Sono fiero di me. Essere figli di Thomas Mann

Klaus e Erika Mann scappavano dal padre per non farsi soffocare. E anche per assomigliargli

Sono fiero di me. Essere figli di Thomas Mann

Thomas Mann con il presidente della Repubblica Federale tedesca Theodor Heuss (Foto LaPresse)

Vediamo di rado nostro padre, e nonostante questo, o forse proprio per questo egli occupa un grande spazio nella nostra vita”, scrivono di Thomas Mann i suoi due primi figli, Erika e il fratello Klaus. Nel 1924, i due ragazzi hanno lasciato Monaco per Berlino. Prima tappa di un lungo esilio; tre anni dopo, salpano da Rotterdam per girare mezzo mondo. Klaus ha ventun anni, Erika ventidue. Alta e imponente Erika, più esile e androgino Klaus. Italia, Giappone, Corea, Cina, Russia. Un agente letterario invia loro il denaro: la condizione è che scrivano un libro/diario di viaggio. Quando lo pubblicano, arriva la lettera del padre. “Sono abbastanza padre”, scrive loro Thomas Mann, “per vedere nella vostra evoluzione nel corso di questi anni difficili, il sintomo del fatto che in esilio la libertà può maturare”.

   

Sorella e fratello sono inseparabili, uniti da un bisogno di trasgressione, dalla passione per il teatro, dall’omosessualità di entrambi. Mettersi a fare teatro insieme è cercare un’evasione che li protegga dalla famiglia. E’ fuggire dall’infelicità del matrimonio di cui sono figli (la depressione materna per la celata omosessualità del padre – tutto li soffoca). Erika (alla guida di una Ford cabriolet – sempre amerà le macchine veloci) appare quasi felice, e giovane, indipendente e volitiva, in fotografie che la vogliono icona della Repubblica di Weimar. 

  

Ripartono, Erika e Klaus, direzione Spagna e Marocco. Quei figli, Thomas Mann li controlla a distanza. Della loro vita bohémienne non sembra darsi pena. In lettere a colleghi e amici, accenna allo stile nomade ed eccentrico di Erika e Klaus, dicendo di esserne fiero. Di Erika parla come di un’“assetata di azione”. Scherza sul suo dinamismo sfrenato, loda l’intelligenza e la temerarietà di questa primogenita mascolina al cento per cento, la sua prediletta (non esita a confessarlo). Affettuoso e bonario all’apparenza; gelido, di fatto. I suoi sentimenti di padre sono opachi. Mantiene economicamente i figli, così da controllarli e insieme tenerli a distanza. Scrive lettere enfatiche, in cui si firma “il mago” (Erika userà l’intimo e piuttosto torbido appellativo per il titolo di un libro a lui dedicato). Quando Thomas Mann evita di schierarsi in modo aperto contro il nazismo, e Klaus da lontano si indigna, Erika fa da mediatrice tra i due. Scrive al padre una lettera dura, dove gli chiede fermamente di prendere posizione (lei lo aveva fatto insieme alla regista/amante Therese Giehse, con gli spettacoli del cabaret anti-nazista Pfeffermühle).

   

Con Erika, Thomas Mann è più indulgente: sempre. Mentre l’omosessualità dichiarata di Klaus lo fa infuriare, perché incrina l’occultamento della sua, Erika e i suoi amori lesbici non gli pongono problemi. Anche perché Erika si sposa, per ben due volte: matrimoni di facciata, ma risolutivi, secondo un’ottica borghese. A Berlino, nel 1926, per tre anni è stata moglie di Gustaf Gründgens (attore del quale Klaus Mann era innamorato, la cui figura gli ispira il romanzo, poi divenuto celebre film, Mephisto). Poi, con le persecuzioni naziste, sposarsi diventa necessario per evitare l’apatridismo. Fallito il tentativo di Klaus di combinare l’unione tra la sorella e lo scrittore Christopher Isherwood, l’incontro giusto è quello con il poeta Wystan Hugh Auden, nel 1934. Non vivranno insieme mai, neppure un giorno, ma Auden vuole proteggere Erika. Da tutto: dal padre, dalla famiglia, dal giudizio del mondo sul suo lesbismo, dal mondo intero con la sua misera perfidia. Sposandola, Auden le ha dato una nuova terra. Mentre l’intera famiglia Mann perde la nazionalità tedesca (per decisione di Goebbels in persona), e l’apatridismo contribuisce a far precipitare Klaus nel disagio psichico (muore suicida a Cannes, nel 1949), Erika, rassicurata dal possedere una nuova nazionalità e un altro cognome (simboli di una seconda nascita) vive anni prosperi, con l’approvazione paterna. Quando a New York fa la sua prima lettura pubblica (all’American Jewish Congress, sul tema: pace e democrazia,) riceve da Thomas Mann grandi lodi. “Hai parlato come una persona indipendente ma anche in un certo senso in quanto mia figlia e mia discepola intellettuale”, il padre le scrive, con enfasi egotica.

  

A partire dal 1940, Erika è brillantissima corrispondente dagli Stati Uniti per la BBC. Dall’esilio californiano, Thomas Mann appoggia entusiasta la carriera della figlia. Del padre divenuto vecchio, Erika sarà poi segretaria, consigliera, vestale. Il suicidio di Klaus rinsalda i rapporti tra figlia e padre. “Ti auguro la salute, il successo e la gioia, possibilità sempre più adeguate di soddisfare il tuo bisogno di attività, e che la tua stimolante personalità sprema nel mondo un campo d’azione sempre più vasto” il padre le scrive nel 1954, un anno prima di morire. Una cerebrale, pochissimo intima dichiarazione d‘amore.

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