ero bambina, e a diciotto anni ero stata io a lasciare loro per andare a studiare a Siena. Mio padre mi aveva accompagnata nello studentato e aveva preso in fretta le scale per nascondersi mentre piangeva; non l’avevo mai visto piangere. Alle lacrime di mia madre invece ero abituata, erano state lo spauracchio della mia infanzia. Che diventare adulti significasse abbandonare, me lo avevano insegnato loro due, senza nemmeno saperlo, e io mi sentivo ormai pronta.

 

Finiti gli esami, ero venuta nella capitale, e di colpo i miei genitori avevano iniziato a mancarmi in modo insopportabile, con cinque anni di ritardo. La sera, tornando dal lavoro, mi fermavo a fare la spesa al supermercato della stazione Tiburtina per poi prepararmi la cena, e quella scansione sempre identica della settimana, quella forma di costrizione che, come tutti, avrei imparato a dare per scontata, allora mi sembrava una delle tante perversioni dell’umanità. Infilando i surgelati nella busta pensavo ai miei, che lavoravano da una vita, che per lavorare avevano lasciato chiunque, e la tenerezza mi chiudeva lo stomaco. Li sentivo finalmente simili a me, mi sentivo adulta. Come se fossi cresciuta di botto e crescendo mi fossi spaccata. Mi sentivo spaccata.

 

Lo psicoanalista, lo cercai sull’elenco telefonico, alla maniera in cui si cerca un negozio di ferramenta, un idraulico; Roma era un luogo estraneo e io non avevo nessuno cui domandare consiglio. Tanto più che la decisione di cominciare una terapia la tenni per me. Sull’elenco scoprii la Casa internazionale delle donne e mi parve rassicurante. Presi appuntamento con una terapeuta della quale mi indicarono il cognome e basta, ci andai al buio – un atto di fede. Non l’avevo scelta, come non si scelgono i genitori.

 

Sono Rosella, si presentò lei il primo giorno, e lì per lì non dissi niente. Solo a metà seduta, nel bel mezzo della conversazione, chiesi: Davvero lei si chiama uguale a me? Non ricordo se rise, non rideva quasi mai, però sorrideva spesso. Portava cardigan blu, e ogni volta che penso a lei rivedo l’albero fuori dalla finestra che incorniciava la sua figura di donna in età.

 

Per riuscire a terminare la tesi mi ero licenziata da quel lavoro che non mi piaceva, e adesso mi sentivo una traditrice, un’irresponsabile verso i miei genitori, e soprattutto non avevo soldi. Rosella mi fece credito per diversi anni. Non avevo ancora pubblicato nulla, ma lei diceva: Mi pagherà con l’anticipo del suo primo libro. E così fu.

 

Il mio esordio era la storia di una ragazza il cui padre malato vegetava nella stanza di sopra, incapace di muoversi e di parlare. Gliene dedicai una copia: A Rosella, quella saggia.

 

Poi, un giorno, fece un commento un po’ maldestro e io scattai. Cominciai a urlarle che non erano fatti suoi, che stava sforando dalla terapia, che non era mia madre. Me ne andai arrabbiata e saltai gli appuntamenti per un mese, finché non tornai di nuovo alla Casa delle donne. Lei mi aspettava all’ingresso secondario: l’altro era chiuso, così come l’accesso alle scale per raggiungere la sua stanza. Prendiamo l’ascensore insieme, mi disse, non abbia paura. Io rifiutai, non solo per paura, ma perché volevo punirla, mostrarle che con la mia claustrofobia aveva fallito. Anziché insistere, mi propose di fare la seduta nella sua auto; accettai. Nella straniante intimità dell’abitacolo disse che aveva commesso un errore terapeutico, che si era affezionata e per questo mi aveva trattato da figlia, che era stata apprensiva, proprio con me che dall’apprensione ero fuggita, e che quanto poteva darmi si era esaurito. Nel ricordo ha gli stessi occhi lucidi di mio padre, ma forse è una suggestione. Di certo io piansi a dirotto, in macchina, nei vicoli di Trastevere, sul tram, e anche a cena. Masticavo e piangevo, e quando il mio compagno mi chiese: Perché fai così? risposi: Perché l’ho abbandonata.

 

Sette anni dopo la ritrovai su Facebook, le scrissi e lei mi invitò a casa sua. Mangiando una Viennetta, parlammo di noi. Quel pomeriggio mi confessò che aveva vissuto a lungo con un marito infermo, relegato in un letto. Non avrei mai potuto immaginarlo, non sapevo niente di lei. Eppure, sebbene la ignorassi, la sua storia personale era finita nel mio primo romanzo. Come un’eredità cromosomica, mi piace pensare.

 

*Rosella Postorino è scrittrice ed editor

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